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	<title>Romano Prodi &#187; mercati</title>
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	<description>Pagine del sito del prof. Romano Prodi</description>
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		<title>L&#8217;agenda del nuovo Ministro dello Sviluppo: Mercato e Stato, la sfida del rilancio si gioca in due</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Jul 2010 08:43:15 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Fiat e il nuovo sistema industriale
Mercato e Stato, la sfida del rilancio si gioca in due
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 29 Luglio 2010
Anche negli ultimi giorni si continua a dibattere se siamo davvero usciti dalla crisi. E questa discussione andrà avanti ancora per un bel pezzo, perché quel poco di ripresa che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/07/imagoeconomica161987940607201732_big.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1864" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/07/imagoeconomica161987940607201732_big.jpg" alt="" width="372" height="263" /></a>Fiat e il nuovo sistema industriale</strong></p>
<p><strong>Mercato e Stato, la sfida del rilancio si gioca in due</strong></p>
<p>Articolo di Romano Prodi su <strong><a href="http://carta.ilmessaggero.it/view.php?data=20100729&amp;ediz=20_CITTA&amp;npag=1&amp;file=PROD_32.xml&amp;type=STANDARD" target="_blank">Il Messaggero</a> </strong>del 29 Luglio 2010</p>
<p>Anche negli ultimi giorni si continua a dibattere se siamo <a href="http://www.university.it/ultimora/vedi_rubrica.php?NEWS=ADN20100720174933.xml" target="_blank">davvero usciti</a> dalla crisi. E questa discussione andrà avanti ancora per un bel pezzo, perché quel poco di ripresa che c’è è ancora incerto, varia da settore a settore e non offre alcun segno di venire incontro alla caduta dell’occupazione, che è la conseguenza più seria e permanente della crisi economica.</p>
<p>Per questo motivo vorrei sottrarmi al difficile ma affascinante esercizio di fare previsioni per il futuro e riflettere sulle cose certe, sugli inevitabili cambiamenti della nostra economia e sulle decisioni da prendere, sperando che <a href="http://www.repubblica.it/economia/2010/07/23/news/berlusconi_nuovo_ministro_la_prossima_settimana-5781108/?ref=HREC1-3" target="_blank">nelle prossime ore</a> si materializzi <a href="http://www.repubblica.it/economia/2010/07/23/news/napolitano_ventaglio-5770417/?ref=HREC1-3" target="_blank">finalmente</a> un ministro dello Sviluppo in grado, per capacità tecniche e per indipendenza di giudizio, di accompagnare e guidare la necessaria trasformazione delle nostre strutture produttive.</p>
<p>La conseguenza (questa davvero indubitabile) della crisi è infatti la necessità di una trasformazione completa del nostro sistema produttivo, trasformazione che non può essere compiuta solo dal mercato o solo dallo Stato. Come è stato autorevolmente affermato in un recente dibattito, la crisi sta mettendo ancora più in rilievo che l’essenza dello sviluppo economico è la trasformazione strutturale, l’ascesa cioè di nuove industrie e di nuovi modi di produrre rispetto a quelli tradizionali e che questo non è un processo facile e non è un processo automatico. Esso richiede la convergenza di forze di mercato e di un robusto supporto governativo. Se il governo è troppo oppressivo, esso stronca l’imprenditorialità privata. Se esso è troppo distaccato, i mercati continuano a fare ciò che essi sanno fare al meglio, confinando il Paese alla sua specializzazione in prodotti tradizionali e settori a bassa produttività.</p>
<p>Il <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/ministero-per-lo-sviluppo-economico-unamnesia-nel-paese-dei-ritardi_1855.html" target="_blank">nuovo ministro dello Sviluppo</a> ha sul suo tavolo proprio questo grande compito, di aiutare le trasformazioni strutturali del nostro Paese, mobilitando imprese e governo.<br />
Lo dovrà fare in fretta, sapendo che dobbiamo contare principalmente sull’industria non solo perché siamo ancora il quinto Paese del mondo per produzione industriale assoluta e il secondo del mondo (dopo la Germania) per produzione industriale pro-capite, ma anche perché la nostra presenza nel terziario è molto più debole ed esige trasformazioni ancora più difficili.</p>
<p>Il primo riferimento della politica industriale dovrà essere naturalmente il mondo delle <a href="http://www.denaro.it/VisArticolo.aspx?IdArt=604418" target="_blank">Piccole e Medie Imprese</a>, dominanti per importanza in Italia, sia all’interno che al di fuori dei distretti industriali. Le direzioni nelle quali agire e gettare ogni aiuto e ogni incentivo sono ormai molto chiare e cioè la <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/tornare-a-investire-subito-nelle-scienze-della-vita-nelle-nuove-energie-e-nella-protezione-ambientale_931.html" target="_blank">Ricerca</a> e lo <a href="http://www.romanoprodi.it/interviste/attenti-ai-medici-che-non-conoscono-lammalato-reagire-alla-crisi-con-innovazione-e-ricerca_1506.html" target="_blank">Sviluppo</a>, il trasferimento tecnologico, la presenza nei mercati esteri (soprattutto quelli nuovi) la crescita dimensionale e l’innalzamento della qualità del capitale umano. Le nostre imprese hanno infatti una percentuale di ricercatori e di laureati nettamente inferiore a quella dei Paesi direttamente a noi concorrenti e sono troppo piccole per innovare ed essere presenti nei mercati esteri.</p>
<p>Vorrei perciò che il primo colloquio del nuovo ministro fosse con il suo collega responsabile dell’Istruzione per capire e fare capire come la moltiplicazione della conoscenza tecnica a tutti i livelli sia il requisito primario del nostro futuro sviluppo. La scuola tecnica non può più essere considerata marginale o residuale come avviene oggi. Anche se è certo che noi viviamo e vivremo al livello della nostra competenza tecnica, non mi sembra che questa realtà sia oggi una priorità né nel mondo politico, né in quello imprenditoriale o sindacale.</p>
<p>Non mi sembra né giusto né utile che quando si parla di decisioni per il futuro delle nostre imprese il discorso si fermi sempre alle pur importantissime “condizioni di contesto”, come la Pubblica amministrazione, le infrastrutture e le banche. Una seria politica industriale deve lavorare non solo sul “contesto” ma sull’innalzamento delle risorse umane e del modo di operare delle imprese.</p>
<p>Nell’ufficio ancora deserto del ministro vi è tuttavia qualcosa che riguarda una grande impresa, cioè il dossier <a href="http://www.ilsussidiario.net/Dossier/FIAT/" target="_blank">Fiat</a>. Finora tale dossier è stato trattato solo nei suoi pur importantissimi aspetti sociali ma esso cade in pieno nel capitolo delle <a href="http://www.affaritaliani.it/economia/fiat_marchionne_sindacati_fiom_disdetta29072010.html" target="_blank">trasformazioni strutturali</a> come obiettivo essenziale della nostra economia. È, cioè, compito del governo (come lo hanno fatto negli Stati Uniti, in Francia e in Germania) mettere attorno allo stesso tavolo sindacati e imprese per raggiungere gli obiettivi di flessibilità e innovazione che sono oggi indispensabili per operare nel mercato automobilistico internazionale. Come hanno dimostrato le esperienze degli altri Paesi, questo è un compito estremamente difficile ma se, come è avvenuto fino ad ora, ci si sottrae ad esso, la partita è certamente perduta.</p>
<p>Mi auguro quindi che il nuovo ministro arrivi in fretta e si metta subito al lavoro. E, soprattutto, gli auguro buon lavoro.</p>
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		<title>Ministero per lo Sviluppo Economico, un&#8217;amnesia nel Paese dei ritardi</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Jul 2010 09:44:38 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il Ministero vuoto. Sviluppo, un&#8217;amnesia nel Paese dei ritardi
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 24 luglio 2010
Da mesi le voci che chiedono la nomina di un nuovo ministro per lo Sviluppo si susseguono invano e la poltrona di un dicastero così importante è rimasta desolantemente vuota fino a che un robusto richiamo del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/07/scajola-berlusconi.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1859" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/07/scajola-berlusconi.jpg" alt="" width="360" height="315" /></a>Il Ministero vuoto. Sviluppo, un&#8217;amnesia nel Paese dei ritardi</p>
<p>Articolo di Romano Prodi su <strong><a href="http://carta.ilmessaggero.it/view.php?data=20100724&amp;ediz=20_CITTA&amp;npag=1&amp;file=PRODI_41.xml&amp;type=STANDARD" target="_blank">Il Messaggero</a></strong> del 24 luglio 2010</p>
<p>Da mesi le voci che chiedono la nomina di un nuovo <a href="http://www.asca.it/news-GOVERNO__NUOVO_MINISTRO_SVILUPPO__GLI_SCENARI_POSSIBILI_%28IL_PUNTO%29-937709-ORA-.html" target="_blank">ministro per lo Sviluppo</a> si susseguono invano e la poltrona di un dicastero così importante è rimasta desolantemente vuota fino a che un <a href="http://it.reuters.com/article/topNews/idITMIE66M06520100723" target="_blank">robusto richiamo</a> del Presidente della Repubblica ha indotto il presidente del Consiglio a ripensarci.</p>
<p>Finalmente la prossima settimana dovremmo quindi avere <a href="http://www.ilgiornale.it/interni/il_ministro_sviluppo_lo_saprete_settimana/24-07-2010/articolo-id=462967-page=0-comments=1" target="_blank">qualcuno</a> incaricato di curarsi dell’economia reale e delle politiche da seguire per riparare almeno parzialmente i danni provocati dalla più grave crisi industriale degli ultimi decenni.</p>
<p>Questo vuoto di potere, forse dovuto soprattutto alla difficoltà di trovare un successore, è stato ripetutamente motivato da un avversione al concetto stesso di politica industriale, come se l’azione del governo fosse un elemento di freno e non di spinta per lo sviluppo economico. Tutto questo in un momento in cui, anche senza chiamarla per nome, la politica industriale costituisce il pezzo forte anche dei Paesi che più si fondano sull’economia di mercato.</p>
<p>Lo è in Germania dove accanto al ministero responsabile per la politica finanziaria vi è un’istituzione simmetrica che guida l’economia reale, lo è negli Stati Uniti, dove <a href="http://climateprogress.org/2010/07/04/obama-solar-pv-csp/" target="_blank">risorse impressionanti</a> sono indirizzate verso settori innovativi, a partire dalla ricerca e dalla produzione delle nuove fonti di energia. Non parliamo naturalmente della Francia dove gli interessi nazionali vengono difesi con strumenti che vanno forse anche al di là delle condivise regole europee.</p>
<p>In Italia si è lasciata per mesi e mesi la <a href="http://www.repubblica.it/rubriche/market-place/2010/06/07/news/la_sede_vacante-4639477/" target="_blank">poltrona vuota</a> mentre, ovviamente, gli altri ministri cercavano di spolpare i vari fondi e le varie competenze del ministero dello Sviluppo togliendogli non solo le risorse ma i poteri di coordinamento che erano stati alla base della sua nascita, anche se raramente tali poteri erano stati effettivamente esercitati.</p>
<p>Una volta posto termine a questo periodo di cannibalismo e ripristinata la propria autorità, il nuovo ministro avrà sul suo tavolo un’agenda con alcuni compiti precisi.</p>
<p>In primo luogo dovrà riprendere la promozione di un efficace funzionamento delle regole della concorrenza e del mercato, regole che non possono essere fatte rispettare separatamente dai diversi ministeri. Frammentando la politica della concorrenza, ogni ministro controllore finisce nelle mani dei propri controllati. I mercati hanno bisogno di ben altro.</p>
<p>In secondo luogo ci vuole qualcuno che coordini tutti gli strumenti necessari per l’ingresso nei settori innovativi, come le scienze della vita e le energie pulite, e che aiuti la riorganizzazione e la strategia globale dei nostri settori forti come il made in Italy e i beni strumentali. Bisogna inoltre che abbia la capacità di aiutare la produzione di nuove idee e di assicurare che le idee creative si trasferiscano rapidamente dalle università e dai centri di ricerca verso il mondo produttivo. E che le politiche fiscali e le politiche scolastiche tengano conto non solo dei propri sacri e inviolabili obiettivi ma anche delle future necessità del Paese.</p>
<p>Vi è un terzo compito che mi sembra particolarmente vitale per noi, cioè quello di coordinare tutti gli strumenti per fare in modo che gli investitori esteri ritornino a considerare l’Italia come un Paese attraente per i loro investimenti. Il progresso dell’industria, in un mercato aperto, non può fare a meno del contributo di innovazione portato dagli investimenti esteri, mentre anche le statistiche più recenti provano che i grandi investitori internazionali si tengono sempre più alla larga dal nostro Paese.</p>
<p>In un periodo di diffuse crisi aziendali come quello in cui viviamo non possiamo inoltre continuare a non avere un centro di riflessione e di organizzazione degli strumenti per fare fronte a queste crisi, lasciandone la responsabilità politica alle sole competenze del ministero del Lavoro, per sua natura deputato a trovare rimedi e non a ricercare soluzioni.</p>
<p>Come ulteriore osservazione vedo la necessità di riprendere i fili della politica territoriale, sia riguardo alla reinterpretazione del ruolo dei distretti industriali che al ripensamento della politica per il Mezzogiorno, oggi definitivamente abbandonata.</p>
<p>Mi auguro infine che su questi temi si apra finalmente un dibattito che coinvolga tutte le parti interessate, a cominciare da Confindustria, che ho visto più interessata a dettare le ricette macroeconomiche al governo che non ad approfondire analiticamente e concretamente i nuovi problemi e le nuove esigenze dell’industria, che è e dovrà rimanere un pilastro fondamentale ed insostituibile della nostra economia.</p>
<p>È quindi necessario rispondere subito all’invito del Presidente della Repubblica prima che il ministero dello Sviluppo venga completamente svuotato delle competenze e dei poteri necessari per una nuova politica industriale.</p>
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		<title>Incognite sulla ripresa. Germania non sarà la locomotiva che speravamo</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Jul 2010 11:09:44 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 11 luglio 2010
ROMA (11 luglio) &#8211; Se non è mai facile prevedere i modi e i tempi di uscita da una crisi, questo esercizio è ancora più difficile quando, contemporaneamente alla crisi economica, cambiano i rapporti di forza tra i protagonisti della vita politica. Mentre tutti infatti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/07/financial-crisis.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1833" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/07/financial-crisis.jpg" alt="" width="403" height="306" /></a>Articolo di Romano Prodi su <strong><a href="http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=110206&amp;sez=HOME_ECONOMIA" target="_blank">Il Messaggero</a></strong> del 11 luglio 2010</p>
<p>ROMA (11 luglio) &#8211; Se non è mai facile prevedere i modi e i tempi di uscita da una crisi, questo esercizio è ancora più difficile quando, contemporaneamente alla crisi economica, cambiano i rapporti di forza tra i protagonisti della vita politica. Mentre tutti infatti sono d’accordo che l’<a href="http://www.eastasiaforum.org/2010/01/24/chinas-response-to-the-global-financial-crisis/" target="_blank">Asia</a> (e in minor misura l’America Latina) non ha assolutamente subìto alcuna conseguenza dalla crisi e <a href="http://www.neurope.eu/articles/Business-in-China--the-road-to-recovery/101939.php" target="_blank">continua a crescere</a> con immutato ritmo di sviluppo, non vi è alcuna interpretazione condivisa riguardo al futuro degli altri protagonisti dell’economia mondiale.</p>
<p>Negli Stati Uniti si nota certamente uno sforzo per mettere in ordine lo squilibrato rapporto tra consumi e risparmi. Esso è accompagnato da segni di ripresa di alcuni settori (tra i quali primeggia l’automobile) ma l’andamento dell’<a href="http://worldnewsvine.com/2010/07/wall-street-prospering-while-millions-remain-jobless/" target="_blank">occupazione</a> non fa pensare all’inizio di un nuovo ciclo di sviluppo stabile e duraturo. Le <a href="http://www.wsws.org/articles/2010/jul2010/jobs-j03.shtml" target="_blank">preoccupazioni</a> riguardo a quanto può accadere dopo l’estate tendono a crescere: si parla sempre più dell’ipotesi di una nuova caduta dell’economia prima di iniziare una duratura ripresa futura. Inoltre su questa possibile ripresa, proprio per confermare quanto la politica incida sull’economia, incombe sempre l’<a href="http://www.neurope.eu/articles/Let-China-save-Europe/101948.php" target="_blank">incubo della Cina</a>. In conseguenza di questo incubo si pensa che l’economia americana dipenda più dalla rivalutazione dello yuan sul dollaro che non dalle misure prese dal governo per mettere in ordine i conti del settore pubblico, per porre in sicurezza i bilanci delle banche e per incentivare la ripresa dell’occupazione. Si ha l’impressione che la paura di vedere messo a dura prova il <a href="http://www.earthtimes.org/articles/news/332815,us-1st-half-gm.html" target="_blank">primato</a> degli Stati Uniti nel mondo prevalga rispetto alla fiducia sulla ripresa del Paese.</p>
<p>In Europa la situazione è ancora più complicata perché i segni di ripresa sono più <a href="http://www.finanzaonline.com/notizie/news.php?id=%257BAF56B4A6-77C1-4D51-B345-8917E0EE2F80%257D&amp;folsession=cc4b168a0903fdb703f1a2b584dbb717" target="_blank">deboli e contradditori</a> rispetto a quelli americani. Deboli perché in tutta l’area dell’euro si può parlare di una crescita intorno all’1% nel 2010 e poco superiore nel 2011. Di fronte alla caduta degli scorsi due anni non si può certo concludere che si tratta di dati confortanti. Essi inoltre divergono da settore a settore e da Paese a Paese. Vanno <a href="http://www.asca.it/news-AUTO__SISTINO_%28FIAT%29__MERCATO_ITALIANO_2010_A_1_9_MLN_DI_VEICOLI_%28-10_PERCENTO_%29-929042-ORA-.html" target="_blank">male le automobili</a>, ma vanno a gonfie vele i beni strumentali diretti verso l’Asia, va meglio la Germania ma hanno pesanti problemi la Spagna e la Grecia.</p>
<p>Inoltre, anche all’interno dell’Europa, la crisi mette in luce un grande cambiamento nei rapporti di potere tra le diverse nazioni. Semplificando l’analisi si può dire che è finito il lungo e difficile processo di riorganizzazione della Germania dopo l’unificazione. Questo Paese emerge sempre più forte rispetto agli altri grandi Paesi europei. Soprattutto l’equilibrio tra la Francia e la Germania (equilibrio che era stato a lungo almeno formalmente tenuto in vita) si è definitivamente spezzato.</p>
<p>La produzione industriale tedesca ha ormai distanziato senza confronti quella degli altri Paesi e le esportazioni tedesche, dopo aver invaso i mercati europei, conquistano crescenti quote in tutti i mercati mondiali, per cui oggi il tasso di disoccupazione germanico è ormai in linea con quello precedente la crisi.</p>
<p>Non possiamo parlare però di forte ripresa tedesca perché, a fianco del boom delle esportazioni, rimane una stagnante domanda interna da parte di consumatori timorosi riguardo al futuro e colpiti dalle decisioni restrittive del governo.</p>
<p>La Germania, cioè, esporta sempre di più ed è sempre più forte ma non sarà la locomotiva della ripresa europea che noi avevamo sperato. O meglio, la Germania è una locomotiva che per correre forte e sicura, ha deciso di <a href="http://www.telegraph.co.uk/finance/economics/7883349/Breaking-up-eurozone-would-benefit-economy-say-experts.html" target="_blank">staccare i vagoni</a> anche a costo di accrescere i sacrifici dei propri cittadini, salvo poi investire i surplus accumulati dalle proprie banche nei buoni del Tesoro della Grecia e constatare poi che questi vengono messi a rischio da una politica avventurosa.</p>
<p><a href="http://www.professionefinanza.com/Articoli/ViewArticolo.php?idArticolo=1806&amp;idcategoria=8" target="_blank">Di fronte</a> a questa Germania, la Francia non ha interesse a seguire la stessa politica e non ha la forza di costruirne una alternativa. Dato che tutti gli altri Paesi (a partire dall’Italia) stanno a guardare senza fare proposte o costruire alleanze, non ci dobbiamo stupire che la nostra ripresa sia lenta, difficile e incerta.</p>
<p>Essa non può infatti essere costruita su politiche nazionali divergenti che, proprio perché tali, non hanno la forza di cambiare l’andamento dell’intera economia europea.</p>
<p>Non credo che il problema sia di facile soluzione proprio perché non è mai facile prendere atto dei cambiamenti della storia. Non lo è per gli Stati Uniti nei confronti della Cina, non lo è per la Francia nei confronti della Germania. Quanto a quest’ultima essa non sembra voler prendere atto che, se non si tiene conto del contesto europeo in cui si opera, non si riesce nemmeno a portare il proprio Paese verso un cammino di stabile crescita. Non credo infatti che nemmeno i tedeschi siano felici di comprimere a lungo i propri consumi e il proprio tenore di vita. Anche se non sono esperto in materia, credo infatti che nessuno nasca masochista. Nemmeno i tedeschi.</p>
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		<title>Incontro di Romano Prodi col vicepremier cinese Hui Liangyu e intervento alla National School of Governance ed al CEIBS</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Jul 2010 08:15:02 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[From June 28 to July 4 2010, Romano Prodi visited Beijing as a guest of the China Institute for International Strategic Studies (CIISS) to participate in an international conference on food safety. On this occasion, Romano Prodi had meetings with Hui Liangyu, China&#8217;s vice Prime Minister, and with General Chen Bingde, the current PLA&#8217;s Chief [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1813" class="wp-caption alignright" style="width: 342px"><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/07/2.jpg"><img class="size-full wp-image-1813   " title="July 1 2010, Romano Prodi and Chinese vice Prime Minister Hui Liangyu at the Great Hall of the People" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/07/2.jpg" alt="July 1 2010, Romano Prodi and Chinese vice Prime Minister Hui Liangyu at the Great Hall of the People" width="332" height="270" /></a><p class="wp-caption-text">July 1 2010, Romano Prodi and Chinese vice Prime Minister Hui Liangyu at the Great Hall of the People</p></div>
<p>From June 28 to July 4 2010, Romano Prodi visited Beijing as a guest of the China Institute for International Strategic Studies (CIISS) to participate in an international conference on food safety. On this occasion, Romano Prodi had meetings with Hui Liangyu, China&#8217;s vice Prime Minister, and with General Chen Bingde, the current PLA&#8217;s Chief of Staff.</p>
<div id="attachment_1814" class="wp-caption alignleft" style="width: 440px"><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/07/IMG_0248.JPG"><img class="size-large wp-image-1814  " title="July 3 2010, public panel discussion at CEIBS Beijing, from right to left : General Giuseppe Cucchi, Romano Prodi, General Xiong Guangkai, Ambassador Lu Qiutian and David Gosset." src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/07/IMG_0248-1024x682.jpg" alt="July 3 2010, public panel discussion at CEIBS Beijing, from right to left : General Giuseppe Cucchi, Romano Prodi, General Xiong Guangkai, Ambassador Lu Qiutian and David Gosset." width="430" height="286" /></a><p class="wp-caption-text">July 3 2010, public panel discussion at CEIBS Beijing, from right to left : General Giuseppe Cucchi, Romano Prodi, General Xiong Guangkai, Ambassador Lu Qiutian and David Gosset.</p></div>
<p>Romano Prodi delivered a<a href="http://www.nsa.gov.cn/cenep/portal/user/anon/page/NSAEnglish_CMS.page?metainfoId=81f24dd83fa546d4907cfda2f64753d1&amp;appId=00000000000000001264&amp;categoryCode=100" target="_blank"> speech</a> at the <a href="http://www.nsa.gov.cn/cenep/" target="_blank">National School of Governance</a> and participated in a public <a href="http://www.ceibs.edu/media/archive/54234.shtml" target="_blank">panel discussion</a> at the <a href="http://www.ceibs.edu/" target="_blank">China Europe International Business School</a> on the 21st century main geopolitical dynamics.</p>
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		<title>Salari e moneta. Ci sono tante novità in Cina</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Jun 2010 07:39:28 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 21 Giugno 2010
Per molti anni ci siamo abituati a pensare che, data l’illimitata offerta di mano d’opera, i salari cinesi sarebbero per sempre rimasti bassissimi, praticamente al livello di sussistenza. In effetti da quando, oltre trent’anni fa, la Cina ha deciso di irrompere nell’economia moderna, le cose [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1714" class="wp-caption alignright" style="width: 430px"><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/06/StrikeFoshanFengfuHonda.jpg"><img class="size-full wp-image-1714 " title="I lavoratori della Foshan Fengfu (fornitore Honda) in sciopero" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/06/StrikeFoshanFengfuHonda.jpg" alt="I lavoratori della Foshan Fengfu (fornitore Honda) in sciopero" width="420" height="241" /></a><p class="wp-caption-text">I lavoratori della Foshan Fengfu (fornitore Honda) in sciopero</p></div>
<p>Articolo di Romano Prodi su <a href="http://carta.ilmessaggero.it/view.php?data=20100621&amp;ediz=20_CITTA&amp;npag=1&amp;file=PRODI_35.xml&amp;type=STANDARD" target="_blank">Il Messaggero</a> del 21 Giugno 2010</p>
<p>Per molti anni ci siamo abituati a pensare che, data l’illimitata offerta di mano d’opera, i <a href="http://www.worldsalaries.org/china.shtml" target="_blank">salari</a> cinesi sarebbero per sempre rimasti bassissimi, praticamente al livello di sussistenza. In effetti da quando, oltre trent’anni fa, la Cina ha deciso di irrompere nell’economia moderna, le cose sono andate in questo modo.</p>
<p>L’enorme flusso migratorio dalle campagne alle città e dalle regioni sottosviluppate a quelle più avanzate ha permesso uno sviluppo economico sostenuto e continuato senza sostanziosi aumenti salariali. Come peraltro quasi sempre avviene nella fase iniziale dello sviluppo, la quota dei salari rispetto al Prodotto nazionale lordo è andata diminuendo proprio perché non vi erano limiti all’offerta di nuovi lavoratori, soprattutto nelle classi di popolazione giovanile. La politica governativa è inoltre stata costantemente dedicata a favorire il contenimento del livello salariale, proprio perché la priorità assoluta era la costruzione di una base industriale e una capacità di conquista dei mercati esteri, in modo da procedere a tappe forzate nel processo di modernizzazione del paese.</p>
<p>In teoria le cose potrebbero continuare allo stesso modo in futuro, anche perché il 40% della popolazione cinese è ancora impiegata in <a href="http://www.nationmaster.com/country/ch-china/lab-labor" target="_blank">agricoltura</a>, mentre nei paesi a più elevato livello di <a href="http://www.nationmaster.com/graph/lab_agr_wor_mal-labor-agricultural-workers-male" target="_blank">sviluppo</a> questa cifra non supera il 3 o 4 per cento. Vi dovrebbero essere infatti ancora centinaia di milioni di contadini pronti ad emigrare verso aree e professioni dove il salario e la produttività sono quattro o cinque volte più elevati. In effetti le cose sono un poco più complicate perché, in conseguenza della politica del <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/One-child_policy" target="_blank">figlio unico</a>, inaugurata nel 1979, le classi di età più disposte ad emigrare sono fortemente diminuite di numero. Basta pensare che i <a href="http://geography.about.com/od/populationgeography/a/chinapopulation.htm" target="_blank">giovani</a> fra i 20 e 29 anni erano 233 milioni nel 1990 e sono oggi intorno ai 150 milioni, mentre gli addetti all’agricoltura nelle stesse classi d’età superano di poco il 20%. Per usare la vecchia terminologia marxista, vi è ancora un grande esercito di riserva, ma non più illimitato nella quantità e nel tempo.</p>
<p>Di questa nuova realtà hanno preso atto le autorità cinesi con atteggiamenti e provvedimenti che delineano interessanti cambiamenti. In primo luogo è stato aperto un dibattito sempre più ampio e partecipato sulle grandi disparità di reddito e sulle ingiustizie esistenti nel Paese, dibattito che fino a qualche anno fa era inesistente in quanto proibito. Si possono oggi leggere indagini demoscopiche dalle quali emerge che il 75% dei cinesi pensa che la distribuzione del reddito sia fortemente iniqua. Accanto a questo viene messo in discussione anche il sistema di registrazione, che è sempre stato uno strumento di severa regolamentazione nei trasferimenti dalle campagne alle città.</p>
<p>Si è poi proceduto ad un <a href="http://www.nytimes.com/2010/06/08/business/global/08wages.html" target="_blank">aumento</a> del salario minimo fino al 20% in tutte le province a maggiore concentrazione industriale. Si è inoltre attribuita grande pubblicità ad una serie di scioperi, illustrandone in modo specifico le motivazioni, attribuite non solo al livello salariale ma anche alle non tollerabili condizioni di lavoro. Nei casi più noti, cioè gli stabilimenti cinesi della <a href="http://www.asianews.it/news-en/Honda-gives-in-and-raises-wages-following-Foshan-strike-18565.html" target="_blank">Honda</a> e gli impianti della <a href="http://abcnews.go.com/Technology/Media/foxconn-china-assembly-workers-receive-pay-raise/story?id=10846341" target="_blank">Foxconn</a> (grande fornitrice della Apple e di altre imprese ad elevata tecnologia) questi <a href="http://www.nytimes.com/2010/06/09/business/global/09labor.html" target="_blank">scioperi</a> si sono <a href="http://www.reuters.com/article/idUSTPV00158820100528" target="_blank">conclusi</a> con forti aumenti salariali, debitamente propagandati in tutta la Cina. Così come è stato dato ampio spazio al fatto che alcune imprese localizzate nell’area di Shanghai abbiano trasferito parte delle loro produzioni elementari non nelle province cinesi con livelli salariali inferiori ma addirittura in Vietnam dove il lavoro costa un ulteriore 40% in meno.</p>
<p>Siamo quindi di fronte a una vera e propria nuova politica, che attribuisce all’aumento della domanda interna un ruolo sempre maggiore nella strategia di crescita del Paese rispetto ad un disegno quasi esclusivamente fondato sulle esportazioni. Non pensiamo ad un processo rapido ed improvviso, perché i salari del lavoro non qualificato sono ancora almeno dieci volte inferiori a quelli medi europei. Il processo di avvicinamento è tuttavia accelerato dal fatto che, limitatamente alle funzioni tecniche più specializzate, i costi fra Europa e Cina si sono fortemente avvicinati fino a diventare, in alcuni casi, assolutamente paragonabili. Sembra quindi che il cambiamento di direzione sia ormai ben delineato.</p>
<p>A questo si aggiunge l’improvviso (ma non inatteso) annuncio del ritorno al <a href="http://www.bangkokpost.com/news/world/181839/china-central-bank-to-promote-currency-reform" target="_blank">cambio flessibile</a> dello yuan nei confronti del dollaro. Di questa decisione alcuni osservatori hanno sottolineato la tempestività politica alla vigilia del G20, altri hanno preconizzato una rivoluzione rispetto al passato. Nulla di tutto questo. I cambiamenti nelle regole del lavoro, gli aumenti salariali e la nuova flessibilità monetaria sono semplicemente il segnale che la Cina si considera definitivamente fuori dalla crisi economica e vuole suonare con tutti gli strumenti a disposizione per continuare la crescita, diminuire le enormi disparità interne e riassicurare il resto del mondo sul suo interesse ad essere un elemento non di turbamento ma di equilibrio dell’economia mondiale. Vedremo se tutti questi obiettivi verranno raggiunti, ma è certo che la Cina si muove in fretta ed è sempre di più protagonista della politica e dell’economia mondiale.</p>
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		<title>Lasciate in pace la Costituzione, sfidate le corporazioni</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Jun 2010 09:28:04 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Lasciate in pace la Costituzione, sfidate le corporazioni.
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 13 Giugno 2010
Non posso nascondere di essermi sorpreso quando qualche giorno fa ho letto che, per dare un contributo alla liberalizzazione della nostra economia, bisognava assolutamente modificare l’articolo 41 della nostra Costituzione. Anche se già lo conoscevo, mi sono tuttavia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/06/intestazione_3.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1709" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/06/intestazione_3.jpg" alt="" width="400" height="280" /></a>Lasciate in pace la Costituzione, sfidate le corporazioni.</p>
<p>Articolo di Romano Prodi su <strong><a href="http://carta.ilmessaggero.it/view.php?data=20100613&amp;ediz=20_CITTA&amp;npag=1&amp;file=PRODI_40.xml&amp;type=STANDARD" target="_blank">Il Messaggero</a> </strong>del 13 Giugno 2010</p>
<p>Non posso nascondere di essermi sorpreso quando qualche giorno fa ho letto che, per dare un contributo alla liberalizzazione della nostra economia, <a href="http://it.reuters.com/article/itEuroRpt/idITLDE6581EL20100609" target="_blank">bisognava</a> assolutamente <a href="http://www.leragioni.it/2010/06/14/tremonti-alla-cisl-cambiare-gli-art-41-e-118-cost/" target="_blank">modificare</a> l’articolo <a href="http://www.quirinale.it/qrnw/statico/costituzione/costituzione.htm" target="_blank">41</a> della nostra Costituzione. Anche se già lo conoscevo, mi sono tuttavia preso cura di rileggere il suddetto articolo che, come tutti gli articoli della prima parte della nostra Carta fondamentale, brilla per semplicità e chiarezza. Esso scrive che “l’iniziativa privata è libera”. E aggiunge semplicemente che “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale e in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà (opportuna questa insistenza sulla libertà) e alla dignità umana”. Come ovvio completamento, l’articolo aggiunge che “La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.</p>
<p>Terminata questa lettura mi sono messo il cuore in pace, nella sicurezza che né la lettera né lo spirito di quest’articolo mai avrebbero messo in rischio o semplicemente resa più difficile la libertà di intrapresa in quanto in qualsiasi sistema, anche nel più liberista, la legge ha il compito di dettare le norme di comportamento perché l’esercizio dell’attività economica non rechi danno all’esercizio dei diritti dei cittadini, sia che essi si organizzino in forma individuale che associata.</p>
<p>Tutti noi abbiamo infatti il diritto di essere tutelati dalla legge riguardo ai requisiti igienici o sanitari di un prodotto o della pericolosità di un giocattolo, così come in ogni parte del mondo i lavoratori e gli imprenditori trovano nella legge (italiana o europea) i diritti e gli obblighi che derivano dall’esercizio della propria attività. È peraltro evidente che, se esistono regolamentazioni eccessive, queste possono e debbono essere eliminate dall’attività legislativa, affidata all’iniziativa del Governo e del Parlamento.</p>
<p>Assolta la Costituzione da qualsiasi colpa in materia, mi è sorto il sospetto che potesse essere stata la Corte Costituzionale, attraverso le sue interpretazioni, ad impedire una maggiore liberalizzazione della nostra economia. Ho letto tuttavia a questo proposito un <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-06-08/meno-lacci-centra-carta-080400.shtml?uuid=AYAV7qwB" target="_blank">esauriente articolo</a> dell’ex presidente della corte Valerio Onida che dimostra che mai la corte in tutta la sua storia ha dichiarato l’illegittimità di una legge liberalizzatrice e che, al contrario, esistono numerose decisioni che hanno rimosso limiti ingiustificati alla libertà di iniziativa contenuti nelle leggi nazionali o in quelle regionali.</p>
<p>Tranquillizzato su tutti i fronti, ho quindi ritenuto la proposta come un semplice errore o come un ormai rituale messaggio di avversione allo spirito (visto che non è possibile farlo alla lettera) della nostra Costituzione.</p>
<p>L’ipotesi dell’inconsapevole errore è stata poi esclusa dal fatto che il presidente del Consiglio è <a href="http://it.notizie.yahoo.com/4/20100609/tts-oittp-berlusconi-imprese-costituzion-ca02f96.html" target="_blank">ritornato</a> ripetutamente sull’argomento ribadendo la necessità di una riforma dello stesso articolo 41, alla quale proposta, per abbondanza, il ministro dell’Economia, <a href="http://www.adnkronos.com/IGN/News/Economia/Imprese-Tremonti-modificare-articoli-41-e-118-della-Costituzione_535847493.html" target="_blank">ha aggiungo</a> ieri l’altrettanto inutile proposta di abolire l’altrettanto innocuo articolo <a href="http://www.quirinale.it/qrnw/statico/costituzione/costituzione.htm" target="_blank">118</a> della Costituzione.</p>
<p>Non riuscendo a raggiungere altre spiegazioni razionali per simili comportamenti, sono ricorso alla mia esperienza passata quando, insieme con l’allora ministro Bersani, ci accingemmo a fare un <a href="http://www.sviluppoeconomico.gov.it/pdf_upload/documenti/phpvUTxo4.pdf" target="_blank">programma sistematico e generalizzato di liberalizzazioni</a> e mi è facilmente saltato alla memoria il <a href="http://www.denaro.it/VisArticolo.aspx?IdArt=482648&amp;KeyW=" target="_blank">panorama</a> di <a href="http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2006/07_Luglio/18/farmacia.shtml" target="_blank">impressionanti</a> <a href="http://www.rainews24.rai.it/it//news_print.php?newsid=62713" target="_blank">proteste</a> che ci veniva dalla piazza. E ricordo benissimo che nessuno agitava il libretto della Costituzione ma cartelli minacciosi nei confronti del Governo come risposta corale e violenta alla presunta violazione delle prerogative, dei diritti e dei privilegi delle categorie interessate. Ed allora mi sorge il sospetto che l’accusa rivolta alla Costituzione e l’inutile scelta di un <a href="http://it.notizie.yahoo.com/19/20100610/tbs-cdm-lunga-discussione-su-modifiche-a-7e999a9.html" target="_blank">cammino tortuoso</a> per procedere alla semplice riduzione di lacci e laccioli sia il comprensibile desiderio di evitare le rumorose manifestazioni e le <a href="http://www.asca.it/news-CRISI__MARCEGAGLIA__BENE_TREMONTI_SU_MODIFICA_ART_41_COSTITUZIONE-921720-ora-.html" target="_blank">reazioni</a>, anche spesso incontrollate, delle <a href="http://www.adnkronos.com/IGN/News/Economia/Imprese-Confartigianato-condividiamo-modifica-art41-Costituzione_514890078.html" target="_blank">infinite categorie</a> e <a href="http://www.libero-news.it/news/431126/Imprese__Guidi__modifica_art_____Costituzione_puo__avere_effetti_molto_positivi.html" target="_blank">corporazioni</a> che su questi lacci prosperano non da decenni ma da secoli.</p>
<p>E vorrei anche aggiungere che, sempre secondo la mia esperienza, lo scontento e le pressioni non prendono solo la via dell’opposizione, ma anche le insidiose strade degli alleati di governo. In poche parole, a fare sul serio queste riforme, si perdono consensi e voti. Posso in coscienza dire che le abbiamo ugualmente portate avanti, pur con la piena consapevolezza delle possibili conseguenze negative, anche se non arrivo al punto di affermare che il mio Governo sia caduto esclusivamente per questo motivo.</p>
<p>Auguro quindi buon lavoro al ministro Tremonti. Sulle conseguenze sul Governo veda lui.</p>
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		<title>Un accordo forte fra tutti i Paesi europei per uscire dalla crisi</title>
		<link>http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/quel-vuoto-politico-che-nutre-la-crisi_1672.html</link>
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		<pubDate>Sat, 05 Jun 2010 07:21:42 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Quel vuoto politico che nutre la crisi
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 05 Giugno 2010
Come non ho mai creduto nella catastrofe, così non ho mai creduto che l’uscita dalla crisi fosse rapida e indolore. Stiamo ancora camminando nel fondo del catino. Essendo sul fondo non penso peggioreremo la nostra situazione, ma avremo da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/06/crisi-mondo.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1674" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/06/crisi-mondo.jpg" alt="" width="369" height="325" /></a>Quel vuoto politico che nutre la crisi</p>
<p>Articolo di Romano Prodi su <a href="http://carta.ilmessaggero.it/view.php?data=20100605&amp;ediz=20_CITTA&amp;npag=1&amp;file=PRODI_40.xml&amp;type=STANDARD" target="_blank"><strong>Il Messaggero</strong></a> del 05 Giugno 2010</p>
<p>Come <a href="http://www.romanoprodi.it/interviste/prodi-ora-basta-con-la-follia-ma-l%E2%80%99europa-non-e-al-collasso_1471.html" target="_blank">non ho mai creduto</a> nella catastrofe, così <a href="http://www.romanoprodi.it/interviste/la-speculazione-e-forte-quando-la-politica-e-debole_1648.html" target="_blank">non ho mai creduto</a> che l’uscita dalla crisi fosse rapida e indolore. Stiamo ancora camminando nel fondo del catino. Essendo sul fondo non penso peggioreremo la nostra situazione, ma avremo da camminare ancora molto prima di uscire dall’acqua.<br />
Questo non per una fatale necessità ma perché la mancanza di accordo tra le politiche dei vari Paesi europei ha reso la ripresa più difficile e lontana.</p>
<p>Fino allo scoppio della <a href="http://www.romanoprodi.it/interviste/la-grecia-e-lue-il-commento-di-romano-prodi_1462.html" target="_blank">crisi finanziaria greca</a> lo scenario era quello di una lentissima crescita (appunto il fondo del catino), ma senza l’adozione di politiche di bilancio eccessivamente restrittive. Arrivata la crisi finanziaria greca, grave per le colpe che l’hanno causata ma modesta per dimensione e quindi facilmente risolvibile, è mancato un rapido accordo sulle decisioni da prendere. Soprattutto è mancato il coordinamento della politica fiscale fra i diversi Paesi europei.</p>
<p>Ognuno si è presentato diviso e la speculazione ha cominciato a infilare ad una ad una le nazioni più deboli, con la vecchia strategia degli Orazi e Curiazi a noi ben nota fin dalla scuola elementare. Come sempre succede quando ognuno pensa solo per se stesso si è assistito a veri e propri scontri verbali fra i politici dei diversi Paesi, creando in tutti i media mondiali che l’Europa fosse fatalmente divisa fra Sud e Nord, fra Paesi virtuosi e Paesi viziosi, fra cicale e formiche, con quale messaggio di solidarietà ognuno può facilmente immaginare.</p>
<p>A questo punto, dovendosi difendere da soli, tutti hanno dovuto adottare misure finanziarie severe e politiche di bilancio più restrittive, mentre diveniva chiaro che la politica monetaria avrebbe dovuto mantenere a lungo bassi tassi di interesse.</p>
<p>Le restrizioni di bilancio sono state dappertutto più rapide e severe del previsto, dato che nessuno poteva permettersi di essere il più debole di fronte agli attacchi della speculazione. Con le sue necessarie frenate ogni Paese ha finito col danneggiare la ripresa degli altri. Per spiegarlo in parole più semplici, il settore pubblico ha trasformato la necessità di aggiustamento del proprio bilancio in un minore potere d’acquisto dei suoi cittadini. I quali, costretti a diminuire il proprio potere d’acquisto, hanno reso la crisi ancora più grave. In questo stato di incertezza la speculazione impazza, come è accaduto nei mercati borsistici della settimana che è terminata ieri e che ha visto <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2010-06-04/piazza-affari-lieve-rialzo-091200.shtml?uuid=AYFBRnvB" target="_blank">colpire azioni e obbligazioni</a> con una forza raramente vista in passato, in un susseguirsi senza fine di incontrollate voci e indiscrezioni, ma senza che alcun elemento concretamente verificabile rendesse giustificabile questo panico.</p>
<p>L’unico aspetto positivo di questo stato confusionale è che, nella previsione di un prolungamento della crisi e nell’ipotesi del mantenimento per il prevedibile futuro di bassi tassi di interesse, l’<a href="http://www.milanofinanza.it/news/dettaglio_news.asp?id=201006041410045243&amp;chkAgenzie=TMFI&amp;sez=news&amp;testo=&amp;titolo=Euro/dollaro%20sui%20minimi%20a%20un%20passo%20da%201,20" target="_blank">Euro ha perso</a> sempre più valore fino ad arrivare ieri intorno a 1,20 rispetto al dollaro, cedendo in poche settimane oltre il 15% nei confronti della moneta americana.</p>
<p>Un ritorno dell’Euro verso livelli di cambio meno sfavorevoli aiuterà certamente le nostre esportazioni nei confronti del resto del mondo ma questo vantaggio si trasferisce all’economia solo lentamente, mentre la politica di restrizione fiscale agisce in tempi rapidissimi, anche in conseguenza dell’incertezza che rende tutti più esitanti e paurosi riguardo ad ogni decisione di acquisto o di investimento.</p>
<p>Eppure, anche in questi concitati momenti, è apparso chiaramente che l’esistenza dell’Euro <a href="http://www.manageronline.it/articoli/vedi/2419/fmi-litalia-cresce-poco-ma-e-virtuosa-sui-conti/" target="_blank">giova a tutti</a>, a cominciare dalla Germania che, solo negli ultimi dodici mesi, ha visto un attivo della propria bilancia commerciale di 207 miliardi, di cui oltre la metà nei confronti degli altri Paesi dell’Euro. Ed i governanti tedeschi sanno benissimo che, in mancanza della moneta comune, le svalutazioni competitive, oltre che portare un definitivo caos nella vita economica di tutti i Paesi europei, farebbero sparire in un attimo il surplus tedesco. Ed i banchieri francesi e tedeschi sanno altrettanto bene quale sarebbe la fine delle obbligazioni greche o di altri Paesi attaccati dalla speculazione che essi posseggono copiosamente nei loro portafogli.</p>
<p>Ed infine è ben noto a tutti che, se vi fosse una forte volontà di cooperazione, i fondi mobilitati dai sedici Paesi dell’Euro per una politica di reciproco soccorso sono più che sufficienti per bloccare ogni speculazione, come sono stati sufficienti negli Stati Uniti di fronte a squilibri finanziari ben più preoccupanti.</p>
<p>Quello di cui abbiamo bisogno è solo un accordo forte e senza riserve fra i Paesi europei, un accordo che deve essere guidato e condotto in porto dalla Germania e dalla Francia.</p>
<p>Ci attendiamo quindi che i governanti dei maggiori Paesi europei si assumano la responsabilità di prendere immediatamente le decisioni che possono mettere fine alla speculazione e all’incertezza dei mercati. Il vuoto della politica sta pericolosamente allungando la crisi economica: è tempo che questo vuoto venga colmato.</p>
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		<title>La speculazione è forte quando la politica è debole</title>
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		<pubDate>Fri, 28 May 2010 14:37:43 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Prodi: «La Tobin tax è un&#8217;idea giusta. Ma va applicata su scala planetaria»
Intervista di Vittorio Carlini a Romano Prodi su Il Sole 24 Ore.com del 28 maggio 201
«Da un lato i mercati finanziari sono di fatto globalizzati; dall&#8217;altro gli strumenti per regolarli hanno ancora una dimensione locale, nazionale. E&#8217; questa la contraddizione che ci ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/05/small-world.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1651" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/05/small-world.jpg" alt="" width="400" height="400" /></a>Prodi: «La Tobin tax è un&#8217;idea giusta. Ma va applicata su scala planetaria»</p>
<p>Intervista di Vittorio Carlini a Romano Prodi su <strong><a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-05-28/prodi-speculazione-forte-quando-104100.shtml?uuid=AYWxMvtB" target="_blank">Il Sole 24 Ore.com</a></strong> del 28 maggio 201</p>
<p>«Da un lato i mercati finanziari sono di fatto globalizzati; dall&#8217;altro gli strumenti per regolarli hanno ancora una dimensione locale, nazionale. E&#8217; questa la contraddizione che ci ha portato alla crisi». Romano Prodi, raggiunto al telefono nella sua casa di Bologna, non fa troppi sconti. Il Professore non nasconde le sue preoccupazioni: il futuro, perlomeno nell&#8217;immediato, non è roseo. «Questa dicotomia – dice &#8211; non sarà risolta in tempi brevi. Non vedo uno slancio, uno scatto in avanti in favore di una regolamentazione a livello mondiale».</p>
<p><em>Il problema della finanza è una conseguenza del più ampio fenomeno della globalizzazione…</em></p>
<p>La globalizzazione, in generale, sta provocando il cambiamento della sovranità nazionale. I mercati finanziari sono una parte del discorso. Lo <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Westphalian_sovereignty" target="_blank">stato westfaliano</a>, come noi lo conosciamo, è oggetto di profondi mutamenti: è perforato da continui vasi comunicanti, essenzialmente per una duplice causa.</p>
<p><em>Vale a dire?</em></p>
<p>In primis, c&#8217;è il forte aumento del peso di istituzioni sovranazionali, quali per esempio l&#8217;Unione europea. Poi ci sono strumenti non istituzionali, come appunto le Borse e i mercati finanziari. Questi ultimi, però, sono guidati da forze non regolate in maniera sufficiente. E qui sta il guaio: fino a quando non lo affrontiamo, assisteremo al succedersi di altre crisi, di altri periodi di difficoltà.</p>
<p><em>Eppure, almeno a livello di dichiarazioni, c&#8217;è chi continua a richiamare il tema della riforma sistemica…</em></p>
<p>Sì, ma manca la politica. Non vedo all&#8217;orizzonte un forte accordo per il cambiamento. Fino all&#8217;aprile dell&#8217;anno scorso, si spingeva per una regolamentazione di tipo globale. Pian piano, le ambizioni sono diminuite; si è preferito ripiegare su argomentazioni di carattere tecnico, sulla soluzione di singoli aspetti del problema. Per carità, proposte pur sempre importanti ma che non affrontano il &#8220;peccato originale&#8221;, non risolvono alla radice la contraddizione. Basta vedere quello che è successo per la <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Tobin_Tax" target="_blank">Tobin tax</a>.</p>
<p><em>Cosa intende dire?</em></p>
<p>In sé è una buona idea. Ma se non viene condivisa da tutti, se non c&#8217;è uno scatto in avanti della politica che la impone a livello planetario non ha senso. Può essere aggirata sempre e comunque, passando per qualche <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Paradiso_fiscale" target="_blank">isola del Caimano</a>.</p>
<p><em>Ma le regole sono veramente sufficienti a riportare nei giusti limiti un capitalismo finanziario che ha messo in atto la fuga in avanti?</em></p>
<p>Le regole sono tutto. Io parlo di accordi tra istituzioni, governi, organi che devono farle rispettare. La speculazione è forte quando la politica è debole. Se nel caso della Grecia avessimo avuto una politica con legami precisi, accordi precisi, strumenti precisi gli speculatori avrebbero preso una bastonata tale da ricordarsela per molto tempo.</p>
<p><em>Rimanendo sulla scala mondiale, molti auspicano una maggiore collaborazione tra Europa e Stati Uniti…</em></p>
<p>Su questi temi sarebbe utile arrivare ad una grande alleanza tra le due sponde dell&#8217;oceano Atlantico. Tuttavia, non credo che il governo di Washington sia in grado di prendere una simile iniziativa e le capitali europee non mi sembrano unite tra loro.</p>
<p><em>Perché pensa che il presidente Barack Obama non sia in grado di farsi promotore di un simile disegno?</em></p>
<p>Il mondo politico americano è diviso. Nel recente passato, soprattutto sul tema della finanza, ci sono state molte grida ma non grandi passaggi concreti. Non vedo un&#8217;idea che possa portare, per esempio, a dar vita ad una nuova <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Conferenza_di_Bretton_Woods" target="_blank">Bretton Woods</a>: cioè ad un grande accordo a livello mondiale. La conferenza, avviata nel 1944, avvenne in un momento in cui gli Stati Uniti potevano esercitare una forte leadership. Fu preparata da due anni di dicussioni. E poi, allora, il mondo era più piccolo: adesso bisogna coinvolgere molti più stati. Oggi come oggi solo il <a href="http://www.g20.org/" target="_blank">G20</a> potrebbe convocare, per il medio termine, un simile consesso. Tuttavia non vedo una spinta reale in tal senso. Non vorrei sembrare troppo pessimista, ma bisogna leggere la realtà con molta serietà.</p>
<p><em>Insomma, la politica non c&#8217;è. Per quale motivo?</em></p>
<p>Perché siamo in una fase ancora arretrata di cooperazione internazionale. Ci sono troppi players che vogliono giocare le loro carte. Gli stati nazionali hanno le loro prerogative, le loro regole cui non vogliono rinunciare. A ben vedere, non esiste un colpevole preciso. E&#8217; la storia che va avanti: già nel passato abbiamo vissuto periodi di grande mutamento, e nel futuro ce ne saranno altri. Di certo, però, la soluzione non è tornare al protezionismo. I mercati dei beni e quelli finanziari devono restare aperti, collegati tra loro e permettere una vita economica dinamica. Chiuderli significherebbe solo peggiorare le cose: il mondo tornerebbe verso la miseria e la guerra.</p>
<p><em>Passando a un piano più limitato, quello dell&#8217;Unione europea, dopo lo scoppio della crisi greca abbiamo assistito ad accenni di maggiore integrazione: nell&#8217;ipotesi di riforma del patto di stabilità è ipotizzato, per esempio, che i bilanci statali possano sottostare a una valutazione ex ante del Consiglio europeo. Un passo che condivide?</em></p>
<p>Sì e mi auguro che, dopo la crisi, i provvedimenti adottati spingano ancora di più in questa direzione. La politica monetaria comune deve essere affiancata da una politica economica coordinata sui grandi temi. Altrimenti, la situazione non può più reggere a lungo.</p>
<p><em>Quest&#8217;impostazione, giocoforza, conduce alla limitazione della sovranità nazionale nella politica fiscale…</em></p>
<p>Credo che, sui grandi capitoli economici, sia un processo inevitabile. Poi, voglio essere chiaro. Se la domanda è: dev&#8217;esserci un sistema sanitario europeo? Bé, rispondo con forza di no. Il principio di sussidiarietà è una cosa seria e i servizi ospedalieri debbono rimanere vicino ai cittadini. Un discorso analogo può farsi, ad esempio, per lo stato sociale: seppure può immaginarsi un coordinamento tra gli stati, la sua organizzazione resta un tema di livello locale. E&#8217; compito della politica individuare e definire cosa è nazionale e cosa sovranazionale.</p>
<p><em>In tal senso è stata fatta la proposta di un&#8217;agenzia di rating europea, un progetto sensato?</em></p>
<p>Si tratta di un problema serio. Già parecchi anni fa non avevo una grande considerazione di queste società: vedevo come davano i voti. E, poi, se il loro giudizio dev&#8217;essere considerato oggettivo perché pubblicarlo a mercati aperti? Senza dimenticare, inoltre, il tema del conflitto d&#8217;interessi. Ciò detto, non sono favorevole ad un&#8217;agenzia europea che non potrebbe limitarsi a valutare non solo il debito sovrano ma anche i bond aziendali.</p>
<p><em>Una soluzione potrebbe essere quella di rafforzare la Bce, attribuendogli un potere di valutazione sul merito di credito…</em></p>
<p>E&#8217; un discorso serio. La <a href="http://www.ecb.int/ecb/html/index.it.html" target="_blank">Bce</a> è indipendente e risponde, in definitiva, all&#8217;opininione pubblica europea. Il tema del rafforzamento degli organi comunitari è rilevante. Penso, per esempio, ad Eurostat: che senso ha poter verificare solamente la bottom line di un bilancio, quando non puoi analizzare se gli addendi da cui deriva sono falsi oppure no. Torniamo al tema della maggiore integrazione e coordinamento, sempre però su i grandi capitoli economici</p>
<p><em>Insomma… Lei è un glocal</em></p>
<p>Certo che sì. Da tutta una vita sono <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Glocalizzazione" target="_blank">glocal</a>; quando ero presidente della Commissione europea ho tenuto la mia famiglia e le mie radici ben salde a Bologna, la mia terra.</p>
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		<title>Manovra: il coraggio di essere impopolari</title>
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		<pubDate>Sun, 23 May 2010 07:24:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Manovra: il coraggio di essere impopolari
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 23 Maggio 2010
Una manovra correttiva è sempre un esercizio difficile. Lo è ancora di più quando si è incessantemente ripetuto che non vi è niente da correggere. Comunque, visto che le correzioni sono necessarie, è bene farle in fretta, in modo da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/05/Tremonti1.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1599" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/05/Tremonti1.jpg" alt="" width="273" height="300" /></a>Manovra: il coraggio di essere impopolari</p>
<p>Articolo di Romano Prodi su <strong><a href="http://carta.ilmessaggero.it/view.php?data=20100523&amp;ediz=20_CITTA&amp;npag=1&amp;file=PRODII_41.xml&amp;type=STANDARD" target="_blank">Il Messaggero</a></strong> del 23 Maggio 2010</p>
<p>Una manovra correttiva è sempre un esercizio difficile. Lo è ancora di più quando si è <a href="http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/economia/2010/04/08/visualizza_new.html_1760693607.html" target="_blank">incessantemente ripetuto</a> che non vi è niente da correggere. Comunque, visto che le <a href="http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=29407&amp;sez=HOME_ECONOMIA&amp;npl=&amp;desc_sez=" target="_blank">correzioni sono necessarie</a>, è bene farle in fretta, in modo da renderci più tranquillamente a riparo dalle tempeste che in questi giorni impazzano in Europa.</p>
<p>La fretta non può tuttavia esimerci dal tenere conto di alcuni principi fondamentali che riguardano le conseguenze della manovra stessa sulle condizioni di vita degli italiani, anche perché si parla di <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Editrice/IlSole24Ore/2010/05/21/Economia%20e%20Lavoro/1_E.shtml?uuid=15bd846a-649e-11df-87da-3032239fa3f5&amp;DocRulesView=Libero" target="_blank">almeno 27 miliardi di euro</a>, una somma cospicua, riguardo alla quale non è certo indifferente vedere dove questi soldi vengono presi.<br />
Partiamo dalla constatazione che in quasi tutti i paesi sviluppati il lavoro ha perso progressivamente terreno nella distribuzione del reddito ma che in Italia questa perdita è stata superiore a quella degli altri. Negli ultimi quindici anni la quota di <a href="http://www.istat.it/fmi/ITALY-NSDP.html" target="_blank">Pil</a> che va a remunerare il fattore lavoro ( pensioni comprese) è calata di otto punti percentuali. Essa è passata dal 77 al 69% : un calo enorme che, in cifra assoluta,si colloca intorno ai 130 miliardi di euro.</p>
<p>Questo calo ci ha portato in linea con gli altri Paesi avanzati ma con una grande differenza di fondo. La differenza sta nel fatto che, di fronte a una quota di <a href="http://www.istat.it/salastampa/comunicati/in_calendario/contitri/20100310_00/testointegrale20100310.pdf" target="_blank">Pil</a> del 69%, il lavoro contribuisce all’insieme dell’entrate tributarie per oltre l’80%. Possiamo perciò ragionevolmente stimare che in Italia il lavoro paghi quasi 50 miliardi di tasse in più rispetto alla quota di reddito percepita. Si tratta di una redistribuzione rovesciata rispetto a paesi come la Francia e la Germania che, attraverso lo strumento fiscale, trasferiscono risorse nette al lavoro. Il tutto, naturalmente, senza tenere conto dell’evasione che, in via prudenziale, è stimata intorno ai 100 miliardi e che è generata dal lavoro per una quota nettamente inferiore al 69%. Anche in conseguenza dell’evasione la quota del lavoro si vede perciò sottrarre ulteriori margini di reddito.</p>
<p>È chiaro che non è compito della così detta manovra aggiuntiva sanare questi squilibri, che sono anche la conseguenza della globalizzazione e di nuovi rapporti di forza nell’ambito internazionale. Penso tuttavia che il ministro dell’Economia, invece di rincorrere disperatamente tanti diversi addendi per arrivare all’agognata somma di 27 miliardi, farebbe bene a meditare su queste peculiarità e, sensatamente, a considerare l’opportunità di utilizzare questa contingenza per iniziare a restringere una divaricazione ormai insostenibile. Capisco che questo non è un obiettivo facile, soprattutto in un momento storico in cui il lavoro dipendente, pubblico o privato che sia, viene considerato come qualcosa di incidentale, da cui la storia si sta allontanando.</p>
<p>Dobbiamo inoltre convenire che molte regole del lavoro debbono essere cambiate in modo da rendere i lavoratori stessi più responsabili e più produttivi, ma questo non può avvenire attraverso un processo di marginalizzazione anche economica del lavoro stesso. E dobbiamo pure convenire che i lavoratori privilegiati e protetti debbono dare un doveroso contributo per farci uscire dalle difficoltà in cui siamo, ma non possiamo illuderci che il necessario sacrificio di ventimila pubblici dipendenti possa essere decisivo per il risanamento delle finanze pubbliche. L’esempio è importante in una società democratica ed è quindi giusto che anche la classe politica dia il suo contributo, come in analoghe circostanze avevo deciso diminuendo, rapidamente ed in silenzio, le remunerazioni dei ministri di ben il 30%. Questi passi nobili e necessari hanno effetti quantitativi assai scarsi di fronte ai grandi mutamenti a cui stiamo assistendo e di fronte alle necessità del Paese.</p>
<p>Non avendo oggi alcuna possibilità di sapere come questi 27 miliardi saranno raccolti ed avendo ragionati dubbi che la quasi totalità di essi possa venire da generici risparmi della spesa, mi sembra opportuno che il ministro dell’Economia si ponga almeno l’obiettivo di non squilibrare ulteriormente la distribuzione del reddito. Non è certo un compito facile soprattutto quando si è <a href="http://www.tgcom.mediaset.it/politica/articoli/articolo303760.shtml" target="_blank">abolita l’Ici</a> anche per le categorie di reddito più elevate e quando ogni suggerimento di usare le imposte a scopo almeno parzialmente redistributivo viene ritenuto un modo illegittimo di mettere le mani in tasca agli italiani. D’altra parte il mestiere del ministro dell’Economia non è mai stato un mestiere popolare. Tuttavia i peggiori ministri sono sempre stati quelli che hanno cercato la popolarità ad ogni costo.</p>
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		<title>Euro al bivio: o maggiore coordinazione delle politiche economiche o sciglimento</title>
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		<pubDate>Sat, 22 May 2010 08:55:25 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Articolo di Romano Prodi su Il Sole 24 Ore del 22 maggio 2010
Quando è stato creato l&#8217;euro, tutti sapevano che, prima o poi, si sarebbe verificata una crisi. Era inevitabile, infatti, che nell&#8217;ambito di un progetto così ambizioso e senza precedenti in alcuni paesi (perfino nei più virtuosi) si sarebbe commesso qualche errore o si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/05/euro-money.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1605" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/05/euro-money.jpg" alt="" width="282" height="425" /></a>Articolo di Romano Prodi su <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Editrice/IlSole24Ore/2010/05/22/Italia/15_B.shtml?uuid=e40a7250-6567-11df-87da-3032239fa3f5&amp;DocRulesView=Libero" target="_blank"><strong>Il Sole 24 Ore</strong></a> del 22 maggio 2010</p>
<p>Quando è stato <a href="http://www.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/sezioni/sala_stampa/speciali/cittadini_europa/scheda_14692.html" target="_blank">creato l&#8217;euro</a>, tutti sapevano che, prima o poi, si sarebbe verificata una crisi. Era inevitabile, infatti, che nell&#8217;ambito di un progetto così ambizioso e senza precedenti in alcuni paesi (perfino nei più virtuosi) si sarebbe commesso qualche errore o si sarebbe verificato un evento imprevisto. Altrettanto chiaro, come ho detto anche in passato, è che il Patto di stabilità e di crescita era &#8220;stupido&#8221;, non perché avesse finalità sbagliate, ma perché si basava su parametri meramente matematici, senza potere discrezionale alcuno, senza strumento politico in grado di farlo rispettare. Germania e Francia sono stati i primi paesi a violarlo, quantunque non in modo destabilizzante: i loro ministri delle Finanze hanno semplicemente deciso di non tener conto delle obiezioni della Commissione europea (verosimilmente perché erano &#8220;troppo grandi per poter fallire&#8221;).</p>
<p>A causa delle difficoltà politiche, non è stato possibile proteggere l&#8217;euro. Per anni ho messo in guardia dal fatto che, benché non sia imputabile a nessuno in particolare, si sarebbero potuti verificare alcuni eventi straordinari che avrebbero costretto a una coordinazione condivisa delle politiche fiscali. Poi è subentrata la <a href="http://www.borsaitaliana.it/notizie/sotto-la-lente/crisi-grecia.htm">crisi greca</a>, seria per ciò che riguarda le violazioni che l&#8217;hanno provocata, ma facilmente risolvibile, se si tiene conto delle modeste dimensioni dell&#8217;economia di quel paese.</p>
<p>Nondimeno è venuto a mancare un intervento tempestivo, che di fatto ha reso impossibile raggiungere un accordo in tempi rapidi in materia di disciplina fiscale. Le <a href="http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/201005articoli/54802girata.asp" target="_blank">elezioni</a> nello stato tedesco del Nord Reno-Westfalia hanno differito la presa di coscienza che la crisi greca rappresentava un&#8217;opportunità notevole per prendere i provvedimenti necessari in direzione di una governance economica che non era possibile quando fu creato l&#8217;euro. Ciò comporta la creazione di nuove istituzioni o enti che possano monitorare i budget degli stati membri, imporre la disciplina fiscale e sanzioni per chi viola ripetutamente le normative in questione.</p>
<p>Molti paesi, tuttavia, ancora adesso non sono disponibili a effettuare un cambiamento così radicale in materia di sovranità economica, anche se un&#8217;eventuale crisi (e non necessariamente quella greca) è stata argomento al centro di ricorrenti discussioni negli ambienti politici e universitari.</p>
<p>Ci troviamo pertanto a un bivio. L&#8217;unica alternativa a una maggiore coordinazione delle politiche economiche è lo scioglimento dell&#8217;euro: ciò infliggerebbe però un colpo devastante al progetto europeo e, per la Germania, sarebbe particolarmente rovinoso. Malgrado la ristrutturazione avvenuta negli ultimi dieci anni, la competitività tedesca sarebbe fortemente ridimensionata da svalutazioni monetarie nei paesi periferici della zona euro. Di conseguenza, le sue eccedenze commerciali si prosciugherebbero in poco tempo.</p>
<p>A suo tempo <a href="http://www.repubblica.it/online/fatti/rifondazione/prodi/prodi.html" target="_blank">mi adoperai</a> moltissimo per far<a href="http://www.romanoprodi.it/notizie/litalia-era-pronta-a-entare-nelleuro-da-subito-nessun-tentativo-di-rinvio_1515.html" target="_blank"> entrare l&#8217;Italia</a> nella zona euro, per dare al mio paese la disciplina di cui necessitava, per porre fine alla sfilza di continue svalutazioni monetarie che avevano reso fragile la sua economia e pregiudicato le sue finanze pubbliche, malgrado la presenza di un forte settore manifatturiero.</p>
<p>Considero pertanto le recenti decisioni prese a Bruxelles un passo importantissimo in direzione di una creazione graduale del federalismo fiscale europeo. Mettere insieme le risorse dei paesi dell&#8217;Eurozona e della Commissione con quelle della Bce è un progresso notevole rispetto al Patto di stabilità e di crescita. Di fatto, la creazione di enti in grado di operare preventivamente e intervenire con successo implicherebbe che il Patto è stato ormai sostituito da un coordinamento più efficace.</p>
<p>La parte più rilevante del nuovo <a href="http://www.unita.it/notizie_flash/109445/eurozona_messi_a_punto_i_dettagli_del_fondo_di_stabilizzazione" target="_blank">Fondo di stabilizzazione europea</a> &#8211; del valore di 440 miliardi di euro &#8211; è formata dai fondi nazionali di 16 paesi della zona euro ed è limitata a tre anni; ma noi tutti sappiamo quanto sia difficile tirarsi indietro rispetto a un obbligo simile.</p>
<p>Sebbene le divisioni politiche e i ritardi nel processo decisionale abbiano indebolito fortemente l&#8217;euro e innescato grande scompiglio nei mercati, la decisione di puntellarlo con una collaborazione finanziaria vicendevole è un considerevole passo avanti.</p>
<p>Incertezze continueranno a esserci, perché molti aspetti operativi legati all&#8217;attuazione delle decisioni prese hanno ambiti e contorni alquanto ampi. Tuttavia, la Bce, la Commissione e la maggior parte dei paesi europei hanno ricevuto poteri più forti, incarichi e responsabilità maggiori e di più vasta portata rispetto al passato, e i mercati ne terranno sicuramente conto.</p>
<p>Resta da capire come si concretizzeranno questi poteri, nel momento in cui vari paesi devono affrontare l&#8217;irrequietezza politica e in qualche caso veri e propri disordini tra la popolazione in conseguenza dei provvedimenti d&#8217;austerità varati. Nondimeno, anche se questo intervento di salvataggio è arrivato in ritardo rispetto a quanto sperato, con una spesa estremamente più alta, dopo che è stato arrecato un danno all&#8217;immagine dell&#8217;Europa, adesso l&#8217;Unione Europea ha imboccato la rotta giusta. L&#8217;accordo di Bruxelles dimostra che non esiste alternativa positiva all&#8217;euro.</p>
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