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	<title>Romano Prodi &#187; lavoro</title>
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	<description>Pagine del sito del prof. Romano Prodi</description>
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		<title>L&#8217;agenda del nuovo Ministro dello Sviluppo: Mercato e Stato, la sfida del rilancio si gioca in due</title>
		<link>http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/lagenda-del-nuovo-ministro-dello-sviluppo-mercato-e-stato-la-sfida-del-rilancio-si-gioca-in-due_1863.html</link>
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		<pubDate>Thu, 29 Jul 2010 08:43:15 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Fiat e il nuovo sistema industriale
Mercato e Stato, la sfida del rilancio si gioca in due
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 29 Luglio 2010
Anche negli ultimi giorni si continua a dibattere se siamo davvero usciti dalla crisi. E questa discussione andrà avanti ancora per un bel pezzo, perché quel poco di ripresa che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/07/imagoeconomica161987940607201732_big.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1864" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/07/imagoeconomica161987940607201732_big.jpg" alt="" width="372" height="263" /></a>Fiat e il nuovo sistema industriale</strong></p>
<p><strong>Mercato e Stato, la sfida del rilancio si gioca in due</strong></p>
<p>Articolo di Romano Prodi su <strong><a href="http://carta.ilmessaggero.it/view.php?data=20100729&amp;ediz=20_CITTA&amp;npag=1&amp;file=PROD_32.xml&amp;type=STANDARD" target="_blank">Il Messaggero</a> </strong>del 29 Luglio 2010</p>
<p>Anche negli ultimi giorni si continua a dibattere se siamo <a href="http://www.university.it/ultimora/vedi_rubrica.php?NEWS=ADN20100720174933.xml" target="_blank">davvero usciti</a> dalla crisi. E questa discussione andrà avanti ancora per un bel pezzo, perché quel poco di ripresa che c’è è ancora incerto, varia da settore a settore e non offre alcun segno di venire incontro alla caduta dell’occupazione, che è la conseguenza più seria e permanente della crisi economica.</p>
<p>Per questo motivo vorrei sottrarmi al difficile ma affascinante esercizio di fare previsioni per il futuro e riflettere sulle cose certe, sugli inevitabili cambiamenti della nostra economia e sulle decisioni da prendere, sperando che <a href="http://www.repubblica.it/economia/2010/07/23/news/berlusconi_nuovo_ministro_la_prossima_settimana-5781108/?ref=HREC1-3" target="_blank">nelle prossime ore</a> si materializzi <a href="http://www.repubblica.it/economia/2010/07/23/news/napolitano_ventaglio-5770417/?ref=HREC1-3" target="_blank">finalmente</a> un ministro dello Sviluppo in grado, per capacità tecniche e per indipendenza di giudizio, di accompagnare e guidare la necessaria trasformazione delle nostre strutture produttive.</p>
<p>La conseguenza (questa davvero indubitabile) della crisi è infatti la necessità di una trasformazione completa del nostro sistema produttivo, trasformazione che non può essere compiuta solo dal mercato o solo dallo Stato. Come è stato autorevolmente affermato in un recente dibattito, la crisi sta mettendo ancora più in rilievo che l’essenza dello sviluppo economico è la trasformazione strutturale, l’ascesa cioè di nuove industrie e di nuovi modi di produrre rispetto a quelli tradizionali e che questo non è un processo facile e non è un processo automatico. Esso richiede la convergenza di forze di mercato e di un robusto supporto governativo. Se il governo è troppo oppressivo, esso stronca l’imprenditorialità privata. Se esso è troppo distaccato, i mercati continuano a fare ciò che essi sanno fare al meglio, confinando il Paese alla sua specializzazione in prodotti tradizionali e settori a bassa produttività.</p>
<p>Il <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/ministero-per-lo-sviluppo-economico-unamnesia-nel-paese-dei-ritardi_1855.html" target="_blank">nuovo ministro dello Sviluppo</a> ha sul suo tavolo proprio questo grande compito, di aiutare le trasformazioni strutturali del nostro Paese, mobilitando imprese e governo.<br />
Lo dovrà fare in fretta, sapendo che dobbiamo contare principalmente sull’industria non solo perché siamo ancora il quinto Paese del mondo per produzione industriale assoluta e il secondo del mondo (dopo la Germania) per produzione industriale pro-capite, ma anche perché la nostra presenza nel terziario è molto più debole ed esige trasformazioni ancora più difficili.</p>
<p>Il primo riferimento della politica industriale dovrà essere naturalmente il mondo delle <a href="http://www.denaro.it/VisArticolo.aspx?IdArt=604418" target="_blank">Piccole e Medie Imprese</a>, dominanti per importanza in Italia, sia all’interno che al di fuori dei distretti industriali. Le direzioni nelle quali agire e gettare ogni aiuto e ogni incentivo sono ormai molto chiare e cioè la <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/tornare-a-investire-subito-nelle-scienze-della-vita-nelle-nuove-energie-e-nella-protezione-ambientale_931.html" target="_blank">Ricerca</a> e lo <a href="http://www.romanoprodi.it/interviste/attenti-ai-medici-che-non-conoscono-lammalato-reagire-alla-crisi-con-innovazione-e-ricerca_1506.html" target="_blank">Sviluppo</a>, il trasferimento tecnologico, la presenza nei mercati esteri (soprattutto quelli nuovi) la crescita dimensionale e l’innalzamento della qualità del capitale umano. Le nostre imprese hanno infatti una percentuale di ricercatori e di laureati nettamente inferiore a quella dei Paesi direttamente a noi concorrenti e sono troppo piccole per innovare ed essere presenti nei mercati esteri.</p>
<p>Vorrei perciò che il primo colloquio del nuovo ministro fosse con il suo collega responsabile dell’Istruzione per capire e fare capire come la moltiplicazione della conoscenza tecnica a tutti i livelli sia il requisito primario del nostro futuro sviluppo. La scuola tecnica non può più essere considerata marginale o residuale come avviene oggi. Anche se è certo che noi viviamo e vivremo al livello della nostra competenza tecnica, non mi sembra che questa realtà sia oggi una priorità né nel mondo politico, né in quello imprenditoriale o sindacale.</p>
<p>Non mi sembra né giusto né utile che quando si parla di decisioni per il futuro delle nostre imprese il discorso si fermi sempre alle pur importantissime “condizioni di contesto”, come la Pubblica amministrazione, le infrastrutture e le banche. Una seria politica industriale deve lavorare non solo sul “contesto” ma sull’innalzamento delle risorse umane e del modo di operare delle imprese.</p>
<p>Nell’ufficio ancora deserto del ministro vi è tuttavia qualcosa che riguarda una grande impresa, cioè il dossier <a href="http://www.ilsussidiario.net/Dossier/FIAT/" target="_blank">Fiat</a>. Finora tale dossier è stato trattato solo nei suoi pur importantissimi aspetti sociali ma esso cade in pieno nel capitolo delle <a href="http://www.affaritaliani.it/economia/fiat_marchionne_sindacati_fiom_disdetta29072010.html" target="_blank">trasformazioni strutturali</a> come obiettivo essenziale della nostra economia. È, cioè, compito del governo (come lo hanno fatto negli Stati Uniti, in Francia e in Germania) mettere attorno allo stesso tavolo sindacati e imprese per raggiungere gli obiettivi di flessibilità e innovazione che sono oggi indispensabili per operare nel mercato automobilistico internazionale. Come hanno dimostrato le esperienze degli altri Paesi, questo è un compito estremamente difficile ma se, come è avvenuto fino ad ora, ci si sottrae ad esso, la partita è certamente perduta.</p>
<p>Mi auguro quindi che il nuovo ministro arrivi in fretta e si metta subito al lavoro. E, soprattutto, gli auguro buon lavoro.</p>
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		<title>Incontro di Romano Prodi col vicepremier cinese Hui Liangyu e intervento alla National School of Governance ed al CEIBS</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Jul 2010 08:15:02 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[From June 28 to July 4 2010, Romano Prodi visited Beijing as a guest of the China Institute for International Strategic Studies (CIISS) to participate in an international conference on food safety. On this occasion, Romano Prodi had meetings with Hui Liangyu, China&#8217;s vice Prime Minister, and with General Chen Bingde, the current PLA&#8217;s Chief [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1813" class="wp-caption alignright" style="width: 342px"><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/07/2.jpg"><img class="size-full wp-image-1813   " title="July 1 2010, Romano Prodi and Chinese vice Prime Minister Hui Liangyu at the Great Hall of the People" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/07/2.jpg" alt="July 1 2010, Romano Prodi and Chinese vice Prime Minister Hui Liangyu at the Great Hall of the People" width="332" height="270" /></a><p class="wp-caption-text">July 1 2010, Romano Prodi and Chinese vice Prime Minister Hui Liangyu at the Great Hall of the People</p></div>
<p>From June 28 to July 4 2010, Romano Prodi visited Beijing as a guest of the China Institute for International Strategic Studies (CIISS) to participate in an international conference on food safety. On this occasion, Romano Prodi had meetings with Hui Liangyu, China&#8217;s vice Prime Minister, and with General Chen Bingde, the current PLA&#8217;s Chief of Staff.</p>
<div id="attachment_1814" class="wp-caption alignleft" style="width: 440px"><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/07/IMG_0248.JPG"><img class="size-large wp-image-1814  " title="July 3 2010, public panel discussion at CEIBS Beijing, from right to left : General Giuseppe Cucchi, Romano Prodi, General Xiong Guangkai, Ambassador Lu Qiutian and David Gosset." src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/07/IMG_0248-1024x682.jpg" alt="July 3 2010, public panel discussion at CEIBS Beijing, from right to left : General Giuseppe Cucchi, Romano Prodi, General Xiong Guangkai, Ambassador Lu Qiutian and David Gosset." width="430" height="286" /></a><p class="wp-caption-text">July 3 2010, public panel discussion at CEIBS Beijing, from right to left : General Giuseppe Cucchi, Romano Prodi, General Xiong Guangkai, Ambassador Lu Qiutian and David Gosset.</p></div>
<p>Romano Prodi delivered a<a href="http://www.nsa.gov.cn/cenep/portal/user/anon/page/NSAEnglish_CMS.page?metainfoId=81f24dd83fa546d4907cfda2f64753d1&amp;appId=00000000000000001264&amp;categoryCode=100" target="_blank"> speech</a> at the <a href="http://www.nsa.gov.cn/cenep/" target="_blank">National School of Governance</a> and participated in a public <a href="http://www.ceibs.edu/media/archive/54234.shtml" target="_blank">panel discussion</a> at the <a href="http://www.ceibs.edu/" target="_blank">China Europe International Business School</a> on the 21st century main geopolitical dynamics.</p>
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		<title>Salari e moneta. Ci sono tante novità in Cina</title>
		<link>http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/salari-e-moneta-ci-sono-tante-novita-in-cina_1713.html</link>
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		<pubDate>Mon, 21 Jun 2010 07:39:28 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 21 Giugno 2010
Per molti anni ci siamo abituati a pensare che, data l’illimitata offerta di mano d’opera, i salari cinesi sarebbero per sempre rimasti bassissimi, praticamente al livello di sussistenza. In effetti da quando, oltre trent’anni fa, la Cina ha deciso di irrompere nell’economia moderna, le cose [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1714" class="wp-caption alignright" style="width: 430px"><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/06/StrikeFoshanFengfuHonda.jpg"><img class="size-full wp-image-1714 " title="I lavoratori della Foshan Fengfu (fornitore Honda) in sciopero" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/06/StrikeFoshanFengfuHonda.jpg" alt="I lavoratori della Foshan Fengfu (fornitore Honda) in sciopero" width="420" height="241" /></a><p class="wp-caption-text">I lavoratori della Foshan Fengfu (fornitore Honda) in sciopero</p></div>
<p>Articolo di Romano Prodi su <a href="http://carta.ilmessaggero.it/view.php?data=20100621&amp;ediz=20_CITTA&amp;npag=1&amp;file=PRODI_35.xml&amp;type=STANDARD" target="_blank">Il Messaggero</a> del 21 Giugno 2010</p>
<p>Per molti anni ci siamo abituati a pensare che, data l’illimitata offerta di mano d’opera, i <a href="http://www.worldsalaries.org/china.shtml" target="_blank">salari</a> cinesi sarebbero per sempre rimasti bassissimi, praticamente al livello di sussistenza. In effetti da quando, oltre trent’anni fa, la Cina ha deciso di irrompere nell’economia moderna, le cose sono andate in questo modo.</p>
<p>L’enorme flusso migratorio dalle campagne alle città e dalle regioni sottosviluppate a quelle più avanzate ha permesso uno sviluppo economico sostenuto e continuato senza sostanziosi aumenti salariali. Come peraltro quasi sempre avviene nella fase iniziale dello sviluppo, la quota dei salari rispetto al Prodotto nazionale lordo è andata diminuendo proprio perché non vi erano limiti all’offerta di nuovi lavoratori, soprattutto nelle classi di popolazione giovanile. La politica governativa è inoltre stata costantemente dedicata a favorire il contenimento del livello salariale, proprio perché la priorità assoluta era la costruzione di una base industriale e una capacità di conquista dei mercati esteri, in modo da procedere a tappe forzate nel processo di modernizzazione del paese.</p>
<p>In teoria le cose potrebbero continuare allo stesso modo in futuro, anche perché il 40% della popolazione cinese è ancora impiegata in <a href="http://www.nationmaster.com/country/ch-china/lab-labor" target="_blank">agricoltura</a>, mentre nei paesi a più elevato livello di <a href="http://www.nationmaster.com/graph/lab_agr_wor_mal-labor-agricultural-workers-male" target="_blank">sviluppo</a> questa cifra non supera il 3 o 4 per cento. Vi dovrebbero essere infatti ancora centinaia di milioni di contadini pronti ad emigrare verso aree e professioni dove il salario e la produttività sono quattro o cinque volte più elevati. In effetti le cose sono un poco più complicate perché, in conseguenza della politica del <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/One-child_policy" target="_blank">figlio unico</a>, inaugurata nel 1979, le classi di età più disposte ad emigrare sono fortemente diminuite di numero. Basta pensare che i <a href="http://geography.about.com/od/populationgeography/a/chinapopulation.htm" target="_blank">giovani</a> fra i 20 e 29 anni erano 233 milioni nel 1990 e sono oggi intorno ai 150 milioni, mentre gli addetti all’agricoltura nelle stesse classi d’età superano di poco il 20%. Per usare la vecchia terminologia marxista, vi è ancora un grande esercito di riserva, ma non più illimitato nella quantità e nel tempo.</p>
<p>Di questa nuova realtà hanno preso atto le autorità cinesi con atteggiamenti e provvedimenti che delineano interessanti cambiamenti. In primo luogo è stato aperto un dibattito sempre più ampio e partecipato sulle grandi disparità di reddito e sulle ingiustizie esistenti nel Paese, dibattito che fino a qualche anno fa era inesistente in quanto proibito. Si possono oggi leggere indagini demoscopiche dalle quali emerge che il 75% dei cinesi pensa che la distribuzione del reddito sia fortemente iniqua. Accanto a questo viene messo in discussione anche il sistema di registrazione, che è sempre stato uno strumento di severa regolamentazione nei trasferimenti dalle campagne alle città.</p>
<p>Si è poi proceduto ad un <a href="http://www.nytimes.com/2010/06/08/business/global/08wages.html" target="_blank">aumento</a> del salario minimo fino al 20% in tutte le province a maggiore concentrazione industriale. Si è inoltre attribuita grande pubblicità ad una serie di scioperi, illustrandone in modo specifico le motivazioni, attribuite non solo al livello salariale ma anche alle non tollerabili condizioni di lavoro. Nei casi più noti, cioè gli stabilimenti cinesi della <a href="http://www.asianews.it/news-en/Honda-gives-in-and-raises-wages-following-Foshan-strike-18565.html" target="_blank">Honda</a> e gli impianti della <a href="http://abcnews.go.com/Technology/Media/foxconn-china-assembly-workers-receive-pay-raise/story?id=10846341" target="_blank">Foxconn</a> (grande fornitrice della Apple e di altre imprese ad elevata tecnologia) questi <a href="http://www.nytimes.com/2010/06/09/business/global/09labor.html" target="_blank">scioperi</a> si sono <a href="http://www.reuters.com/article/idUSTPV00158820100528" target="_blank">conclusi</a> con forti aumenti salariali, debitamente propagandati in tutta la Cina. Così come è stato dato ampio spazio al fatto che alcune imprese localizzate nell’area di Shanghai abbiano trasferito parte delle loro produzioni elementari non nelle province cinesi con livelli salariali inferiori ma addirittura in Vietnam dove il lavoro costa un ulteriore 40% in meno.</p>
<p>Siamo quindi di fronte a una vera e propria nuova politica, che attribuisce all’aumento della domanda interna un ruolo sempre maggiore nella strategia di crescita del Paese rispetto ad un disegno quasi esclusivamente fondato sulle esportazioni. Non pensiamo ad un processo rapido ed improvviso, perché i salari del lavoro non qualificato sono ancora almeno dieci volte inferiori a quelli medi europei. Il processo di avvicinamento è tuttavia accelerato dal fatto che, limitatamente alle funzioni tecniche più specializzate, i costi fra Europa e Cina si sono fortemente avvicinati fino a diventare, in alcuni casi, assolutamente paragonabili. Sembra quindi che il cambiamento di direzione sia ormai ben delineato.</p>
<p>A questo si aggiunge l’improvviso (ma non inatteso) annuncio del ritorno al <a href="http://www.bangkokpost.com/news/world/181839/china-central-bank-to-promote-currency-reform" target="_blank">cambio flessibile</a> dello yuan nei confronti del dollaro. Di questa decisione alcuni osservatori hanno sottolineato la tempestività politica alla vigilia del G20, altri hanno preconizzato una rivoluzione rispetto al passato. Nulla di tutto questo. I cambiamenti nelle regole del lavoro, gli aumenti salariali e la nuova flessibilità monetaria sono semplicemente il segnale che la Cina si considera definitivamente fuori dalla crisi economica e vuole suonare con tutti gli strumenti a disposizione per continuare la crescita, diminuire le enormi disparità interne e riassicurare il resto del mondo sul suo interesse ad essere un elemento non di turbamento ma di equilibrio dell’economia mondiale. Vedremo se tutti questi obiettivi verranno raggiunti, ma è certo che la Cina si muove in fretta ed è sempre di più protagonista della politica e dell’economia mondiale.</p>
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		<title>Un accordo forte fra tutti i Paesi europei per uscire dalla crisi</title>
		<link>http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/quel-vuoto-politico-che-nutre-la-crisi_1672.html</link>
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		<pubDate>Sat, 05 Jun 2010 07:21:42 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Quel vuoto politico che nutre la crisi
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 05 Giugno 2010
Come non ho mai creduto nella catastrofe, così non ho mai creduto che l’uscita dalla crisi fosse rapida e indolore. Stiamo ancora camminando nel fondo del catino. Essendo sul fondo non penso peggioreremo la nostra situazione, ma avremo da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/06/crisi-mondo.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1674" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/06/crisi-mondo.jpg" alt="" width="369" height="325" /></a>Quel vuoto politico che nutre la crisi</p>
<p>Articolo di Romano Prodi su <a href="http://carta.ilmessaggero.it/view.php?data=20100605&amp;ediz=20_CITTA&amp;npag=1&amp;file=PRODI_40.xml&amp;type=STANDARD" target="_blank"><strong>Il Messaggero</strong></a> del 05 Giugno 2010</p>
<p>Come <a href="http://www.romanoprodi.it/interviste/prodi-ora-basta-con-la-follia-ma-l%E2%80%99europa-non-e-al-collasso_1471.html" target="_blank">non ho mai creduto</a> nella catastrofe, così <a href="http://www.romanoprodi.it/interviste/la-speculazione-e-forte-quando-la-politica-e-debole_1648.html" target="_blank">non ho mai creduto</a> che l’uscita dalla crisi fosse rapida e indolore. Stiamo ancora camminando nel fondo del catino. Essendo sul fondo non penso peggioreremo la nostra situazione, ma avremo da camminare ancora molto prima di uscire dall’acqua.<br />
Questo non per una fatale necessità ma perché la mancanza di accordo tra le politiche dei vari Paesi europei ha reso la ripresa più difficile e lontana.</p>
<p>Fino allo scoppio della <a href="http://www.romanoprodi.it/interviste/la-grecia-e-lue-il-commento-di-romano-prodi_1462.html" target="_blank">crisi finanziaria greca</a> lo scenario era quello di una lentissima crescita (appunto il fondo del catino), ma senza l’adozione di politiche di bilancio eccessivamente restrittive. Arrivata la crisi finanziaria greca, grave per le colpe che l’hanno causata ma modesta per dimensione e quindi facilmente risolvibile, è mancato un rapido accordo sulle decisioni da prendere. Soprattutto è mancato il coordinamento della politica fiscale fra i diversi Paesi europei.</p>
<p>Ognuno si è presentato diviso e la speculazione ha cominciato a infilare ad una ad una le nazioni più deboli, con la vecchia strategia degli Orazi e Curiazi a noi ben nota fin dalla scuola elementare. Come sempre succede quando ognuno pensa solo per se stesso si è assistito a veri e propri scontri verbali fra i politici dei diversi Paesi, creando in tutti i media mondiali che l’Europa fosse fatalmente divisa fra Sud e Nord, fra Paesi virtuosi e Paesi viziosi, fra cicale e formiche, con quale messaggio di solidarietà ognuno può facilmente immaginare.</p>
<p>A questo punto, dovendosi difendere da soli, tutti hanno dovuto adottare misure finanziarie severe e politiche di bilancio più restrittive, mentre diveniva chiaro che la politica monetaria avrebbe dovuto mantenere a lungo bassi tassi di interesse.</p>
<p>Le restrizioni di bilancio sono state dappertutto più rapide e severe del previsto, dato che nessuno poteva permettersi di essere il più debole di fronte agli attacchi della speculazione. Con le sue necessarie frenate ogni Paese ha finito col danneggiare la ripresa degli altri. Per spiegarlo in parole più semplici, il settore pubblico ha trasformato la necessità di aggiustamento del proprio bilancio in un minore potere d’acquisto dei suoi cittadini. I quali, costretti a diminuire il proprio potere d’acquisto, hanno reso la crisi ancora più grave. In questo stato di incertezza la speculazione impazza, come è accaduto nei mercati borsistici della settimana che è terminata ieri e che ha visto <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2010-06-04/piazza-affari-lieve-rialzo-091200.shtml?uuid=AYFBRnvB" target="_blank">colpire azioni e obbligazioni</a> con una forza raramente vista in passato, in un susseguirsi senza fine di incontrollate voci e indiscrezioni, ma senza che alcun elemento concretamente verificabile rendesse giustificabile questo panico.</p>
<p>L’unico aspetto positivo di questo stato confusionale è che, nella previsione di un prolungamento della crisi e nell’ipotesi del mantenimento per il prevedibile futuro di bassi tassi di interesse, l’<a href="http://www.milanofinanza.it/news/dettaglio_news.asp?id=201006041410045243&amp;chkAgenzie=TMFI&amp;sez=news&amp;testo=&amp;titolo=Euro/dollaro%20sui%20minimi%20a%20un%20passo%20da%201,20" target="_blank">Euro ha perso</a> sempre più valore fino ad arrivare ieri intorno a 1,20 rispetto al dollaro, cedendo in poche settimane oltre il 15% nei confronti della moneta americana.</p>
<p>Un ritorno dell’Euro verso livelli di cambio meno sfavorevoli aiuterà certamente le nostre esportazioni nei confronti del resto del mondo ma questo vantaggio si trasferisce all’economia solo lentamente, mentre la politica di restrizione fiscale agisce in tempi rapidissimi, anche in conseguenza dell’incertezza che rende tutti più esitanti e paurosi riguardo ad ogni decisione di acquisto o di investimento.</p>
<p>Eppure, anche in questi concitati momenti, è apparso chiaramente che l’esistenza dell’Euro <a href="http://www.manageronline.it/articoli/vedi/2419/fmi-litalia-cresce-poco-ma-e-virtuosa-sui-conti/" target="_blank">giova a tutti</a>, a cominciare dalla Germania che, solo negli ultimi dodici mesi, ha visto un attivo della propria bilancia commerciale di 207 miliardi, di cui oltre la metà nei confronti degli altri Paesi dell’Euro. Ed i governanti tedeschi sanno benissimo che, in mancanza della moneta comune, le svalutazioni competitive, oltre che portare un definitivo caos nella vita economica di tutti i Paesi europei, farebbero sparire in un attimo il surplus tedesco. Ed i banchieri francesi e tedeschi sanno altrettanto bene quale sarebbe la fine delle obbligazioni greche o di altri Paesi attaccati dalla speculazione che essi posseggono copiosamente nei loro portafogli.</p>
<p>Ed infine è ben noto a tutti che, se vi fosse una forte volontà di cooperazione, i fondi mobilitati dai sedici Paesi dell’Euro per una politica di reciproco soccorso sono più che sufficienti per bloccare ogni speculazione, come sono stati sufficienti negli Stati Uniti di fronte a squilibri finanziari ben più preoccupanti.</p>
<p>Quello di cui abbiamo bisogno è solo un accordo forte e senza riserve fra i Paesi europei, un accordo che deve essere guidato e condotto in porto dalla Germania e dalla Francia.</p>
<p>Ci attendiamo quindi che i governanti dei maggiori Paesi europei si assumano la responsabilità di prendere immediatamente le decisioni che possono mettere fine alla speculazione e all’incertezza dei mercati. Il vuoto della politica sta pericolosamente allungando la crisi economica: è tempo che questo vuoto venga colmato.</p>
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		<title>La speculazione è forte quando la politica è debole</title>
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		<pubDate>Fri, 28 May 2010 14:37:43 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Prodi: «La Tobin tax è un&#8217;idea giusta. Ma va applicata su scala planetaria»
Intervista di Vittorio Carlini a Romano Prodi su Il Sole 24 Ore.com del 28 maggio 201
«Da un lato i mercati finanziari sono di fatto globalizzati; dall&#8217;altro gli strumenti per regolarli hanno ancora una dimensione locale, nazionale. E&#8217; questa la contraddizione che ci ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/05/small-world.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1651" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/05/small-world.jpg" alt="" width="400" height="400" /></a>Prodi: «La Tobin tax è un&#8217;idea giusta. Ma va applicata su scala planetaria»</p>
<p>Intervista di Vittorio Carlini a Romano Prodi su <strong><a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-05-28/prodi-speculazione-forte-quando-104100.shtml?uuid=AYWxMvtB" target="_blank">Il Sole 24 Ore.com</a></strong> del 28 maggio 201</p>
<p>«Da un lato i mercati finanziari sono di fatto globalizzati; dall&#8217;altro gli strumenti per regolarli hanno ancora una dimensione locale, nazionale. E&#8217; questa la contraddizione che ci ha portato alla crisi». Romano Prodi, raggiunto al telefono nella sua casa di Bologna, non fa troppi sconti. Il Professore non nasconde le sue preoccupazioni: il futuro, perlomeno nell&#8217;immediato, non è roseo. «Questa dicotomia – dice &#8211; non sarà risolta in tempi brevi. Non vedo uno slancio, uno scatto in avanti in favore di una regolamentazione a livello mondiale».</p>
<p><em>Il problema della finanza è una conseguenza del più ampio fenomeno della globalizzazione…</em></p>
<p>La globalizzazione, in generale, sta provocando il cambiamento della sovranità nazionale. I mercati finanziari sono una parte del discorso. Lo <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Westphalian_sovereignty" target="_blank">stato westfaliano</a>, come noi lo conosciamo, è oggetto di profondi mutamenti: è perforato da continui vasi comunicanti, essenzialmente per una duplice causa.</p>
<p><em>Vale a dire?</em></p>
<p>In primis, c&#8217;è il forte aumento del peso di istituzioni sovranazionali, quali per esempio l&#8217;Unione europea. Poi ci sono strumenti non istituzionali, come appunto le Borse e i mercati finanziari. Questi ultimi, però, sono guidati da forze non regolate in maniera sufficiente. E qui sta il guaio: fino a quando non lo affrontiamo, assisteremo al succedersi di altre crisi, di altri periodi di difficoltà.</p>
<p><em>Eppure, almeno a livello di dichiarazioni, c&#8217;è chi continua a richiamare il tema della riforma sistemica…</em></p>
<p>Sì, ma manca la politica. Non vedo all&#8217;orizzonte un forte accordo per il cambiamento. Fino all&#8217;aprile dell&#8217;anno scorso, si spingeva per una regolamentazione di tipo globale. Pian piano, le ambizioni sono diminuite; si è preferito ripiegare su argomentazioni di carattere tecnico, sulla soluzione di singoli aspetti del problema. Per carità, proposte pur sempre importanti ma che non affrontano il &#8220;peccato originale&#8221;, non risolvono alla radice la contraddizione. Basta vedere quello che è successo per la <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Tobin_Tax" target="_blank">Tobin tax</a>.</p>
<p><em>Cosa intende dire?</em></p>
<p>In sé è una buona idea. Ma se non viene condivisa da tutti, se non c&#8217;è uno scatto in avanti della politica che la impone a livello planetario non ha senso. Può essere aggirata sempre e comunque, passando per qualche <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Paradiso_fiscale" target="_blank">isola del Caimano</a>.</p>
<p><em>Ma le regole sono veramente sufficienti a riportare nei giusti limiti un capitalismo finanziario che ha messo in atto la fuga in avanti?</em></p>
<p>Le regole sono tutto. Io parlo di accordi tra istituzioni, governi, organi che devono farle rispettare. La speculazione è forte quando la politica è debole. Se nel caso della Grecia avessimo avuto una politica con legami precisi, accordi precisi, strumenti precisi gli speculatori avrebbero preso una bastonata tale da ricordarsela per molto tempo.</p>
<p><em>Rimanendo sulla scala mondiale, molti auspicano una maggiore collaborazione tra Europa e Stati Uniti…</em></p>
<p>Su questi temi sarebbe utile arrivare ad una grande alleanza tra le due sponde dell&#8217;oceano Atlantico. Tuttavia, non credo che il governo di Washington sia in grado di prendere una simile iniziativa e le capitali europee non mi sembrano unite tra loro.</p>
<p><em>Perché pensa che il presidente Barack Obama non sia in grado di farsi promotore di un simile disegno?</em></p>
<p>Il mondo politico americano è diviso. Nel recente passato, soprattutto sul tema della finanza, ci sono state molte grida ma non grandi passaggi concreti. Non vedo un&#8217;idea che possa portare, per esempio, a dar vita ad una nuova <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Conferenza_di_Bretton_Woods" target="_blank">Bretton Woods</a>: cioè ad un grande accordo a livello mondiale. La conferenza, avviata nel 1944, avvenne in un momento in cui gli Stati Uniti potevano esercitare una forte leadership. Fu preparata da due anni di dicussioni. E poi, allora, il mondo era più piccolo: adesso bisogna coinvolgere molti più stati. Oggi come oggi solo il <a href="http://www.g20.org/" target="_blank">G20</a> potrebbe convocare, per il medio termine, un simile consesso. Tuttavia non vedo una spinta reale in tal senso. Non vorrei sembrare troppo pessimista, ma bisogna leggere la realtà con molta serietà.</p>
<p><em>Insomma, la politica non c&#8217;è. Per quale motivo?</em></p>
<p>Perché siamo in una fase ancora arretrata di cooperazione internazionale. Ci sono troppi players che vogliono giocare le loro carte. Gli stati nazionali hanno le loro prerogative, le loro regole cui non vogliono rinunciare. A ben vedere, non esiste un colpevole preciso. E&#8217; la storia che va avanti: già nel passato abbiamo vissuto periodi di grande mutamento, e nel futuro ce ne saranno altri. Di certo, però, la soluzione non è tornare al protezionismo. I mercati dei beni e quelli finanziari devono restare aperti, collegati tra loro e permettere una vita economica dinamica. Chiuderli significherebbe solo peggiorare le cose: il mondo tornerebbe verso la miseria e la guerra.</p>
<p><em>Passando a un piano più limitato, quello dell&#8217;Unione europea, dopo lo scoppio della crisi greca abbiamo assistito ad accenni di maggiore integrazione: nell&#8217;ipotesi di riforma del patto di stabilità è ipotizzato, per esempio, che i bilanci statali possano sottostare a una valutazione ex ante del Consiglio europeo. Un passo che condivide?</em></p>
<p>Sì e mi auguro che, dopo la crisi, i provvedimenti adottati spingano ancora di più in questa direzione. La politica monetaria comune deve essere affiancata da una politica economica coordinata sui grandi temi. Altrimenti, la situazione non può più reggere a lungo.</p>
<p><em>Quest&#8217;impostazione, giocoforza, conduce alla limitazione della sovranità nazionale nella politica fiscale…</em></p>
<p>Credo che, sui grandi capitoli economici, sia un processo inevitabile. Poi, voglio essere chiaro. Se la domanda è: dev&#8217;esserci un sistema sanitario europeo? Bé, rispondo con forza di no. Il principio di sussidiarietà è una cosa seria e i servizi ospedalieri debbono rimanere vicino ai cittadini. Un discorso analogo può farsi, ad esempio, per lo stato sociale: seppure può immaginarsi un coordinamento tra gli stati, la sua organizzazione resta un tema di livello locale. E&#8217; compito della politica individuare e definire cosa è nazionale e cosa sovranazionale.</p>
<p><em>In tal senso è stata fatta la proposta di un&#8217;agenzia di rating europea, un progetto sensato?</em></p>
<p>Si tratta di un problema serio. Già parecchi anni fa non avevo una grande considerazione di queste società: vedevo come davano i voti. E, poi, se il loro giudizio dev&#8217;essere considerato oggettivo perché pubblicarlo a mercati aperti? Senza dimenticare, inoltre, il tema del conflitto d&#8217;interessi. Ciò detto, non sono favorevole ad un&#8217;agenzia europea che non potrebbe limitarsi a valutare non solo il debito sovrano ma anche i bond aziendali.</p>
<p><em>Una soluzione potrebbe essere quella di rafforzare la Bce, attribuendogli un potere di valutazione sul merito di credito…</em></p>
<p>E&#8217; un discorso serio. La <a href="http://www.ecb.int/ecb/html/index.it.html" target="_blank">Bce</a> è indipendente e risponde, in definitiva, all&#8217;opininione pubblica europea. Il tema del rafforzamento degli organi comunitari è rilevante. Penso, per esempio, ad Eurostat: che senso ha poter verificare solamente la bottom line di un bilancio, quando non puoi analizzare se gli addendi da cui deriva sono falsi oppure no. Torniamo al tema della maggiore integrazione e coordinamento, sempre però su i grandi capitoli economici</p>
<p><em>Insomma… Lei è un glocal</em></p>
<p>Certo che sì. Da tutta una vita sono <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Glocalizzazione" target="_blank">glocal</a>; quando ero presidente della Commissione europea ho tenuto la mia famiglia e le mie radici ben salde a Bologna, la mia terra.</p>
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		<title>Attenti ai medici che non conoscono l&#8217;ammalato. Reagire alla crisi con innovazione e ricerca</title>
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		<pubDate>Tue, 18 May 2010 21:22:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Intervista di Lilli Gruber a Romano Prodi a &#8220;Otto e mezzo&#8221; in onda su La 7 il 18 maggio 2010
Apc-Crisi/ PRODI: WELFARE FINITO? PAESI CHE LO HANNO CRESCONO DI PIÙ &#8220;ATTENTI AI MEDICI CHE NON CONOSCONO L&#8217;AMMALATO&#8221;
Roma, 18 mag. (Apcom) &#8211; Altro che abolire il welfare, in Europa i Paesi che hanno uno &#8217;stato sociale&#8217; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full wp-image-1511" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/05/Prodi.jpg" alt="" width="361" height="242" />Intervista di Lilli Gruber a Romano Prodi a &#8220;Otto e mezzo&#8221; in onda su <a href="http://www.la7.it/approfondimento/dettaglio.asp?prop=ottoemezzo" target="_blank">La 7</a> il 18 maggio 2010</p>
<p>Apc-Crisi/ PRODI: WELFARE FINITO? PAESI CHE LO HANNO CRESCONO DI PIÙ &#8220;ATTENTI AI MEDICI CHE NON CONOSCONO L&#8217;AMMALATO&#8221;</p>
<p>Roma, 18 mag. (<a href="http://notizie.virgilio.it/notizie/politica/2010/05_maggio/18/crisi_prodi_welfare_finito_paesi_che_lo_hanno_crescono_di_piu,24371041.html" target="_blank"><strong>Apcom</strong></a>) &#8211; Altro che abolire il welfare, in Europa i Paesi che hanno uno &#8217;stato sociale&#8217; più forte sono quelli con la crescita più alta. Romano Prodi, durante &#8216;Otto e mezzo&#8217;, commenta così gli articoli apparsi in questi giorni sia sulla stampa italiana che su quella internazionale nei quali si recitava il &#8216;de profundis&#8217; per il welfare state.&#8221;In Europa &#8211; dice Prodi &#8211; i Paesi che stanno funzionando meglio come crescita sono quelli che hanno lo stato sociale più avanzato e più profondo. Sono quelli che crescono di più, i Paesi nordici, sono quelli che hanno più spesa sociale degli altri. Quindi stiamo molto attenti alle generalizzazioni che fanno i medici che non conoscono ammalato&#8221;.Adm182145 mag 1</p>
<p>CRISI: PRODI, REAGIRE CON INNOVAZIONE E RICERCA =</p>
<p>(<strong><a href="http://www.clandestinoweb.com/number-news/12235-crisi-prodi-reagire-con-innovazione-e-ricerca.html" target="_blank">AGI</a></strong>) &#8211; Roma, 18 mag.  &#8211; &#8220;Alla crisi bisogna reagire non andando in piazza ma con  l&#8217;innovazione, la ricerca, la scuola&#8221;. Questa e&#8217; la ricetta di Romano  Prodi per superare l&#8217;attuale contingenza. &#8220;E&#8217; una sfida &#8211; spiega &#8211; in  cui il cervello conta piu&#8217; dei muscoli&#8221;. L&#8217;ex premier non vede alle  porte scontri sociali come e&#8217; stato per la Grecia. &#8220;Con questi livelli  di disoccupazione, come il 20% in Spagna, 30 o 40 anni fa sarebbe  successo il finimondo. Con la gente in piazza. Oggi &#8211; osserva Prodi &#8211;  l&#8217;Europa e&#8217; dominata piu&#8217; da rassegnazione che da ribellione&#8221;. Quindi,  ribadisce, &#8220;il problema e&#8217; di esserci rassegnati a condizioni di vita  che tagliano il futuro alle nuove generazioni. Questa crisi e&#8217;, in  questo senso, molto subita, mentre invece bisogna reagire, riprendere  questo senso di essere all&#8217;avanguardia del mondo. Soprattutto con la  globalizzazione dobbiamo essere uniti&#8221;. (AGI) Lam/Dma 182135 MAG 10</p>
<p>FISCO: PRODI,EVASIONE E&#8217; GRANDE NEMICO DELLA SOCIETA&#8217; DEMOCRATICA</p>
<p>=   (<a href="http://notizie.virgilio.it/notizie/politica/2010/05_maggio/18/manovra_prodi_volgarita_dire_che_tasse_sono_mani_in_tasca,24370914.html" target="_blank"><strong>AGI</strong></a>) &#8211; Roma, 18 mag. &#8211; &#8220;L&#8217;evasione fiscale e&#8217; il grande nemico della  societa&#8217; democratica&#8221;. Ne e&#8217; convinto l&#8217;ex premier, Romano Prodi, ospite  di &#8216;Otto e mezzo&#8217;. &#8220;Su questo &#8211; sottolinea &#8211; non c&#8217;e&#8217; il minimo dubbio.  I Paesi che hanno i debiti piu&#8217; elevati sono quelli che hanno  accumulato una grande evasione fiscale&#8221;. Ma, &#8211; aggiunge Prodi &#8211; nel  nostro Paese &#8220;non viene combattuta per niente. Anzi &#8211; aggiunge &#8211; si  mandano messaggi secondo i quali il nemico e&#8217; il fisco, lo Stato. Io ho  avuto seri problemi quando ho abolito l&#8217;Ici al 40% per i ceti meno  abbienti. Poi e&#8217; arrivato Berlusconi e ha tolto l&#8217;imposta anche ai  ricchi. Cosi&#8217; &#8211; sottolinea Prodi &#8211; si crea l&#8217;idea che non si debba  pagare&#8221;. In questa ottica un ruolo fondamentale giocano anche i condoni.  &#8220;Sono il segnale per cui la gente poi pensa che se un condono viene  fatto oggi, poi sara&#8217; fatto anche in futuro. Quindi &#8211; aggiunge &#8211; non si  cambia il costume, mentre io ritengo importantissimo l&#8217;aspetto  educativo, per cui si insegna ai cittadini che devono contribuire al  benessere del proprio Paese&#8221;. (AGI) Lam/Pro 182126 MAG 10</p>
<p>CRISI:PRODI DIFENDE TASSE,DIRE MANI IN TASCA DISTRUGGE PAESE</p>
<p>(<a href="http://www.blitzquotidiano.it/politica-italiana/prodi-difende-tasse-382271/" target="_blank"><strong>ANSA</strong></a>) &#8211;  ROMA, 18 MAG &#8211; L&#8217;ex premier Romano Prodi, ospite di &#8216;Otto e mezzo&#8217; su  La7, si sfoga quando la conduttrice Lilli Gruber gli chiede se, per  affrontare la crisi, il governo dovra&#8217; mettere &#8216;le mani in tasca agli  italiani&#8217;. &#8216;Ma in che paese viviamo &#8211; sbotta il Professore &#8211; per usare  queste espressioni? Se vogliamo gli ospedali pubblici, la scuola, e&#8217;  giusto pagare le tasse. Bisogna essere spietati con chi evade e con chi  ruba ma l&#8217;idea che pagare le tasse e&#8217; mettere le mani in tasca e&#8217;  diseducativo, porta alla distruzione morale del paese, cosi&#8217; si  distrugge il sistema democratico e non si fara&#8217; mai un paese  moderno&#8217;.Una reazione forse eco delle critiche alle manovre economiche  dei suoi governi: &#8216;Io ho avuto il coraggio, ho sentito insulti da tutti  ma io ho dato i numeri veri&#8217;.(ANSA).FEL 18-MAG-10 21:11</p>
<p>CRISI:PRODI,RIGORE MI E&#8217; COSTATO VOTI,EVASIONE PRIMO NEMICO</p>
<p>(<a href="http://notizie.virgilio.it/notizie/politica/2010/05_maggio/18/prodi_stringere_la_cinghia_mi_e_costato_un_bel_po_di_voti,24370714.html" target="_blank"><strong>ANSA</strong></a>) &#8211;  ROMA, 18 MAG &#8211; Una politica di rigore sui conti pubblici &#8216;mi e&#8217; costata  anche un po&#8217; di voti&#8217;. Davanti agli annunci del governo sulla prossima  manovra, l&#8217;ex premier Romano Prodi ricorda le conseguenze della politica  economica del suo governo.&#8217;Tremonti &#8211; afferma Prodi &#8211; tiene i conti  molto riservati, non ho capito da che punto parta la strategia. Certo la  somma e&#8217; cospicua e non si copre certo con la finestra delle pensioni.  In ogni caso bisogna costruire il domani, non e&#8217; possibile che la cassa  integrazione si allunghi tagliando sulla formazione&#8217;. In ogni caso, l&#8217;ex  premier non vede in Italia il rischio di scontri sociali come in  Grecia, &#8217;semmai il problema e&#8217; la rassegnazione degli europei mentre  bisogna reagire non con le piazze ma con un nuovo dinamismo come  dimostrano paesi emergenti come la Cina&#8217;.Se &#8216;il sistema pensionistico e&#8217;  abbastanza in equilibrio e bisognerebbe dare molta flessibilita&#8221;,  Prodi non ha dubbi sul fatto che &#8216;l&#8217;evasione e&#8217; il nemico numero 1 dei  bilanci ed infatti i paesi con maggior deficit e&#8217; perche&#8217; si e&#8217;  accumulata evasione fiscale&#8217;.(ANSA).FEL 18-MAG-10 21:04</p>
<p>Manovra/ Prodi:  ANCORA NON HO CAPITO LE STRATEGIE DEL GOVERNO &#8216;TREMONTI TIENE I CONTI RISERVATI. IO DICO: PRESERVARE IL DOMANI&#8217;</p>
<p>Roma, 18 mag. (<strong><a href="http://notizie.virgilio.it/notizie/politica/2010/05_maggio/18/manovra_prodi_ancora_non_ho_capito_le_strategie_del_governo,24371043.html" target="_blank">Apcom</a></strong>) &#8211; Difficile commentare la manovra che il Governo sta mettendo a punto, Giulio Tremonti tiene &#8220;i conti molto riservati&#8221; e non si riesce a capire &#8220;da quali basi partano le strategie&#8221;, ma in generale è necessario &#8220;preservare il futuro&#8221;. Lo dice Romano Prodi, durante &#8216;Otto e mezzo&#8217;: &#8220;Mah, vede&#8230; Non sono al Governo &#8211; risponde quando gli viene chiesto dove bisognerebbe tagliare &#8211; non ho i conti in mano. Certamente la somma fatta dal ministro Tremonti è cospicua, mi sembra fossero 27 miliardi di euro. Le cifre avanzate ne coprono solo minima parte, l&#8217;unica idea concreta è quella delle finestre delle pensioni &#8211; a parte il fatto che non so se sia opportuno cominciare da questo &#8211; e potrà dare 1 miliardo, 1,5 miliardi di euro&#8230; Non ho la minima idea di dove il Governo voglia cominciare questa politica&#8221;.<br />
&#8220;Io dico &#8211; aggiunge &#8211; che bisogna in ogni modo preservare il domani. Quando vedo che la Cigs è pagata con i fondi Fas, pagata cioé diminuendo l&#8217;istruzione professionale, quindi diminuendo la scommessa sul futuro&#8230; beh mi preoccupo&#8221;.<br />
&#8220;Peraltro &#8211; conclude Prodi &#8211; è chiaro che i conti li ha in mano il ministro, e tra l&#8217;altro li tiene molto riservati. Non sono riuscito a capire veramente da quali basi partano le strategie di oggi, lo vedremo nei prossimi giorni&#8221;.</p>
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		<title>Speculazione, Europa divisa e la speranza di Kohl</title>
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		<pubDate>Sun, 09 May 2010 10:02:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Piccoli giochi e grandi sfide
Speculazione, Europa divisa e la speranza di Kohl
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 09 Maggio 2010
Per fortuna oggi si vota nel North-Rhine Westfalia. Dovrebbe essere una notizia trascurabile nel panorama della crisi finanziaria ma purtroppo, nella mancanza di regole europee comuni e condivise, le decisioni sono rimaste in mano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full wp-image-1497" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/05/48cf7e5a132fd_zoom.jpg" alt="" width="400" height="266" />Piccoli giochi e grandi sfide</p>
<p>Speculazione, Europa divisa e la speranza di Kohl</p>
<p>Articolo di Romano Prodi su <strong><a href="http://carta.ilmessaggero.it/view.php?data=20100509&amp;ediz=20_CITTA&amp;npag=1&amp;file=PRODI_34.xml&amp;type=STANDARD" target="_blank">Il Messaggero</a></strong> del 09 Maggio 2010</p>
<p>Per fortuna oggi si vota nel <a href="http://www.corriere.it/esteri/10_maggio_10/merkel-no-tagli-tasse_51a30fd2-5c2d-11df-92dd-00144f02aabe.shtml" target="_blank">North-Rhine Westfalia</a>. Dovrebbe essere una notizia trascurabile nel panorama della crisi finanziaria ma purtroppo, nella mancanza di regole europee comuni e condivise, le decisioni sono rimaste in mano agli stati nazionali e i governanti hanno agito tendendo conto non degli interessi di lungo periodo ma delle passioni popolari del momento . Si è verificato perciò lo scenario peggiore tra tutti quelli prevedibili, uno scenario in cui un problema di dimensioni quantitative modeste, come il deficit greco, ha prodotto le peggiori conseguenze possibili, sconvolgendo i mercati azionari ed obbligazionari di tutta Europa. Quando la politica non adempie al suo compito, la speculazione non può che approfittare del disorientamento generale e fare duramente il proprio gioco. Ed è questo che è avvenuto nella scorsa settimana, in cui l’attacco speculativo non solo ha provocato <a href="http://www.repubblica.it/economia/2010/05/07/news/borse_continua_il_crollo_i_governi_annunciano_reazioni-3899163/" target="_blank">pesanti ribassi</a> in borsa ma ha generato una catena di crisi di fiducia che ha reso più difficile e costoso il funzionamento dei crediti interbancari e ha infine messo a dura prova la solidità dei titoli di Stato di diversi paesi, con l’ovvia ultima conseguenza di attentare al cuore stesso dell’Euro.</p>
<p>La finanza (o forse meglio dire la speculazione finanziaria) ha travolto la politica perché essa ha per definizione interessi e obiettivi ben precisi mentre la politica europea non è stata in grado di preparare una forte strategia comune. Il prezzo di tutto ciò è elevatissimo: basti pensare che la metà del pacchetto di aiuti preparato qualche giorno fa sta ora andando in fumo per l’aumento dei tassi di interesse del debito pubblico greco, aumento dovuto proprio alla difficoltà, alla lentezza e alla scarsa convinzione con cui era stato preparato dagli “amici” europei.</p>
<p>Insomma la speculazione agisce quando sa di essere più forte della politica, più forte degli Stati. Oggi in Europa lo è.</p>
<p>Non solo perché è in grado di mobilitare enormi masse di denaro in un brevissimo periodo di tempo ( rapidità moltiplicata dagli automatismi con cui vengono dati gli ordini di acquisto o di vendita) ma anche perché tutto questo provoca ondate di panico nei possessori di titoli, allarmati da questi eventi improvvisi, imprevisti e della cui portata non sono in grado di rendersi conto. Nei giorni scorsi molti possessori di azioni sono corsi a vendere semplicemente per paura, così come sono corsi verso i Bund tedeschi altrettanti proprietari di obbligazioni pubbliche di diversi paesi.</p>
<p>Ad eventi così veloci si contrappone una situazione europea in cui nessuno ha il potere di agire con la necessaria rapidità e ogni decisione viene presa dopo che la speculazione ha raddoppiato la dimensione dell’intervento necessario. Questa è la ragione per cui l’attacco è stato mosso verso i paesi dell’Euro, anche se essi hanno in media un deficit molto molto inferiore a quello degli Stati Uniti o della Gran Bretagna ma hanno un potere politico frammentato, diviso e incapace di reagire agli eventi guardando in faccia alla realtà. Identica è la spiegazione sul contradditorio comportamento delle società di rating, che hanno promosso a pieni voti la banca Lemhan fino alla vigilia del fallimento e che ora gettano ombre di sospetto sull’Italia senza nulla dire riguardo all’enorme deficit di Gran Bretagna e Stati Uniti.</p>
<p>Intanto a Bruxelles si continua a discutere sui <a href="http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/topnews/2010/05/10/visualizza_new.html_1791083184.html" target="_blank">possibili interventi</a> urgenti della Banca Centrale Europea e su come i mercati <a href="http://www.borsaitaliana.it/borsa/notizie/mf-dow-jones/italia-dettaglio.html?newsId=731777&amp;lang=it" target="_blank">reagiranno domani</a> di fronte alle misure prese. Se cioè sarà sufficiente un’iniezione aggiuntiva di liquidità alle banche perché acquistino titoli di Stato dei paesi sotto tiro o se si andrà verso la più complessa e ipotetica possibilità che sia la BCE stessa a comprare direttamente tali titoli. Vedremo domani se la decisione presa sarà in grado di calmare la furia dei mercati ma teniamoci ben in mente che, in ogni caso, si tratta di un rimedio di breve periodo. Il problema resta quello di creare degli strumenti di politica economica per tutta l’area dell’Euro che permettano di evitare i disastri come quello greco e che, se accadono, rendano possibile imporre nuovi comportamenti in modo rapido e autorevole.</p>
<p>Ritorniamo quindi al nostro problema di costruire una politica economica europea da affiancare alla politica monetaria, una politica abbastanza forte da imporre e fare rispettare le regole comuni. E’ proprio quello che i leader europei non hanno nel passato voluto e che gli eventi di questi giorni costringeranno invece a fare. A meno che non si voglia la distruzione dell’Euro, cosa che a nessuno giova a cominciare dalla Germania. Quando fra poche ore si chiuderanno le urne nel North-Rhine Westfalia si dovrà quindi ricominciare a parlare del nostro futuro, che esisterà solo se sarà un futuro comune. Per ora l’unica voce ottimista che ho potuto ascoltare in Germania è quella dell’ex cancelliere Helmut Kohl che, nel giorno del suo ottantesimo compleanno, mi ha rasserenato assicurandomi che la Germania è, nonostante tutto, pienamente consapevole del valore positivo ed indispensabile della solidarietà europea. Mi auguro proprio che abbia ragione.</p>
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		<title>La Cina esalta Romano Prodi</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 12:07:16 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La Cina esalta Romano Prodi
Giovedí 11.03.2010 10:59  &#8220;L&#8217;economia mondiale e quella della Cina: la situazione attuale&#8221;. Questo il tema affrontato da Romano Prodi, ex Presidente della Commissione Europea ed ex Presidente del Consiglio italiano, durante una lezione tenutasi a Shanghai al Ceibs Lujiazui International Finance Research Centre (CLFC), una delle più importanti business school del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.affaritaliani.it/politica/cina_prodi110310.html" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-1335" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/03/23546.jpg" alt="" width="400" height="254" />La Cina esalta Romano Prodi</a><br />
Giovedí 11.03.2010 10:59  &#8220;<a href="http://www.ceibs.edu/media/archive/50214.shtml" target="_blank">L&#8217;economia mondiale e quella della Cina</a>: la situazione attuale&#8221;. Questo il tema affrontato da Romano Prodi, ex Presidente della Commissione Europea ed ex Presidente del Consiglio italiano, durante una lezione tenutasi a Shanghai al <a href="http://www.ceibs.edu/" target="_blank">Ceibs</a> Lujiazui International Finance Research Centre (CLFC), una delle più importanti business school del Paese.</p>
<p>Nel dare il benvenuto all&#8217;Onorevole Prodi, il Vice Presidente e Co-Rettore del Ceibs, Zhang Weijiong, ha parlato di un &#8220;rinomato economista con esperienza internazionale, che porterà nuova energia e vitalità al Ceibs&#8221;. Prodi ha partecipato anche ad una tavola rotonda serale per discutere sul &#8220;ruolo di una business school nel ventunesimo secolo&#8221;. La visita di Prodi in Cina include una serie di attività tra cui alcune letture e alcuni incontri sia a Shanghai che a Pechino. Prodi ritornerà in Cina, nel corso del 2010, per partecipare ad incontri e seminari al <a href="http://www.romanoprodi.it/interviste/prodi-in-cattedra-fidiamoci-della-cina_1141.html" target="_blank">Ceibs</a>.</p>
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		<title>Il ghetto che l&#8217;Italia non si può permettere</title>
		<link>http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/il-ghetto-che-litalia-non-si-puo-permettere_1214.html</link>
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		<pubDate>Sat, 09 Jan 2010 15:31:27 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 9 gennaio 2010
In un paese in cui il tasso di natalità è tra i più bassi del mondo ed in cui nello spazio di una generazione un terzo degli italiani avrà più di 65 anni, il problema dell’immigrazione si presenta come prioritario e dominante. Un crescente numero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-medium wp-image-1215" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/01/immigrazione-300x219.jpg" alt="" width="300" height="219" />Articolo di Romano Prodi su <a href="http://sfoglia.ilmessaggero.it/view.php?data=20100109&amp;ediz=20_CITTA&amp;npag=1&amp;file=PRODI_32.xml&amp;type=STANDARD" target="_blank"><strong>Il Messaggero</strong></a> del 9 gennaio 2010</p>
<p style="text-align: left;">In un <a href="http://sfoglia.ilmessaggero.it/view.php?data=20100109&amp;ediz=20_CITTA&amp;npag=1&amp;file=PRODI_32.xml&amp;type=STANDARD" target="_blank">paese</a> in cui il tasso di <a href="http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/cronaca/istat-popolazione/istat-popolazione/istat-popolazione.html" target="_blank">natalità</a> è tra i più bassi del mondo ed in cui nello spazio di una generazione un terzo degli italiani avrà più di 65 anni, il <a href="http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/cronaca/istat-popolazione/istat-popolazione/istat-popolazione.html" target="_blank">problema dell’immigrazione</a> si presenta come prioritario e dominante. Un crescente numero di immigrati sarà infatti indispensabile per fare avanzare il sistema economico e per garantire i servizi essenziali e le necessarie cure agli anziani e agli ammalati. Già oggi senza il contributo degli oltre quattro milioni di immigrati che risiedono in Italia, il nostro Paese non sarebbe più in grado di funzionare.</p>
<p>Sono infatti sempre meno gli italiani disposti a lavorare nel turno di notte delle fabbriche, a portare assistenza agli anziani o a servire nei i ristoranti o negli alberghi. E ben pochi sono disposti a fare questi mestieri anche in presenza dell’attuale difficile crisi occupazionale. Eppure di fronte a questa riconosciuta realtà e di fronte all’altrettanto riconosciuta evidenza che il problema sarà ancora più serio nel futuro, gli italiani reagiscono con crescente diffidenza, attribuendo agli immigrati la responsabilità di ogni disagio e insicurezza delle nostre città, anche se tutte le statistiche disponibili dimostrano che i livelli di criminalità degli immigrati regolarmente residenti nel nostro Paese non sono differenti da quelli dei cittadini italiani.</p>
<p>Nessuno può naturalmente nascondere o sottovalutare le difficoltà e i problemi dell’integrazione, sia che si tratti di integrazione nel mondo del lavoro, nella scuola o nel quartiere, soprattutto quando il problema coinvolge un numero così grande di persone e origini ed etnie così diverse. Una difficoltà enorme anche senza tener conto delle tragiche patologie della Calabria di ieri. Eppure proprio questa grande varietà di origini ed etnie rende il processo di integrazione relativamente meno difficile rispetto a paesi come la Germania o la Francia dove la provenienza dominante degli immigrati da un solo paese (la Turchia) o da una sola area (il Magreb) rende più probabile la formazione di veri e propri ghetti che rendono più difficile il contatto coi cittadini del paese e più complesso il processo di avvicinamento e di assimilazione dei modelli e degli stili di vita dei cittadini.</p>
<p>Eppure, invece di prepararsi concretamente al futuro di una inevitabile società multiculturale, si descrivono gli immigranti come una realtà impossibile da integrare nelle regole moderne della convivenza e della democrazia. Allo scopo di raggiungere quest’obiettivo si compie una doppia forzatura, prima di tutto facendo credere che la maggioranza dei nostri immigrati sia mussulmana e, in secondo luogo che, in quanto tali, essi non siano assimilabili alla vita democratica. Vorrei che si riflettesse sul fatto che oltre la metà di coloro che vengono a cercare lavoro in Italia sono cristiani, meno di un terzo mussulmani e il resto di altre religioni.</p>
<p>E vorrei anche ricordare che le stesse presunte incompatibilità nei confronti della democrazia sono state usate in Italia contro i cattolici nel 1882 per bloccare la proposta l’introduzione del suffragio universale. E ancora negli anni trenta si insisteva sull’incompatibilità fra cattolicesimo e democrazia, data la presenza di dittature in paesi cattolici come la Spagna, il Portogallo e l’Italia. Perseguendo obiettivi politici di corto periodo si alimenta la paura e, data la riconosciuta impossibilità di fare senza immigrati, si tende a imporre un modello di immigrato che sta qui pochi mesi o pochi anni e ritorna poi al proprio Paese d’origine. E, per perseguire questo obiettivo, si pongono gli ostacoli più elevati possibili all’ottenimento del diritto di voto e della cittadinanza italiana. La cittadinanza è una cosa seria e bisogna davvero che essa sia meritata da un periodo sufficientemente prolungato di obbedienza alle nostre leggi e dalla dimostrazione di conoscere e rispettare le regole della nostra convivenza civile.</p>
<p>Tuttavia quando si scrive , come nel recente <a href="http://nuovo.camera.it/453?bollet=_dati/leg16/lavori/bollet/200912/1216/html/14" target="_blank">progetto di legge approvato in Commissione Parlamentare</a> nello scorso 18 dicembre, che è condizione per l’acquisto della cittadinanza italiana da parte dello straniero nato in Italia che “abbia frequentato con profitto scuole riconosciute dallo stato italiano almeno sino all’assolvimento del diritto-dovere all’istruzione”, bisogna ricordare che oltre il 20% dei ragazzi italiani non raggiunge quest’obiettivo. E quando si aggiunge che l’acquisizione della cittadinanza italiana è subordinata ad un “effettivo” e non definito “grado di integrazione sociale e al rispetto degli obblighi fiscali”, viene immediato pensare a quanti nostri cittadini dovrebbe essere tolta la cittadinanza stessa. La decisione definitiva sul tema della cittadinanza è stata prudentemente rinviata a dopo le elezioni regionali.</p>
<p>Approfittiamo di questo tempo per riflettere a fondo su come vogliamo sia l’Italia del futuro. Se vogliamo cioè vivere in un paese in cui tutti debbano rispettare le stesse regole e avere gli stessi diritti per se stessi e per i propri figli o se invece preferiamo un Italia in cui gli stranieri rimangano tali, separati da tutti, che vivano magari fuori dalle nostre regole ma che possano essere sempre cacciati fuori dai nostri confini. Una scelta non solo impossibile e insostenibile sul piano etico, ma disastrosa per la nostra economia che ha bisogno di nuove braccia e di nuove menti che considerino il futuro del nostro paese come il futuro proprio e delle proprie famiglie.</p>
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		<title>La doppia rassegnazione che il Paese deve vincere</title>
		<link>http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/la-doppia-rassegnazione-che-il-paese-deve-vincere_1166.html</link>
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		<pubDate>Sun, 29 Nov 2009 10:43:50 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 29 novembre 2009
Nella vita delle nazioni e dei popoli periodi di entusiasmo e di speranza si alternano spesso a periodi di sfiducia e di rassegnazione. In molti casi l’alternarsi di questi periodi è dettato da eventi improvvisi, come le guerre o le carestie. In altri casi si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-medium wp-image-1167" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2009/11/jobless-243x300.jpg" alt="" width="243" height="300" />Articolo di Romano Prodi su <strong><a href="http://sfoglia.ilmessaggero.it/view.php?data=20091129&amp;ediz=20_CITTA&amp;npag=1&amp;file=PRODI_30.xml&amp;type=STANDARD" target="_blank">Il Messaggero</a></strong> del 29 novembre 2009</p>
<p>Nella vita delle nazioni e dei popoli periodi di entusiasmo e di speranza si alternano spesso a periodi di sfiducia e di rassegnazione. In molti casi l’alternarsi di questi periodi è dettato da eventi improvvisi, come le guerre o le carestie. In altri casi si tratta invece di fenomeni lenti, che accompagnano lunghi periodi di crescita o di decadenza.</p>
<p>Credo che mai, come in questo periodo, le differenze nello “spirito pubblico” dei diversi popoli siano state così marcate. In Cina, in India e in Brasile tutto sembra possibile. Anche se le condizioni generali ed il reddito medio delle popolazioni rimangono nettamente inferiori rispetto a quelle dei paesi più avanzati, il messaggio che si riceve è che il futuro non può che essere migliore, che i giovani vivranno meglio degli anziani e che il progresso non potrà in alcun modo essere fermato. E’ un sentimento generale che in vario modo accomuna, in una specie di speranza collettiva, chi gia è arrivato, chi sta arrivando e chi ancora deve partire.</p>
<p>Un fenomeno che per un breve periodo abbiamo vissuto anche in Italia dalla fine della guerra fino alla metà degli anni sessanta. Non posso non ricordare quando, da semplice neolaureato tra i tanti, ho ricevuto, nel 1961, una decina di offerte di lavoro o quando, pochi anni dopo, alla cerimonia di laurea di uno dei miei primi studenti, un genitore di uno di questi mi veniva a ringraziare commosso perché lui nella vita non aveva avuto fortuna ma per suo figlio le cose sarebbero andate diversamente “perché si era laureato”. La stessa fiducia nella scuola e nel futuro che si ritrova oggi negli studenti cinesi che, dopo la lezione, ti assalgono con i foglietti delle domande scritte e si appuntano religiosamente anche le più semplici e banali risposte.</p>
<p>Mi sono chiesto tante volte se e come sia possibile ricostruire questo clima in Italia, anche con una minore intensità rispetto ai paesi in cui alla speranza collettiva si accompagna la grande spinta del bisogno individuale. Non alludo tanto alle possibili riforme legislative o alle ne cessarie decisioni di politica economica quanto alla costruzione di quel clima per cui queste decisioni possano essere credute organizzate, accettate e messe in atto. Perché se ne possa almeno parlare senza sembrare ridicoli bisogna almeno lottare contro la <a href="http://finanza.repubblica.it/News_Dettaglio.aspx?del=20091125&amp;fonte=RPB&amp;codnews=212281" target="_blank">rassegnazione</a> di essere fatalmente perdenti. Quello di essere rassegnati a perdere è un <a href="http://www.unita.it/rubriche/cotroneo/90868" target="_blank">sentimento generale</a>, che ritrovo purtroppo ormai in tutti gli incontri e in tutte le conversazioni a cui ho l’occasione di partecipare.</p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1170" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2009/11/jobless2-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" />Su due temi soprattutto la rassegnazione <a href="http://www.tuttoconsumatori.it/archivio/2009/11/indice_isae_adu.shtml" target="_blank">impedisce</a> all’Italia di ritrovare una speranza per il proprio futuro.</p>
<p>Il primo riguarda la rassegnazione ad una fatale diversità del Mezzogiorno. Una diversità che riguarda non solo la differenza di reddito rispetto al resto dell’Italia ma l’intera organizzazione della società, sia nelle sue strutture pubbliche che nella vita quotidiana dei suoi cittadini. Ma che riguarda soprattutto la rassegnazione al fatto che una grande parte del Paese sia sottratta alla maestà della legge per essere assoggettata al potere di organizzazioni criminali così potenti da inquinare in modo diretto o indiretto tutta la vita economica e politica italiana. E’ una rassegnazione che, al di là di ogni dichiarazione, cresce insieme al crescere dello sdegno rispetto al dilagare di questo fenomeno.</p>
<p>La seconda forma di rassegnazione da cui dobbiamo liberarci riguarda il fatto di ritenere scontato il nostro progressivo allontanamento dagli altri paesi europei. In tutti i confronti internazionali, sia che si tratti di crescita economica, di funzionamento delle strutture scolastiche o di ricerca scientifica, da ormai qualche decennio, cadiamo sempre più in basso. A volte mettiamo giustamente in dubbio il rigore di queste classifiche, a volte andiamo a caccia dei rari indicatori che ci fanno fare una minore brutta figura, ma il quadro generale non cambia e si traduce naturalmente in una parallela perdita di peso specifico del paese, perdita che si traduce a sua volta in un ulteriore aumento della distanza rispetto agli altri paesi europei. E cio’ e’ tanto piu’ preoccupante perche’ in Italia, in ogni campo, non manca chi e’ in grado di competere con il mondo.</p>
<p>Ho parlato di queste due rassegnazioni perché esse portano ai giovani il messaggio che per essi non c’è futuro. Di conseguenza sono costretti a pensare che la loro vita sarà complessivamente peggiore di quella dei loro genitori. A questa perdita di ruolo essi si rassegnano, accontentandosi del poco che arriva nel presente e della precarietà che caratterizza il futuro. E quelli che pensano di reagire lo fanno sempre di più cercando la via dell’emigrazione verso paesi che offrono prospettive e speranze.</p>
<p>Di fronte a questo quadro non è possibile offrire ricette risolutive, ma è almeno doveroso sottolineare che questa rassegnazione è un sentimento che non porta a nulla, perché impedisce di scorgere le realtà e le forze positive che pur esistono anche nella nostra società.</p>
<p>E impedisce soprattutto di individuare, in mezzo ai cambiamenti profondi che questa crisi ci sta portando, gli obiettivi individuali e collettivi che possono trasformare questa rassegnazione in costruttiva speranza. Non pensiamo però a piccoli rimedi, perché le speranze individuali e collettive si modificano solo attraverso radicali cambiamenti nei comportamenti sia individuali che collettivi.</p>
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