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	<title>Romano Prodi &#187; Immigrazione</title>
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	<description>Pagine del sito del prof. Romano Prodi</description>
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		<title>Dieci anni con l&#8217;euro in tasca</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Dec 2011 22:00:09 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Romano Prodi, Jacques delors. Dieci anni con l&#8217;euro in tasca
Un libro di Romano Prodi, Jacques Delors Massimo Degli Esposti, Paolo Giacomin e Stefano Righi pubblicato da Aliberti
dicembre 2011 &#8211; ISBN: 9788874248544
Primo gennaio 2002: nasce l’euro. Un evento epocale, uno degli avvenimenti politici più importanti dell’ultimo secolo. Primo gennaio 2012: l’euro compie dieci anni. Gli italiani [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2012/01/diecianniconleurointasca.png"><img class="alignright size-medium wp-image-4382" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2012/01/diecianniconleurointasca-200x300.png" alt="" width="200" height="300" /></a>Romano Prodi, Jacques delors. Dieci anni con l&#8217;euro in tasca</strong></p>
<p>Un libro di Romano Prodi, Jacques Delors Massimo Degli Esposti, Paolo Giacomin e Stefano Righi pubblicato da <a href="hhttp://www.alibertieditore.it/?pubblicazione=romano-prodi-jacques-delors-dieci-anni-con-leuro-in-tasca" target="_blank">Aliberti</a></p>
<p>dicembre 2011 &#8211; ISBN: <a href="http://www.ibs.it/code/9788874248544/degli-esposti-massimo-giacomin/conversazione-con-romano-prodi.html?shop=4048" target="_blank">9788874248544</a></p>
<p><em>Primo gennaio 2002: nasce l’euro. Un evento epocale, uno degli avvenimenti politici più importanti dell’ultimo secolo. Primo gennaio 2012: l’euro compie dieci anni. Gli italiani non sono convinti della scelta compiuta abbandonando la vecchia lira. Alcuni la rimpiangono, pensano che l’euro ci abbia reso tutti più poveri. tanti vedono invece nella moneta unica un grande successo tecnico, finanziario ed economico. Cosa ne pensano i tre padri fondatori dell’euro Romano Prodi, Jacques Delors e Helmut Kohl? Un dialogo con loro nel pieno di una bufera economica e finanziaria che rischia di mandare in frantumi la moneta unica. Una valutazione storica, una rilettura del recente passato, uno sguardo sul futuro.</em></p>
<p>Il sogno di grandi uomini, realizzato per disinnescare le cause dei sanguinosi conflitti che straziarono il Vecchio continente per molti secoli della sua storia. Un imperativo morale per instillare germi di un comune sentire tra popoli troppo vicini e troppo stretti per non intrecciarsi reciprocamente. Un progetto per lanciare l&#8217;Europa nello scenario ampio del mondo globale.</p>
<p>Con queste premesse, esattamente dieci anni fa &#8211; il primo gennaio 2002 &#8211; si materializzò nelle tasche di trecento milioni di europei un oggetto misterioso chiamato euro.</p>
<p>Molti l&#8217;accolsero come la panacea di tutti i mali, altri come una sorta di inesorabile punizione divina. Che ci abbia fatto del bene o del male è tuttora questione controversa, nell&#8217;opinione pubblica europea e in quella italiana in particolare. Ma la drammaticità degli scenari che abbiamo di fronte, ora che lo tsunami finanziario mondiale rischia di mandarlo in pezzi, ci costringe a una riflessione più profonda.</p>
<p>Come è nato e perché? Come ha inciso sulla nostra vita giorno per giorno? Come ha modificato usi e costumi di ogni cittadino e di ogni Paese? Insomma, ha fatto il suo dovere e quindi vai la pena di salvarlo?</p>
<p>Per Romano Prodi e Jacques Delors la questione non è nemmeno in discussione. Nel loro bilancio, fra aspettative e risultati, errori e omissioni, il dibattito di questi giorni è solo cronaca. La storia, invece, si può rallentare, forse sospendere, ma non si può fermare. L&#8217;euro vivrà.</p>
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		<title>“Il Mondo Che Verrà”: tre incontri televisivi con Romano Prodi su La7</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Oct 2011 22:00:27 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[IL MONDO CHE VERRÀ
Tre incontri in esclusiva con ROMANO PRODI
Su LA7, il  martedì alle 23:00 dall&#8217;11 al 25 ottobre 2011
Dall’aula dello Stabat Mater dell’Università di Bologna, tre incontri con il Professor Romano Prodi sul presente e sul futuro dell’economia mondiale. La sfida dei continenti e le armi per combattere la crisi, cosa fare contro l’aumento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/10/IlMondoCheVerrà.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-3982" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/10/IlMondoCheVerrà-300x206.jpg" alt="" width="300" height="206" /></a><strong>IL MONDO CHE VERRÀ</strong><br />
Tre incontri in esclusiva con ROMANO PRODI</p>
<p>Su <a href="http://www.la7.it/ilmondocheverra/index.html" target="_blank"><strong>LA7</strong></a>, il  martedì alle 23:00 dall&#8217;11 al 25 ottobre 2011</p>
<p>Dall’aula dello <a href="http://www.la7.it/ilmondocheverra/fotogallery.html" target="_blank">Stabat Mater</a> dell’Università di Bologna, tre incontri con il Professor Romano Prodi sul presente e sul futuro dell’economia mondiale. La sfida dei continenti e le armi per combattere la crisi, cosa fare contro l’aumento della disuguaglianza, la paura del futuro e come vincerla. Tre appuntamenti per capire il mondo che c’è e Il Mondo Che Verrà. Il Professor Romano Prodi torna in cattedra.</p>
<p>Lo fa per <a href="http://www.la7.it/ilmondocheverra/bacheca.html" target="_blank">confrontarsi</a> con una classe di studenti italiani e stranieri provenienti dalle diverse facoltà dell’Università di Bologna sulla situazione mondiale contemporanea e i possibili sviluppi futuri. A coadiuvare il dibattito, la giornalista e conduttrice Natascha Lusenti.</p>
<p><strong>Il primo appuntamento</strong> con Il Mondo Che Verrà &#8211; andato in onda l&#8217;11 ottobre 2011 &#8211; è stato dedicato alla cosiddetta<strong> “La Sfida dei continenti”</strong>, più precisamente quello europeo, quello asiatico e quello americano, e all’evoluzione dei rapporti socio-politici ed economici tra di essi.</p>
<p><em>(Fare click sull&#8217;immagine per vedere il primo incontro su <strong>la7.tv</strong>) </em><br />
<a href="http://www.la7.tv/richplayer/index.html?assetid=50234935" target="_blank"><img title="Prima puntata - La Sfida dei continenti" src="/images/mondoverra-puntata-1.jpg" alt="" /></a></p>
<p>Partendo dall’ascesa dei grandi Paesi emergenti, il Professore analizza l’attuale instabilità del sistema economico occidentale, la crisi dei debiti sovrani e la strada che ha portato a questa situazione difficile.</p>
<p>L’euro sopravviverà? Romano Prodi affronta così la questione: “L’Euro resisterà perché nessuno ha interesse a buttarlo a mare, non certo la Grecia, non certo l’Italia, ma soprattutto non la Germania. Perché oggi la Germania è di gran lunga il Paese più potente e più forte dell’Europa grazie all’euro”. E ancora: “Non si può avere una moneta comune senza avere anche un bilancio, un politica finanziaria ed economica comune. (…) O noi stiamo assieme, o la battaglia soli non la vinciamo. Neanche la Germania può farcela da sola. E’ grande per l’Europa, è piccola per il mondo”.</p>
<p>Oltre alla situazione finanziaria, Prodi esamina infine la crisi alimentare, l’espansione demografica e il futuro delle risorse energetiche. Un’analisi del quadro presente e dei possibili scenari futuri.</p>
<p><strong>Il secondo appuntamento</strong>, intitolato <strong>“La Disuguaglianza”</strong>, ha avuto come fulcro la questione della sempre più grande divergenza tra classi ricche e classi povere ed è andato in onda il 18 ottobre 2011.</p>
<p><em>(Fare click sull&#8217;immagine per vedere il secondo incontro su <strong>la7.tv</strong>) </em><br />
<a href="http://www.la7.tv/richplayer/index.html?assetid=50236244" target="_blank"><img title="Seconda puntata - La Disuguaglianza" src="/images/mondoverra-puntata-2.jpg" alt="" /></a></p>
<p>Commentando la divergenza sempre più marcata tra la popolazione povera e quella più ricca del mondo, Romano Prodi analizza le cause che hanno portato a questa situazione: gli squilibri crescenti nella distribuzione dei redditi e nella pressione fiscale, la mancanza di crescita, il declino del welfare. Ed è proprio da tasse, welfare e istruzione che, secondo il Professore, bisogna partire per costruire una società più equa e più giusta.</p>
<p>E ancora si percorre la storia del welfare state, per capire perché nel mondo occidentale stia oggi regredendo. Il Professor Prodi affronta così il tema e le sue conseguenze: “Un problema del welfare è la riduzione delle risorse, ed è frutto della crisi. É un problema molto serio che obbliga ad alcuni provvedimenti non piacevoli. Aumenta l’età media delle persone in Italia, il cambiamento dell’età pensionabile si esige, altrimenti non ci sono le risorse per tutti. Il problema esiste.”</p>
<p>Infine il focus si sposta sulla situazione italiana: dal ruolo attuale dell’istruzione fino al livello di ricchezza e di equità presenti nel Paese. Romano Prodi lo commenta così: ‘C’è un problema di distribuzione, noi abbiamo un numero di famiglie poverissime. Una famiglia su cinque non arriva alla fine del mese. Abbiamo sì ricchezza, ma mal distribuita.”</p>
<p><strong>Il terzo appuntamento</strong> di questo ciclo di incontri è andato in onda il 25 ottobre 2011 con <strong>“La Paura”. </strong>Questo e&#8217; il titolo scelto per descrivere tre grandi tematiche del mondo  contemporaneo: l’immigrazione, la concorrenza internazionale e il futuro  dei nostri figli. Partendo dalla situazione dei trentenni di oggi, che  vivono in un Paese che mostra segni di sofferenza, il Professore  approfondisce lo stato della crescita economica italiana, una crescita  che non c’è.</p>
<p><em>(Fare click sull&#8217;immagine per vedere il terzo incontro su <strong>la7.tv</strong>) </em><br />
<a href="http://www.la7.tv/richplayer/index.html?assetid=50237423" target="_blank"><img title="Terza puntata - La Paura" src="/images/mondoverra-puntata-3.jpg" alt="" /></a></p>
<p>Prodi descrive lo stato di disoccupazione e di lavoro precario in Italia, analizzando così il fenomeno della “fuga dei cervelli” e dei giovani italiani che non studiano, non lavorano e non sono in un programma di formazione: “Quasi la metà dei giovani tra i 15 e i 24 anni sono precari. Questa è veramente una tragedia nella tragedia: la grande disoccupazione giovanile e il precariato che domina anche nella parte occupata. Allora qui bisogna veramente cambiare registro.”</p>
<p>Da qui, partendo dal confronto con Cina e Stati Uniti e domandandosi se esistono le medesime paure, si arriva al problema del ricambio generazionale, che investe sia il mondo del lavoro sia quello della politica.</p>
<p>Infine, il Romano Prodi si sofferma sul tema dell’immigrazione, esaminando i dati reali di questo fenomeno e la percezione di esso deformata dalla crisi e dalla politica dell’ultimo decennio. Il Professore la commenta così: “La percezione è che gli immigrati siano molti di più di quelli che sono. Innanzitutto per la velocità con cui sono arrivati. E’ vero che gli stranieri in Italia sono meno che in Francia e Germania, ma sono arrivati velocissimi negli ultimi anni perché la nostra società si è trasformata più recentemente ma più in fretta. Uno dei nostri problemi che dobbiamo curare è l’integrazione, è capire che riceviamo delle risorse potenzialmente straordinarie e, adagio adagio, devono essere integrate. La generazione successiva deve diventare una generazione di italiani. Questa è la grande sfida dell’immigrazione.”</p>
<p>In chiusura di puntata, un question time con gli studenti: dal coordinamento delle politiche economiche dei paesi europei in risposta alla crisi a come e quando affrontare le riforme strutturali, dalla posizione attuale dei laureati in Italia al rapporto storico tra USA e Italia e alla sua evoluzione futura nel campo economico.<br />
<em><br />
(Ogni puntata è  disponibile su <strong><a href="http://www.la7.tv/programmi/ilmondocheverra/" target="_blank">www.la7.tv</a></strong>, la catch up tv di LA7).</em></p>
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		<title>La fine di Bin Laden ci offre l&#8217;occasione per dirottare risorse dalla guerra alla pace ed allo sviluppo</title>
		<link>http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/la-fine-di-bin-laden-ci-offre-loccasione-per-dirottare-risorse-dalla-guerra-alla-pace-ed-allo-sviluppo_2886.html</link>
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		<pubDate>Thu, 05 May 2011 08:00:04 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Occasione per la pace
Articolo di RomanoProdi su Il Messaggero del 5 maggio 2011
È più che comprensibile l&#8217;esultanza del Presidente e del popolo americano per la fine di bin Laden. La tragedia delle torri gemelle  non solo ha gettato in tutto il mondo lutto e paura ma ha radicalmente cambiato la politica americana dell&#8217;intero decennio che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/05/americans-celebrate-bin-laden-039-s-death.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-2888" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/05/americans-celebrate-bin-laden-039-s-death-300x168.jpg" alt="" width="300" height="168" /></a>Occasione per la pace</strong></p>
<p>Articolo di RomanoProdi su <a href="http://www.difesa.it/Sala+Stampa/Rassegna+stampa+On-Line/PdfNavigator.htm?DateFrom=05-05-2011&amp;pdfIndex=102" target="_blank"><strong>Il Messaggero</strong></a> del 5 maggio 2011</p>
<p>È più che comprensibile l&#8217;esultanza del <a href="http://www.youtube.com/watch?v=1kS2mhHSBPE" target="_blank">Presidente</a> e del <a href="http://tg24.sky.it/tg24/mondo/photogallery/2011/05/02/osama_bin_laden_morto_festeggiamenti_washington.html" target="_blank">popolo americano</a> per la fine di bin Laden. La <a href="http://www.corriere.it/esteri/10_settembre_09/gallerie-11-settembre_3fa6ddfe-bc45-11df-8260-00144f02aabe.shtml" target="_blank">tragedia</a> delle torri gemelle  non solo ha gettato in tutto il mondo lutto e paura ma ha radicalmente cambiato la politica americana dell&#8217;intero decennio che abbiamo alle spalle, spingendo gli Stati Uniti al grande errore della <a href="http://www.repubblica.it/online/speciale/iraqattacco/iraqattacco/iraqattacco.html" target="_blank">guerra in Iraq</a> e obbligando la Nato ad un prolungato<a href="http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/esteri/nameless/1.html" target="_blank"> sforzo in Afghanistan</a> per distruggere per sempre quello che appariva a tutti la grande base del terrorismo internazionale.</p>
<p>La fine di bin Laden non è perciò solo un&#8217;attesa resa dei conti per una indimenticabile tragedia, ma è l&#8217;occasione per entrare in una nuova fase della lotta contro il terrorismo e, soprattutto, in una nuova fase delle relazioni con tutto il mondo islamico. Con questo non voglio assolutamente affermare che il terrorismo sia stato sconfitto o che sia entrato in una crisi irreversibile: oggi è ancora più necessario vigilare contro i colpi di coda che saranno certamente tentati per dimostrarne la permanente forza.</p>
<p>La scomparsa di bin Laden, iniettando una nuova fiducia nel popolo americano, rende tuttavia più facile la messa in atto della <a href="http://www.repubblica.it/2009/05/sezioni/esteri/obama-presidenza-8/discorso-cairo/discorso-cairo.html" target="_blank">politica</a> enunciata al Cairo nel giugno del 2009 ma ancora non giunta ad una fase operativa. Una politica di apertura che distingue nettamente fra il terrorismo e gli stati islamici. Verso questi Obama ha compiuto non solo un&#8217; apertura politica ma ha assunto un <a href="http://www.italynews.it/mediacenter/2009/06/04/il-video-del-discorso-di-barack-obama-a-il-cairo-il-4-giugno-2009-6794.html" target="_blank">impegno concreto</a> per il loro sviluppo e per un loro attivo reinserimento nella comunità internazionale.</p>
<p>Il discorso del Cairo non ha avuto seguito  a causa delle tensioni quotidianamente sollevate dalla guerra in Afghanistan, dai residui della guerra irakena e, soprattutto dalla permanenza di regimi autoritari con i quali gli Stati Uniti avevano spesso rapporti di collaborazione ma che non potevano certo essere partner di una strategia di rinascita economica ed insieme democratica di questi paesi.</p>
<p>Le conseguenze della scomparsa di bin Laden debbono perciò essere strettamente collegate alle rivoluzioni avvenute nei mesi scorsi nel Golfo e nel Mediterraneo. Il combinato disposto di questi eventi ci pone di fronte a nuovi possibili scenari, purchè li si voglia davvero percorrere.</p>
<p>Da un lato si potrà  pensare a sforzi più costruttivi per l&#8217;alleggerimento e la fine della guerra in Afghanistan mentre, dall&#8217;altro, si apre un maggior spazio politico per aiutare in modo concreto coloro che hanno, senza l&#8217;aiuto dei fondamentalisti, cambiato il quadro politico di <a href="prodi.it/articoli/italia/la-crisi-tunisina-puo-estendersi-allegitto-e-dalleuropa-nessun-aiuto-concreto_2516.html" target="_blank">Tunisia</a>, <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/come-temevo-la-rivolta-egiziana-travolge-il-medio-oriente_2562.html" target="_blank">Egitto</a>, <a href="http://www.romanoprodi.it/notizie/con-gheddafi-il-governo-berlusconi-ha-dato-spettacolo_2653.html" target="_blank">Libia</a>, <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/ora-la-missione-delleuropa-e-di-guardare-a-sud_2694.html" target="_blank">Siria</a>, <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/come-temevo-la-rivolta-egiziana-travolge-il-medio-oriente_2562.html" target="_blank">Barhain</a> e <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/litalia-nel-ridicolo-sul-problema-dei-profughi-leuropa-ci-vede-fiacchi-ed-impreparati_2781.html" target="_blank">Yemen</a>. Si apre cioè una prospettiva nuova, che è quella di potere progressivamente spostare in modo condiviso attenzioni e risorse da obiettivi militari a obiettivi civili quali i diritti umani e la crescita economica e sociale. Gli Stati Uniti e l&#8217;Europa hanno cioè la possibilità di mettere in atto una politica coerente con gli obiettivi e i principi da loro proclamati.</p>
<p>Non mi illudo che questo cambiamento di politica sia facile e nemmeno penso che possa essere rapido. Non posso infatti nascondere il mio disappunto nel vedere come di fatto i ragazzi del Cairo e di Tunisi <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/italia-esiga-un-urgente-programma-europeo-per-la-ripresa-economica-dei-paesi-in-rivolta_2628.html" target="_blank">siano stati abbandonati</a> a se stessi e si trovino oggi in condizioni ancora più disperate di quelle che li spinsero in piazza a protestare  contro la corruzione e l&#8217;oppressione dei regimi ma, soprattutto, contro le drammatiche condizioni di vita di una generazione ormai fornita di un elevato livello di istruzione ma senza alcuna prospettiva di trovare un lavoro.</p>
<p>Su questa linea <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/leuropa-e-assente-ma-litalia-non-ha-fatto-nulla-i-politici-e-la-moralita-pubblica_2702.html" target="_blank">non abbiamo fatto nulla</a>. Si sono indirizzate risorse enormi verso gli sforzi militari in Afghanistan, Iraq e, più recentemente, in Libia ma non si è convocata alcuna conferenza internazionale per offrire un futuro a coloro che, seguendo i nostri insegnamenti, hanno cercato di cambiare le cose nei loro paesi. Almeno noi italiani dovremmo riflettere sul fatto che prima della &#8220;nuova primavera&#8221; quasi nessun tunisino era così disperato da cercare una rischiosa fuga nel nostro paese e che se questo avviene oggi è perché la miseria e la disoccupazione sono ulteriormente aumentate fino a spingere a gesti disperati.</p>
<p>Mi auguro solo che la conclusione della vicenda di bin Laden sia lo stimolo perché gli americani possano permettersi di pensare al futuro e non al passato dei loro rapporti col mondo islamico e mi auguro che, anche in questa nuova fase, possano trascinare in questa direzione i riluttanti e divisi paesi europei. Con un poco di esagerazione (ma non tantissima) è stato autorevolmente affermato che i conflitti del passato hanno procurato all&#8217;Occidente l&#8217;ostilità di un miliardo di mussulmani e che questo è per noi un peso politico ed economico insopportabile.</p>
<p>Ebbene è venuto il momento di dirottare una parte crescente delle risorse finora dedicate alla guerra verso lo sviluppo di coloro che hanno faticosamente iniziato il cammino della democrazia e che saranno presto obbligati ad abbandonarlo a causa delle crescenti condizioni di miseria e disperazione in cui si trovano. E&#8217; l&#8217;unico modo per non parlare a vanvera di democrazia e per diminuire il numero dei disperati che sbarcano sulle nostre coste. La fine di bin Laden ci può davvero aiutare a cambiare in meglio la direzione della nostra politica. Attenzione però che fra pochi mesi potrebbe essere troppo tardi.</p>
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		<title>Il futuro degli scambi Italia &#8211; Cina passa da Wenzhou</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Mar 2011 08:32:51 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Una miniera di nome Wenzhou
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 20 marzo 2011
A molti italiani il nome di Wenzhou non dice niente. Eppure dovrebbe dire tanto, perché da Wenzhou proviene la quasi totalità degli emigranti cinesi nel nostro paese. Una visita a Wenzhou è perciò importante per capire molte cose dell’Italia di oggi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/03/comunitàcineseprato.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-2750" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/03/comunitàcineseprato-190x300.jpg" alt="" width="190" height="300" /></a>Una miniera di nome Wenzhou</strong></p>
<p>Articolo di Romano Prodi su<strong> <a href="http://carta.ilmessaggero.it/sfoglia.php?data=20110320&amp;ps=0&amp;vis=G" target="_blank">Il Messaggero</a></strong> del 20 marzo 2011</p>
<p>A molti italiani il nome di Wenzhou non dice niente. Eppure dovrebbe dire tanto, perché da <a href="http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/esteri/wenzhou/1.html" target="_blank">Wenzhou</a> proviene la quasi totalità degli <a href="http://www.tuttocina.it/mondo_cinese/129/129_warz.htm" target="_blank">emigranti cinesi</a> nel nostro paese. Una visita a Wenzhou è perciò importante per capire molte cose dell’Italia di oggi e, soprattutto, del suo futuro.</p>
<p>Anche per i cinesi Wenzhou è una città speciale, diversa dalle altre. Dove si produce di tutto, si commercia di tutto, si presta di tutto e si specula su tutto. Una città a perdita d’occhio, non una città verticale con i grattacieli che salgono al cielo come Shanghai, ma una città orizzontale che si estende senza fine, con i suoi <a href="http://www.wenzhouguide.com/" target="_blank">otto milioni di abitanti</a>, con le abitazioni che si  confondono con i capannoni e i magazzini nei quali si compra e si vende l’universo intero. E con un’<a href="http://en.wzu.edu.cn/" target="_blank">Università</a> che anch’essa cresce allo stesso implacabile ritmo con cui si sono estese le case e le industrie.</p>
<p>Da questa città sono partiti <a href="http://www.nottingham.ac.uk/cpi/documents/discussion-papers/discussion-paper-25-international-migration-and-wenzhou-development.pdf" target="_blank">fiumi di emigranti</a> che si sono sparsi in tutto il mondo ma che mantengono fra di loro e con la città di origine stretti legami di affari e di rapporti familiari. Rapporti d’affari e familiari che si intrecciano fino a rendere difficile distinguere gli uni dagli altri. Di questi emigranti la colonia più numerosa si è diretta <a href="http://www.bradleymgardner.com/2010/12/14/wenzhou-in-italy/" target="_blank">verso l’Italia</a>: le autorità locali stimano infatti a <a href="http://www.ccnr.net/prato2007/archive/binwu.pdf" target="_blank">oltre centoquarantamila</a> il numero dei cittadini di Wenzhou che vivono nel nostro paese.</p>
<p><iframe width="425" height="350" frameborder="0" scrolling="no" marginheight="0" marginwidth="0" src="http://maps.google.it/maps?f=q&amp;source=embed&amp;hl=it&amp;geocode=&amp;q=wenzhou+china&amp;aq=&amp;sll=41.442726,12.392578&amp;sspn=24.202252,57.084961&amp;ie=UTF8&amp;hq=&amp;hnear=Wenzhou,+Zhejiang,+Cina&amp;t=h&amp;ll=27.994267,120.699367&amp;spn=1.803778,3.515625&amp;z=9&amp;output=embed"></iframe><br /><small><a href="http://maps.google.it/maps?f=q&amp;source=embed&amp;hl=it&amp;geocode=&amp;q=wenzhou+china&amp;aq=&amp;sll=41.442726,12.392578&amp;sspn=24.202252,57.084961&amp;ie=UTF8&amp;hq=&amp;hnear=Wenzhou,+Zhejiang,+Cina&amp;t=h&amp;ll=27.994267,120.699367&amp;spn=1.803778,3.515625&amp;z=9" style="color:#0000FF;text-align:left">Visualizzazione ingrandita della mappa</a></small></p>
<p>Non mi sono perciò meravigliato essere avvicinato, durante il volo da Shanghai, da un ragazzo emigrato a Bergamo che, stupito, mi ha chiesto in perfetto italiano che cosa andavo a fare a Wenzhou. E’ stato facile spiegare che mi sembrava utile spendere un paio di giorni per capire da dove vengono e quali caratteristiche e interessi hanno questi <a href="http://www.chinatownstories.com/made-in-italy/" target="_blank">nuovi abitanti</a> dell’Italia. E soprattutto per capire quali interessi comuni essi possano condividere in futuro con i nostri cittadini, in modo da rendere la convivenza più pacifica e fruttuosa per gli uni e per gli altri.</p>
<p><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/03/lavoratoricinesi.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-2755" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/03/lavoratoricinesi-300x173.jpg" alt="" width="300" height="173" /></a>Con tutto lo sconto che si deve fare per questi incontri, sono tornato con la convinzione che, una volta affrontato il problema con la necessaria intelligenza, lungimiranza e buona fede, gli interessi comuni possano prevalere sulle ostilità. Le autorità cinesi si sono infatti rese conto che la situazione di tensione è dannosa per tutti e i rappresentanti degli imprenditori hanno ripetutamente ribadito il loro interesse a fare di Wenzhou un <a href="http://www.lanazione.it/prato/cronaca/2010/10/14/399666-firmato_accordo.shtml" target="_blank">centro di importazione dei prodotti italiani</a> per un mercato cinese che continua a crescere a due cifre e che vede la nostra presenza  nettamente al di sotto delle sue  potenzialità. Concrete proposte sono  emerse per investimenti incrociati e altre <a href="http://www.nove.firenze.it/vediarticolo.asp?id=b0.10.14.16.49" target="_blank">possibili cooperazioni</a> di lungo periodo. Naturalmente nessuno intendeva fare la carità o opere buone ma, come capita ai commercianti preveggenti, essi vedono prospettive di affari lucrosi non solo nel produrre in Italia sfruttando il “made in Italy,” ma anche nell’utilizzare le proprie conoscenze e le proprie connessioni per fare soldi offrendo uno sbocco alle nostre esportazioni.</p>
<p>Ho avuto tuttavia la chiara impressione che bisogna fare in fretta perché ormai tutti si stanno buttando sul mercato cinese. È inoltre necessaria la presenza delle nostre banche e una maggiore disponibilità di mezzi da parte delle rappresentanze diplomatiche. Gli sforzi che esse stanno facendo con tanta buona volontà non possono infatti reggere di fronte all’enorme dovizia di mezzi che viene gettata sul mercato da altri paesi, a cominciare dalla Germania. In ogni modo, a qualcuno che volesse ripetere la mia esperienza di un viaggio a Wenzhou, consiglio di cenare in uno splendido ristorante con una sala da pranzo grande più di un campo di calcio, settantadue salette per i clienti che vogliono riservatezza e cinquecento fra cuochi e camerieri. Credo che quest’esperienza  possa dare, più delle tavole rotonde o dei convegni a cui ho partecipato, l’idea degli affari che si possono fare con Wenzhou,  purchè si cerchi di capire con chi si ha a che fare.</p>
<p><iframe width="425" height="350" frameborder="0" scrolling="no" marginheight="0" marginwidth="0" src="http://maps.google.it/maps?f=d&amp;source=s_d&amp;saddr=39.904963,116.407099&amp;daddr=&amp;geocode=&amp;hl=it&amp;mra=dme&amp;mrsp=0&amp;sz=16&amp;sll=39.903366,116.406734&amp;sspn=0.012115,0.027874&amp;ie=UTF8&amp;t=h&amp;ll=39.903152,116.399288&amp;spn=0.023045,0.036478&amp;z=14&amp;output=embed"></iframe><br /><small><a href="http://maps.google.it/maps?f=d&amp;source=embed&amp;saddr=39.904963,116.407099&amp;daddr=&amp;geocode=&amp;hl=it&amp;mra=dme&amp;mrsp=0&amp;sz=16&amp;sll=39.903366,116.406734&amp;sspn=0.012115,0.027874&amp;ie=UTF8&amp;t=h&amp;ll=39.903152,116.399288&amp;spn=0.023045,0.036478&amp;z=14" style="color:#0000FF;text-align:left">Visualizzazione ingrandita della mappa</a></small></p>
<p>Visto che parliamo dell’Italia in Cina, debbo condividere un’esperienza bella e malinconica. Al centro di Pechino, a pochi passi da piazza Tienanmen, nel quartiere delle legazioni, ho visitato la vecchia ambasciata italiana, inaugurata nel 1901 e poi abbandonata quando l’Italia, come tutti gli altri paesi occidentali, non ha riconosciuto la Cina di Mao. Uno splendido complesso di edifici armonici che si affacciano su una enorme corte, davvero degno di un grande paese. Le sale conservano tuttora i caminetti e i pavimenti italiani e la vecchia cappella, pur trasformata in una sala-conferenze, mantiene intatta la sua dignità. Mi sono immediatamente domandato perché in Italia si sia quasi del tutto persa la memoria di questo passato. Non ho risposta e ne sono rattristato perchè credo che questi ricordi siano uno strumento prezioso per affrontare meglio il presente e il futuro.</p>
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		<title>Povera Europa</title>
		<link>http://www.romanoprodi.it/articoli/estero/povera-europa_2677.html</link>
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		<pubDate>Mon, 28 Feb 2011 10:06:30 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Romano Prodi sulla timida politica europea verso gli Stati arabi. 
Su Handelsblatt del 28 febbraio 2011, pagina 56
In Egitto l&#8217;appoggio ai giovani che cercano uguaglianza di diritti, libertà e democrazia non è arrivato dall&#8217;Europa ma dal presidente Obama. Nelle piazze di Tunisi si sventolano bandiere americane e si bruciano quelle di un grande paese europeo. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="result_box"><span style="background-color: #ffffff;" title="Romano Prodi über die ängstliche Politik gegenüber den arabischen Staaten."><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/02/ProdiHandelsblatt1.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-2681" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/02/ProdiHandelsblatt1-300x244.jpg" alt="" width="300" height="244" /></a><strong>Romano Prodi sulla timida politica europea verso gli Stati arabi. </strong></span></span></p>
<p><span id="result_box"><span title="Handelsblatt vom 28.02.2011, Seite 56">Su <a href="http://www.wirtschaftspresse.biz/psepp/fn/pcc/sfn/showedetail/DocID/1151678/EditionID/4/SectionID/255/PageID/1151674/pDay/28.02.2011%2000:00:00/showtyp/1/SH/47a80234f87eb0c1642069642172af/index.html" target="_blank">Handelsblatt</a> del 28 febbraio 2011, pagina 56</span></span></p>
<p>In Egitto l&#8217;appoggio ai giovani che cercano uguaglianza di diritti, libertà e democrazia <a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/02/Handelsblatt20110228.pdf" target="_blank">non è arrivato dall&#8217;Europa</a> ma dal presidente <a href="http://rampini.blogautore.repubblica.it/2011/02/11/e-ora-obama-attacca-mubarak-lamerica-sta-col-popolo-egiziano/" target="_blank">Obama</a>. Nelle piazze di Tunisi si sventolano bandiere americane e si bruciano quelle di un grande paese europeo. Nella tragedia libica l&#8217;Europa non ha alcuno strumento di influenza In tutti questi casi non si sono nemmeno immaginati strumenti di intervento qualora le tragedie africane spingessero sulle nostre coste non migliaia ma centinaia di migliaia di <a href="http://espresso.repubblica.it/dettaglio/quando-londa-ci-sommergera/2145594" target="_blank">disperati</a>. Quando mi trovo a viaggiare nei paesi del sud del mediterraneo mi sento sempre chiedere perché noi europei, che più commerciamo con loro, che più investiamo nei loro paesi, che più conosciamo i loro problemi e la loro cultura non contiamo nulla sotto l&#8217;aspetto politico. La tempesta di questi giorni ripropone un problema che l&#8217;Unione Europea ha sempre rifiutato di affrontare, cioè il problema  del Mediterraneo.</p>
<p>Quando da presidente della Commissione Europea mi sentivo rimproverare che il nostro sguardo era rivolto solo verso Est, mi era facile rispondere che la storia stessa ci obbligava a questa scelta ma che, cessata l&#8217;emergenza della caduta della cortina di ferro, la nostra attenzione si sarebbe estesa anche al Sud. Per aggiungere credibilità a queste parole la <a href="http://www.repubblica.it/online/esteri/costituzioneue/prodi/prodi.html" target="_blank">mia Commissione</a> portò avanti la proposta che passò sotto il nome de &#8220;<a href="http://www.fondazionepopoli.org/?p=79" target="_blank">l&#8217;anello degli amici</a>&#8220;, secondo la quale i paesi che sono intorno a noi, dalla Bielorussia all&#8217;Ucraina, dall&#8217;Egitto al Marocco avrebbero nel tempo potuto costruire tutti i possibili legami di cooperazione con l&#8217;Unione Europea pur senza essere membri dell&#8217;Unione stessa. Di questa grande ed organica politica di vicinato non se ne fece nulla.</p>
<p>La <a href="http://archivio-radiocor.ilsole24ore.com/articolo-501057/vertice-ue-prodi-acceleratore/" target="_blank">stessa Commissione</a> elaborò successivamente alcune proposte  che, anche se di ampiezza limitata, avrebbero comunque dimostrato la volontà di aprire un dialogo diretto con i paesi della sponda sud. Prospettammo perciò di dare vita alla &#8220;<a href="http://www.lazione.it/index.php/component/content/article/1-articoli/4853-il-futuro-dellafrica" target="_blank">banca del Mediterraneo</a>&#8221; dedicata allo sviluppo delle infrastrutture e delle attività economiche dei paesi del sud, con il compito di attrarre capitali anche al di fuori dei paesi partecipanti ( a cominciare dai paesi del Golfo) e con consiglieri di amministrazione e dirigenti in numero paritario fra Nord e Sud. A questa proposta si rispose, facendo finta di non capirne il grande significato politico, che la Banca Europea degli Investimenti era già sufficiente. Si bocciò in seguito ( senza lasciare nemmeno che potesse arrivare a livello decisionale) l&#8217;idea di creare sedi universitarie collegate fra nord e sud, con un ugual numero di studenti e di docenti delle due sponde e con l&#8217;obbligo da parte degli studenti di dividere il curriculum fra nord e sud.</p>
<p>Anche la <a href="http://www.euromedalex.org/" target="_blank">fondazione Anna Lindh</a> legata alla biblioteca di Alessandria d&#8217;Egitto, che doveva essere il punto di riferimento del dialogo politico e culturale fra i due continenti. è stata lasciata inesorabilmente languire.</p>
<p>Di fronte all&#8217;aperta manifestazione di insoddisfazione per questa politica si è dato finalmente vita all&#8217;<a href="http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/vertice_euromediterraneo/" target="_blank">Unione per il Mediterraneo</a>. Non solo la solennità del nome ma l&#8217;intensità mediatica che ne hanno segnato la nascita facevano sperare ad un cambiamento di rotta. A questa speranza non sono  seguite le necessarie decisioni politiche e, soprattutto, sono mancate le pur minime risorse finanziarie necessarie per fare decollare un progetto di tanta importanza. I nostri partner del Sud non hanno nemmeno in questo caso nascosto la loro delusione: si è arrivati al punto che persino il responsabile più alto in grado tra i paesi del Sud ha abbandonato il suo posto di lavoro e se ne è tornato in Giordania perché a Barcellona non aveva niente da fare.</p>
<p>D&#8217;altra parte è del tutto impensabile realizzare una politica mediterranea che abbia un minimo di efficacia quando l&#8217;intero bilancio dell&#8217;Unione Europea viene costantemente mantenuto al di sotto dell&#8217;uno per cento del Prodotto Nazionale Lordo dei paesi membri.</p>
<p>In qualsiasi modo si risolvano le rivoluzioni di Tunisia, Egitto e Libia, nei paesi della sponda sud è cominciata una nuova era. E&#8217; difficile dire se ci stia avviando verso una democrazia compiuta o se tali paesi dovranno passare attraverso lunghi periodi di turbolenza e di instabilità. Siamo ancora in una fase troppo iniziale di questo processo. E&#8217; tuttavia incredibile vedere come l&#8217;Unione Europea sia del tutto impreparata a favorire ed aiutare il cammino verso la democratizzazione. Ci rempiamo la bocca di parole come libertà, diritti, democrazia e cooperazione e non abbiamo nessuna politica pronta, salvo doverla preparare in tutta fretta in caso si verificasse davvero un esodo biblico verso le coste europee.</p>
<p>Capisco come tutto ciò sia difficilmente proponibile in un periodo storico in cui la crisi economica si accompagna ad una crisi delle istituzioni europee. Ricordiamo però che il <a href="http://europa.eu/lisbon_treaty/index_it.htm" target="_blank">trattato di Lisbona</a> è stato venduto all&#8217;opinione pubblica europea come il pilastro fondante della nuova politica estera comune. E&#8217; triste doversi accorgere che. anche di fronte ad un evento storico così importante e che ci tocca così da vicino. la politica estera europea non esiste.</p>
<p>Romano Prodi</p>
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		<title>Armseliges Europa</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Feb 2011 08:44:16 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Romano Prodi über die ängstliche Politik gegenüber den arabischen Staaten. 
Handelsblatt vom 28.02.2011, Seite 56
Nicht von Europa, sondern von US-Präsident Barack Obama bekamen in Ägypten die jungen Menschen Unterstützung, die gleiche Rechte, Freiheit und Demokratie forderten. Und auf die libysche Tragödie hat Europa auch keinen Einfluss. Die Europäer haben lange Zeit gar nicht überlegt, wie [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/02/ProdiHandelsblatt.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-2675" title="ProdiHandelsblatt" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/02/ProdiHandelsblatt-300x244.jpg" alt="ProdiHandelsblatt" width="300" height="244" /></a></strong><strong>Romano Prodi über die ängstliche Politik gegenüber den arabischen Staaten. </strong></p>
<p><strong></strong><strong><a href="http://www.wirtschaftspresse.biz/psepp/fn/pcc/sfn/showedetail/DocID/1151678/EditionID/4/SectionID/255/PageID/1151674/pDay/28.02.2011%2000:00:00/showtyp/1/SH/47a80234f87eb0c1642069642172af/index.html" target="_blank">Handelsblatt</a></strong> vom 28.02.2011, Seite 56</p>
<p><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/02/Handelsblatt20110228.pdf">Nicht von Europa</a>, sondern von US-Präsident Barack <a href="http://rampini.blogautore.repubblica.it/2011/02/11/e-ora-obama-attacca-mubarak-lamerica-sta-col-popolo-egiziano/" target="_blank">Obama</a> bekamen in Ägypten die jungen Menschen Unterstützung, die gleiche Rechte, Freiheit und Demokratie forderten. Und auf die libysche Tragödie hat Europa auch keinen Einfluss. Die Europäer haben lange Zeit gar nicht überlegt, wie sie Einfluss nehmen könnten. Erst die Angst, dass die Tragödie in Nordafrika Hunderttausende von verzweifelten <a href="http://espresso.repubblica.it/dettaglio/quando-londa-ci-sommergera/2145594" target="_blank">Flüchtlingen</a> an unsere Küsten schwemmt, bringt uns zum Nachdenken. Wenn ich in die Länder Nordafrikas reise, werde ich immer wieder gefragt, warum wir Europäer uns politisch nicht um sie kümmern – obwohl wir am stärksten in dieser Region investieren und ihre Probleme und ihre Kultur kennen.</p>
<p>Die Europäische Union hat sich immer geweigert, das Problem des Mittelmeerraums anzugehen. Mir als Präsidenten der Europäischen Kommission (1999 bis 2004) hat man vorgeworfen, dass wir unseren Blick nur Richtung Osten wenden. Damals war es für mich leicht zu antworten, dass die Geschichte uns zu dieser Wahl zwingt. Ich versprach, dass wir unsere Aufmerksamkeit dem Süden zuwenden, sobald die Notsituation nach dem Fall des Eisernen Vorhangs vorbei ist. Um diesen Worten Glaubwürdigkeit zu verleihen, hat <a href="http://www.repubblica.it/online/esteri/costituzioneue/prodi/prodi.html" target="_blank">meine Kommission</a> einen Vorschlag vorangetrieben, der unter dem Namen „<a href="http://www.fondazionepopoli.org/?p=79" target="_blank">Der Ring der Freunde</a>“ bekannt wurde. Danach sollten die Länder, die uns umgeben – von Weißrussland bis zur Ukraine, von Ägypten bis nach Marokko –, mit der Zeit die Chance bekommen, Kooperationen mit der EU aufzubauen, ohne Mitglied der Union zu sein. Von dieser Politik wurde aber nichts durchgesetzt.</p>
<p><a href="http://archivio-radiocor.ilsole24ore.com/articolo-501057/vertice-ue-prodi-acceleratore/" target="_blank">Die Kommission</a> hat später vorgeschlagen, eine „<a href="http://www.lazione.it/index.php/component/content/article/1-articoli/4853-il-futuro-dellafrica" target="_blank">Bank des Mittelmeerraums</a>“ ins Leben zu rufen, die der Entwicklung der Infrastruktur und der wirtschaftlichen Aktivitäten der Länder im Süden dienen sollte. Die Idee war, so auch Kapital von Regionen außerhalb der Teilnehmerländer anzulocken, vor allem aus den Golfstaaten.</p>
<p>Auf diesen Vorschlag bekamen wir die Antwort, die Europäische Investitionsbank sei bereits ausreichend. Später verwarf man schon in einem frühen Stadium die Idee, Partnerschaften zwischen Universitäten zu schaffen. Dabei sollten Studenten und Dozenten jeweils zu gleichen Teilen aus dem Norden und dem Süden kommen und entsprechend auch die Lehrpläne ausgestaltet werden. Und die <a href="http://www.euromedalex.org/" target="_blank">Stiftung Anna Lindh</a>, die in Kooperation mit der Bibliothek von Alexandria in Ägypten eine Anlaufstelle für den politischen und kulturellen Dialog sein sollte, hat man hoffnungslos dahinsiechen lassen.</p>
<p>Endlich hat man dann die „<a href="http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/vertice_euromediterraneo/" target="_blank">Union für den Mittelmeerraum</a>“ ins Leben gerufen. Nicht nur die Feierlichkeit des Namens, sondern auch die mediale Begleitung ließen auf einen Richtungswechsel hoffen. Aber es gab kaum Geld für das Projekt. Unsere Partner im Süden haben ihre Enttäuschung nicht verhehlt: Einer der Top-Manager des Projekts hat seinen Job an den Nagel gehängt und ist nach Jordanien zurückgekehrt, weil es für ihn in Barcelona nichts zu tun gab. Eines muss man dabei freilich zugestehen: Es ist völlig undenkbar, eine auch nur ansatzweise funktionierende Mittelmeerpolitik zu verwirklichen, wenn der gesamte Haushalt der EU konstant unter einem Prozent des Bruttoinlandsprodukts der Mitgliedsländer gehalten wird.</p>
<p>Wie auch immer sich die Revolutionen in Tunesien, Ägypten und Libyen entwickeln werden: In den Ländern am südlichen Ufer des Mittelmeers hat eine neue Ära begonnen. Es ist schwer zu sagen, ob sie sich einer reifen Demokratie nähern oder lange Phasen der Instabilität durchlaufen müssen. Wir stehen gerade erst am Anfang dieses Prozesses. Dennoch ist es unglaublich zu sehen, dass die Europäische Union völlig unvorbereitet ist, den Weg zu einer Demokratisierung zu fördern und den arabischen Ländern zu helfen.</p>
<p>Wir reden gern vollmundig von Freiheit, Rechten, Demokratie und Kooperation. Aber wir haben keine politischen Konzepte. Wir denken nur an hektische Notfallpläne für den Fall, dass es wirklich zu einem Exodus biblischen Ausmaßes in Richtung der europäischen Küsten kommt.</p>
<p>Europa tut sich auch deswegen schwer mit einer angemessenen Reaktion, weil wir selber Probleme haben: Aus der Wirtschaftskrise ist eine Krise der europäischen Institutionen geworden. Wir sollten aber daran erinnern, dass der <a href="http://europa.eu/lisbon_treaty/index_it.htm" target="_blank">Vertrag von Lissabon</a> den Bürgern als tragender Pfeiler einer neuen gemeinsamen Außenpolitik verkauft wurde. Es ist traurig feststellen zu müssen, dass im Angesicht einer dramatischen historischen Entwicklung, die uns hautnah betrifft, eine europäische Außenpolitik nicht existiert.</p>
<p>Der Autor war italienischer Ministerpräsident und Präsident der EU-Kommission. Sie erreichen ihn unter: gastautor@handelsblatt.com</p>
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		<title>Italia esiga un urgente programma europeo per la ripresa economica dei Paesi in rivolta</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Feb 2011 08:10:31 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[In Nord Africa il modello turco da inseguire
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 20 febbraio 2011
Mentre tutto il Medio-Oriente si sta infiammando, la prima fase post-rivoluzionaria di Tunisia e d’Egitto procede meglio del previsto. Non corre più sangue nelle strade di Tunisi e del Cairo e i governi di transizione stanno in qualche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/02/rivolta-del-pane.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-2629" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/02/rivolta-del-pane-300x150.jpg" alt="" width="300" height="150" /></a>In Nord Africa il modello turco da inseguire</strong></p>
<p>Articolo di Romano Prodi su <a href="http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=36577&amp;sez=HOME_NELMONDO&amp;npl=&amp;desc_sez=" target="_blank">Il Messaggero</a> del 20 febbraio 2011</p>
<p><a href="http://www.corriere.it/esteri/11_febbraio_21/libia-guerra-civile_d21f5616-3d82-11e0-8c41-24e78bec137b.shtml" target="_blank">Mentre</a> <a href="http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=36585&amp;sez=HOME_NELMONDO&amp;npl=&amp;desc_sez=" target="_blank">tutto</a> il <a href="http://blog.panorama.it/mondo/2011/02/21/iran-ancora-manifestazioni-anti-regime-arrestata-la-figlia-di-rafsanjani/" target="_blank">Medio</a>-<a href="http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/topnews/2011/02/17/visualizza_new.html_1586770036.html" target="_blank">Oriente</a> si sta <a href="http://www.italia-news.it/esteri-c4/africa-c8521/marocco-c8556/marocco--esplode-la-protesta--migliaia-di-manifestanti-in-piazza-59043.html" target="_blank">infiammando</a>, la prima fase post-rivoluzionaria di <a href="http://www.agi.it/estero/notizie/201102202011-ipp-rt10041-tunisia_governo_chiede_ad_arabia_saudita_estradizione_ben_ali" target="_blank">Tunisia</a> e d’<a href="http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/topnews/2011/02/20/visualizza_new.html_1584981771.html" target="_blank">Egitto</a> procede meglio del previsto. Non corre più sangue nelle strade di Tunisi e del Cairo e i governi di transizione stanno in qualche modo cercando di venire, almeno parzialmente, incontro alle esigenze di cambiamento espresse dai giovani che sono scesi in piazza. La presa di potere dell’estremismo islamico non sembra, almeno nel presente, materializzarsi. Nello stesso tempo l’esercito, che rimane il punto di continuità del potere, svolge un ruolo di garante dell’unità nazionale e di un <a href="http://www.ilvelino.it/articolo.php?Id=1294914" target="_blank">progressivo cammino</a> verso maggiori diritti civili.</p>
<p>In Egitto l’impegno di indire <a href="http://notizie.virgilio.it/esteri/l-esercito-guida-transizione-in-egitto-6-mesi-poi-elezioni_144361.html" target="_blank">libere elezioni</a> entro sei mesi è stato ribadito dalle autorità militari che, come segno di buona volontà, hanno autorizzato uno dei leader dei Fratelli Musulmani, di nome <a href="http://it.euronews.net/2011/02/15/egitto-costituzione-emendata-entro-dieci-giorni-poi-referendum/" target="_blank">El Arian</a>, a parlare al popolo egiziano dagli studi della televisione di Stato. L’esponente del partito islamico ha ricambiato con un discorso <a href="http://arabnews.com/middleeast/article264587.ece" target="_blank">moderato</a> e con un’apertura di fiducia nei confronti dei militari chiedendo, come prova del cambiamento, la rapida autorizzazione alla nascita di liberi partiti politici. El Arian si è a sua volta impegnato a dare vita ad un partito politico ma a non proporre alcun candidato dei Fratelli Musulmani alle prossime elezioni presidenziali e a evitare che essi raggiungano la maggioranza dei seggi in Parlamento nelle prossime elezioni politiche.</p>
<p>Si tratta di un passo in avanti verso un processo di riconciliazione nazionale anche perché i Fratelli Musulmani non solo erano stati tenuti al margine della vita politica ma erano stati sistematicamente perseguitati dalla polizia di Mubarak. Si potrebbe a questo punto pensare che l’Egitto si sia incamminato verso una “<a href="http://www.monde-diplomatique.it/LeMonde-archivio/Gennaio-2008/pagina.php?cosa=0801lm09.01.html" target="_blank">via turca</a>” alla democrazia, con un progressivo inserimento dei partiti religiosi moderati nei posti di comando. Una via che sarebbe resa possibile da un loro cammino verso il moderatismo, la tolleranza e la laicità. Credo che questa sia una conclusione auspicabile ma assolutamente non garantita. Gli elementi di continuità col regime precedente sono infatti in Egitto molto forti (a cominciare dal peso determinante dei più stretti collaboratori di Mubarak) mentre la classe media egiziana non ha un ruolo paragonabile a quello che essa ricopre in Turchia e il Paese non è stato protagonista di un processo di modernizzazione paragonabile a quello imposto alla Turchia da Ataturk.</p>
<p><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/02/01_e38cf192.JPG"><img class="alignleft size-medium wp-image-2631" title="BRITAIN" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/02/01_e38cf192-300x245.jpg" alt="BRITAIN" width="300" height="245" /></a>I rischi gattopardeschi che tutto cambi affinché nulla cambi sono quindi ancora forti perché il potere vero è nelle mani dell’esercito, anche se la sua volontà di apertura appare promettente e il ruolo degli Stati Uniti sembrerebbe decisamente favorevole all’accelerazione di un processo democratico. Uso a questo proposito il condizionale perché nemmeno Obama potrebbe in alcun modo appoggiare un eccessivo potere di un partito islamico in un Paese così importante come l’Egitto.</p>
<p>Questo quadro moderatamente ottimistico sul piano politico viene tuttavia messo fortemente in dubbio se si pone la dovuta attenzione alla reale situazione economica e sociale. Le strutture produttive sono infatti nella massima confusione, la disoccupazione aumenta ancora e le richieste salariali generano caos e paura. Siamo insomma già arrivati alla fase in cui i tunisini e gli egiziani non chiedono più soltanto libertà e democrazia ma vogliono un lavoro e decenti condizioni di vita. I pubblici dipendenti in Egitto e gli addetti all’abbigliamento in Tunisia alzano la voce ma difficilmente possono essere ascoltati perché il crollo del turismo vuota le casse dello Stato egiziano e le difficoltà della produzione e dell’export non aiutano certo le possibilità di crescita dei salari degli operai tunisini. Lo stesso malessere che sta aumentando le tensioni interne spinge ora migliaia di disperati verso le nostre coste.</p>
<p>Mi rendo conto che sto descrivendo una situazione in cui la rabbia e il malcontento possono costituire il terreno di coltura per rimpiangere il passato e dare forza a chi vuole ricostruire quel passato. È giunta perciò l’ora che gli <a href="http://it.notizie.yahoo.com/19/20110215/twl-egitto-obama-lo-definisce-un-esempio-b689c2c.html" target="_blank">Stati Uniti</a> e l’<a href="http://www.europarl.europa.eu/news/public/story_page/030-113509-049-02-08-903-20110211STO13508-2011-18-02-2011/default_it.htm" target="_blank">Europa</a> smettano di gioire in modo astratto per i cambiamenti avvenuti e si diano da fare perché i cambiamenti possano durare anche in futuro. Invece di limitarsi a inneggiare all’avvento della democrazia è urgente operare in modo che la democrazia non sia uccisa sul nascere dalla fame, dalla miseria e dalla rabbia.</p>
<p><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/02/mubarak.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-2633" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/02/mubarak-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Invece di limitarci a <a href="http://www.italia-news.it/politica-c14/maroni-alla-camera--emergenza-sbarchi--leuropa-non-puo-restare-a-guardare-58616.html" target="_blank">chiedere l’elemosina</a> all’Unione Europea per fare fronte ai costi dei nuovi disperati dobbiamo essere noi italiani a esigere che si metta in atto un grande programma di emergenza per fare riprendere subito l’economia dei Paesi del sud del Mediterraneo. Solo in questo modo si potrà garantire non solo l’integrità del nostro territorio ma anche le conquiste di coloro che sono scesi in piazza a Tunisi e al Cairo in difesa di una libertà che abbiamo tanto osannato ma che non stiamo facendo nulla per salvaguardare.</p>
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		<title>La democrazia dei sondaggi, il governo dei problemi</title>
		<link>http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/la-democrazia-dei-sondaggi-il-governo-dei-problemi_2012.html</link>
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		<pubDate>Sun, 19 Sep 2010 08:25:08 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Caso Rom e dintorni: la democrazia dei sondaggi, il governo dei problemi
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 19 Settembre 2010
L’Europa è un “Unione di minoranze”. Questa definizione così bella e sintetica mi fu rivolta, durante l’ultimo processo di allargamento, da un parlamentare appartenente a una piccola minoranza etnica di uno dei nuovi Paesi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/09/berlusconi_sarkozy.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-2016" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/09/berlusconi_sarkozy.jpg" alt="" width="222" height="200" /></a>Caso Rom e dintorni: la democrazia dei sondaggi, il governo dei problemi</p>
<p>Articolo di Romano Prodi su <strong><a href="http://carta.ilmessaggero.it/view.php?data=20100919&amp;ediz=20_CITTA&amp;npag=1&amp;file=PRODI_36.xml&amp;type=STANDARD" target="_blank">Il Messaggero</a></strong> del 19 Settembre 2010</p>
<p>L’Europa è un “Unione di minoranze”. Questa definizione così bella e sintetica mi fu rivolta, durante l’ultimo processo di allargamento, da un parlamentare appartenente a una piccola minoranza etnica di uno dei nuovi Paesi che stava entrando nell’Unione Europea.</p>
<p>E con commovente semplicità il parlamentare continuò il suo discorso spiegando che suo nonno era stato perseguitato perché appartenente a una minoranza etnica e suo padre era stato esiliato per lo stesso motivo. Ed egli voleva perciò che il suo Paese entrasse nell’Unione Europea perché essa è un’Unione di minoranze.</p>
<p>In tutti i miei <a href="http://www.unipi.it/ateneo/comunica/cerimonie/honoris/prodi.htm_cvt.htm" target="_blank">discorsi</a> successivi <a href="http://www.politichecomunitarie.it/comunicazione/7322/prodi-europa-come-unione-di-minoranze" target="_blank">ho fatta mia</a> questa <a href="http://www.balcanicaucaso.org/ita/aree/Bosnia-Erzegovina/Discorso-del-Presidente-della-Commissione-Europea-Romano-Prodi" target="_blank">definizione</a> perché essa ha un duplice significato. Il primo è un significato politico e che cioè nessun Paese, per quanto grande esso sia e per quanto forte possa essere la sua economia, potrà dominare sugli altri ed essere il padrone del continente. Ed è questa garanzia che ha reso possibile lo sviluppo, la pace e la solidarietà del mezzo secolo di storia che ci sta alle spalle. Il secondo significato è ancora più forte, e che cioè tutti i cittadini europei sono uguali e non possono essere discriminati per la loro appartenenza ad una razza o ad una religione.</p>
<p>Il ruolo che l’Europa ha nel mondo è proprio quello di assicurare che il Paese potente non opprimerà mai quello debole e una comunità potente non opprimerà quella debole.</p>
<p>Riguardo al primo aspetto i nostri governi non sembrano più volere prendere in considerazione la necessità e l’utilità di cooperare fra di loro riconoscendo alle istituzioni comunitarie il ruolo di proposta per le evoluzioni future del progetto europeo e il ruolo di arbitro nelle controversie presenti. Da queste evoluzioni negative sono nate le difficoltà che hanno trasformato il modesto problema greco in un pericolo per tutta l’Europa.</p>
<p><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/09/sarkozysgomberorom.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2019" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/09/sarkozysgomberorom-300x174.jpg" alt="sarkozysgomberorom" width="300" height="174" /></a>Le <a href="http://www.apcom.net/newsesteri/20100914_182103_3a409d5_97279.html" target="_blank">decisioni</a> del <a href="http://www.affaritaliani.it/cronache/sarkozy_ipocrisia_rom_zingari180910.html" target="_blank">presidente</a> francese nei confronti dei <a href="http://www.asca.it/news-ROM__FRANCIA_RIMPATRIA_NUOVO_GRUPPO_NOMADI__69_IN_VIAGGIO_VERSO_ROMANIA-948662-ORA-.html" target="_blank">rom</a> hanno messo in crisi il secondo pilastro della nostra convivenza. Con esse infatti si colpiscono non le singole persone in quanto colpevoli di reato ma un’intera comunità in quanto ritenuta depositaria di valori inferiori.</p>
<p>Nessuno di noi si nasconde i problemi e le tensioni che i campi nomadi provocano nelle città dove sono insediati e nessuno vuole sottovalutare la difficoltà che gli amministratori locali e le stesse organizzazioni caritative incontrano nello sforzo di inserimento dei nomadi nella vita comunitaria, ma tutti debbono essere altrettanto consapevoli che la soluzione non può essere quella di cacciare via indiscriminatamente tutti i nomadi calpestando i loro diritti e gettando i loro problemi sulle spalle di Paesi ancora più impreparati a risolverli e dai quali perciò saranno ancora una volta costretti a fuggire e a ritornare ancora più poveri e risentiti.</p>
<p>La Commissione Europea aveva, all’inizio del decennio, proposto un grande progetto di intervento per affrontare in modo positivo e cooperativo questo problema che coinvolge milioni di persone e tutti i Paesi dell’Unione. Il <a href="http://www.notiziarioitaliano.it/italia/mondo/51799/sarkozy-tira-dritto-sulla-questione-dei-rom-scontro-aperto-con-lue.html" target="_blank">presidente francese</a> e, <a href="http://www.corriere.it/politica/10_settembre_15/berlusconi-rom-francia-sarkozy_e5e3d34c-c0f1-11df-baf9-00144f02aabe.shtml?fr=box_primopiano" target="_blank">al suo seguito</a>, il <a href="http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=32587&amp;sez=HOME_NELMONDO&amp;npl=&amp;desc_sez=" target="_blank">governo italiano</a> pensano invece che sia più giusto <a href="http://www.polisblog.it/post/8583/sarkozy-leuropa-e-la-questione-rom" target="_blank">seguire i sondaggi</a> di opinione che non garantire a tutti, quale sia la loro razza o la loro religione, il sacrosanto diritto di libera circolazione, riconoscendo naturalmente alle autorità non solo il diritto ma il dovere di reprimere i reati e di custodire la sicurezza e il patrimonio dei propri cittadini.</p>
<p>Tutti sono consapevoli che, con queste decisioni, i problemi saranno in futuro più gravi e le soluzioni più difficili, ma è certo politicamente più conveniente ottenere per sé un vantaggio oggi mentre altri dovranno risolvere le tragedie di domani.</p>
<p>È ormai l’eterno e drammatico problema della nostra democrazia che, vivendo sui sondaggi, diventa per definizione incapace di affrontare i problemi futuri. Una deriva che lascia ai successori problemi sempre più gravi ed un’eredità sempre più difficile da gestire. Una democrazia in cui i responsabili del potere non sono più in grado di esercitare il loro dovere di leadership perché sono convinti che fare le cose giuste, anche se sgradite, sia solo un modo per perdere il proprio potere personale. Un modo di governare che obbliga di conseguenza ad aumentare il contenuto di demagogia e di manipolazione, entrambi necessari per indebolire lo spirito critico e la reazione morale che dovrebbe naturalmente conseguire dall’osservazione di queste decisioni. Si può rispondere che queste sono le regole della democrazia moderna. Ma se queste sono le regole allora bisogna prendere sul serio l’osservazione di un alto esponente politico cinese che, alla fine di una conversazione sui processi decisionali del mondo contemporaneo, ha semplicemente concluso dicendo «Sono molto preoccupato per il futuro della vostra democrazia».</p>
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		<title>L&#8217;itinerario collettivo che il Paese non trova</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Aug 2010 08:00:01 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 22 Agosto 2010
I paradossi dell’economia italiana sono sempre più difficili da comprendere e, di conseguenza, ancora più difficili da spiegare. Negli ultimi anni ci siamo dedicati a cercare di capire come un basso livello di natalità, che data ormai da almeno trent’anni, possa essere compatibile con un’elevatissima [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1916" class="wp-caption alignright" style="width: 360px"><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/08/immipermesso1-large.jpg"><img class="size-full wp-image-1916" title="Lavoratori clandestini in attesa del permesso di soggiorno" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/08/immipermesso1-large.jpg" alt="Lavoratori clandestini in attesa del permesso di soggiorno" width="350" height="260" /></a><p class="wp-caption-text">Lavoratori clandestini in attesa del permesso di soggiorno</p></div>
<p>Articolo di Romano Prodi su <a href="http://carta.ilmessaggero.it/view.php?data=20100822&amp;ediz=20_CITTA&amp;npag=1&amp;file=PRODI_34.xml&amp;type=STANDARD" target="_blank"><strong>Il Messaggero</strong></a> del 22 Agosto 2010</p>
<p>I paradossi dell’economia italiana sono sempre più difficili da comprendere e, di conseguenza, ancora più difficili da spiegare. Negli ultimi anni ci siamo dedicati a cercare di capire come un basso livello di <a href="http://www.indexmundi.com/it/italia/tasso_di_natalita.html" target="_blank">natalità</a>, che data ormai da almeno trent’anni, possa essere compatibile con un’elevatissima <a href="http://www.asca.it/focus-DISOCCUPAZIONE__IN_ITALIA_RESTERA__ALL_8_7_PERCENTO__FINO_ALLA_FINE_DEL_2011-3209.html" target="_blank">disoccupazione</a> giovanile e con un altrettanto elevato tasso di <a href="http://www.linkontro.info/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=2824:istat-immigrati-regolari-a-bassissimo-tasso-di-criminalita&amp;catid=36:lanima-e-il-corpo&amp;Itemid=76" target="_blank">immigrazione</a>. Non è infatti comprensibile in modo intuitivo come questi tre dati possano andare assieme nello stesso Paese e nello stesso periodo di tempo.</p>
<p>A complicare le cose è arrivato un ulteriore elemento di conoscenza, che cioè nella fascia d’età <a href="http://tg24.sky.it/tg24/economia/2010/07/02/istat_lavoro_disoccupazione_maggio_2010.html" target="_blank">dai 15 ai 30 anni</a> vi sono oltre <a href="http://www.corriere.it/cronache/10_agosto_17/sergio-rizzo-invisibili_0aedd022-a9cb-11df-8b1f-00144f02aabe.shtml?fr=box_primopiano" target="_blank">900.000 “invisibili”</a>, quasi un milione di giovani che non studiano e, almeno ufficialmente, non lavorano.</p>
<p>Una parte di questi appartiene probabilmente al mercato del <a href="http://blog.panorama.it/italia/2010/02/18/lavoro-nero-ed-immigrazione-boom-di-irregolari/" target="_blank">lavoro clandestino</a>, ma questo non è un elemento di consolazione perché si tratta in ogni caso di occupazioni precarie, sottopagate e incapaci di fornire agli stessi giovani la possibilità di formare una famiglia e, tantomeno, la prospettiva di costruirsi una pensione. In Italia, inoltre, il numero di immigrati è arrivato alla soglia dei quattro milioni e, anche in questo periodo di difficoltà economica, il loro numero non tende a calare in modo sensibile perché sono essi che si accollano i lavori faticosi, usuranti, pericolosi o socialmente umili che ben pochi italiani sono disposti ad accettare.</p>
<p>Ultimo elemento di questo paradosso che spinge il Paese verso il basso è il costante <a href="http://www.indiceistat.it/indice-istat-produzione-industriale-italiana-febbrario-2010-in-aumento/" target="_blank">calo della produttività</a> che, negli ultimi dieci anni, anche tenendo conto di tutte le controversie statistiche è fortemente diminuita e che è ancora più rapidamente caduta nell’ultimo periodo.</p>
<p>Di fronte a questi dati non possiamo limitarci a chiedere quando usciremo dalla crisi ma se e come ne usciremo. Cosa può infatti succedere ad un Paese nel quale un alto livello di disoccupazione convive con un’immigrazione non qualificata, con un continuo calo della produttività e un sempre più elevato numero di giovani specializzati che emigrano verso l’estero? La risposta è semplice: il combinato disposto di questi fenomeni non può che portare alla diminuzione del livello di vita degli italiani ed alla generale decadenza del Paese.</p>
<p>Non è sufficiente a consolarci la constatazione che alcuni settori industriali hanno ripreso ad esportare, perché questo non è un fatto generalizzato e soprattutto perché l’industria pesa soltanto per un quinto del nostro Prodotto interno lordo. Nei settori industriali in cui siamo più competitivi è ormai difficile aumentare la produttività con innovazioni dei processi, che sono già ad elevati livelli di sofisticazione. La produttività si aumenta soprattutto dando vita a prodotti o a servizi innovativi, che si vendono a un prezzo più alto. L’aumento della produttività è frutto di una continua ricerca.</p>
<p>Soprattutto il nostro settore terziario, che pesa per i tre quarti dell’intera economia, non gioca quasi alcun ruolo internazionale: non nella distribuzione, non nella progettazione, non nei trasporti, poco nei servizi finanziari, non nella logistica, non nell’architettura, non nei servizi turistici, non nella consulenza. E potrei continuare con questo lamentoso elenco.</p>
<p>Di conseguenza le offerte di lavoro specializzato calano e i nostri giovani di qualità vanno a lavorare all’estero. Non è più soltanto una fuga dei ricercatori ma di tutti i giovani più intraprendenti che operano nei settori innovativi e globalizzati.</p>
<p>Negli anni ’80 e ’90 ci siamo illusi che il problema potesse essere risolto dalla tumultuosa crescita del lavoro autonomo, ma quasi nessuno di quelli che hanno fatto questa scelta ha costruito iniziative con dimensioni capaci di competere nel nuovo scenario internazionale e, purtroppo, molti di coloro che con grandi speranze si erano messi in proprio sono oggi letteralmente alla fame.</p>
<p>Le cose nuove nella produzione di beni o di servizi si fanno solo se si attraggono energie e risorse umane nuove. Non se importiamo unicamente coloro che sono disposti a fare i lavori che i nostri giovani rifiutano, mentre i migliori di loro sono costretti ad emigrare.</p>
<p>Riusciremo a contrastare questo declino solo se il sistema Paese sarà in grado di conservare in Italia ed attirare dall’estero imprese ed energie umane di alto livello. Oggi, secondo tutte le analisi e i riscontri internazionali, siamo fuori dal giro. Stiamo cioè uscendo dalla storia. Non illudiamoci che ci salvi il nostro passato: i Paesi vivono nel presente e nel futuro.</p>
<p>In questo quadro la missione principale della Pubblica amministrazione è quella di liberare il terreno dagli ostacoli che bloccano il fiorire delle nuove opportunità. La missione delle banche, delle imprese, delle professioni, delle università è di investire nel nuovo e scommettere sui giovani con coraggio e visione, rigore e attenzione al merito.</p>
<p>Per tentare di salvarci abbiamo bisogno di costruire un itinerario collettivo: spetta soprattutto alla politica di tracciarne la strada. Non mi sembra però che nella presente estate si sia molto lavorato in questa direzione.</p>
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		<title>Il ghetto che l&#8217;Italia non si può permettere</title>
		<link>http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/il-ghetto-che-litalia-non-si-puo-permettere_1214.html</link>
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		<pubDate>Sat, 09 Jan 2010 15:31:27 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 9 gennaio 2010
In un paese in cui il tasso di natalità è tra i più bassi del mondo ed in cui nello spazio di una generazione un terzo degli italiani avrà più di 65 anni, il problema dell’immigrazione si presenta come prioritario e dominante. Un crescente numero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-medium wp-image-1215" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/01/immigrazione-300x219.jpg" alt="" width="300" height="219" />Articolo di Romano Prodi su <a href="http://sfoglia.ilmessaggero.it/view.php?data=20100109&amp;ediz=20_CITTA&amp;npag=1&amp;file=PRODI_32.xml&amp;type=STANDARD" target="_blank"><strong>Il Messaggero</strong></a> del 9 gennaio 2010</p>
<p style="text-align: left;">In un <a href="http://sfoglia.ilmessaggero.it/view.php?data=20100109&amp;ediz=20_CITTA&amp;npag=1&amp;file=PRODI_32.xml&amp;type=STANDARD" target="_blank">paese</a> in cui il tasso di <a href="http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/cronaca/istat-popolazione/istat-popolazione/istat-popolazione.html" target="_blank">natalità</a> è tra i più bassi del mondo ed in cui nello spazio di una generazione un terzo degli italiani avrà più di 65 anni, il <a href="http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/cronaca/istat-popolazione/istat-popolazione/istat-popolazione.html" target="_blank">problema dell’immigrazione</a> si presenta come prioritario e dominante. Un crescente numero di immigrati sarà infatti indispensabile per fare avanzare il sistema economico e per garantire i servizi essenziali e le necessarie cure agli anziani e agli ammalati. Già oggi senza il contributo degli oltre quattro milioni di immigrati che risiedono in Italia, il nostro Paese non sarebbe più in grado di funzionare.</p>
<p>Sono infatti sempre meno gli italiani disposti a lavorare nel turno di notte delle fabbriche, a portare assistenza agli anziani o a servire nei i ristoranti o negli alberghi. E ben pochi sono disposti a fare questi mestieri anche in presenza dell’attuale difficile crisi occupazionale. Eppure di fronte a questa riconosciuta realtà e di fronte all’altrettanto riconosciuta evidenza che il problema sarà ancora più serio nel futuro, gli italiani reagiscono con crescente diffidenza, attribuendo agli immigrati la responsabilità di ogni disagio e insicurezza delle nostre città, anche se tutte le statistiche disponibili dimostrano che i livelli di criminalità degli immigrati regolarmente residenti nel nostro Paese non sono differenti da quelli dei cittadini italiani.</p>
<p>Nessuno può naturalmente nascondere o sottovalutare le difficoltà e i problemi dell’integrazione, sia che si tratti di integrazione nel mondo del lavoro, nella scuola o nel quartiere, soprattutto quando il problema coinvolge un numero così grande di persone e origini ed etnie così diverse. Una difficoltà enorme anche senza tener conto delle tragiche patologie della Calabria di ieri. Eppure proprio questa grande varietà di origini ed etnie rende il processo di integrazione relativamente meno difficile rispetto a paesi come la Germania o la Francia dove la provenienza dominante degli immigrati da un solo paese (la Turchia) o da una sola area (il Magreb) rende più probabile la formazione di veri e propri ghetti che rendono più difficile il contatto coi cittadini del paese e più complesso il processo di avvicinamento e di assimilazione dei modelli e degli stili di vita dei cittadini.</p>
<p>Eppure, invece di prepararsi concretamente al futuro di una inevitabile società multiculturale, si descrivono gli immigranti come una realtà impossibile da integrare nelle regole moderne della convivenza e della democrazia. Allo scopo di raggiungere quest’obiettivo si compie una doppia forzatura, prima di tutto facendo credere che la maggioranza dei nostri immigrati sia mussulmana e, in secondo luogo che, in quanto tali, essi non siano assimilabili alla vita democratica. Vorrei che si riflettesse sul fatto che oltre la metà di coloro che vengono a cercare lavoro in Italia sono cristiani, meno di un terzo mussulmani e il resto di altre religioni.</p>
<p>E vorrei anche ricordare che le stesse presunte incompatibilità nei confronti della democrazia sono state usate in Italia contro i cattolici nel 1882 per bloccare la proposta l’introduzione del suffragio universale. E ancora negli anni trenta si insisteva sull’incompatibilità fra cattolicesimo e democrazia, data la presenza di dittature in paesi cattolici come la Spagna, il Portogallo e l’Italia. Perseguendo obiettivi politici di corto periodo si alimenta la paura e, data la riconosciuta impossibilità di fare senza immigrati, si tende a imporre un modello di immigrato che sta qui pochi mesi o pochi anni e ritorna poi al proprio Paese d’origine. E, per perseguire questo obiettivo, si pongono gli ostacoli più elevati possibili all’ottenimento del diritto di voto e della cittadinanza italiana. La cittadinanza è una cosa seria e bisogna davvero che essa sia meritata da un periodo sufficientemente prolungato di obbedienza alle nostre leggi e dalla dimostrazione di conoscere e rispettare le regole della nostra convivenza civile.</p>
<p>Tuttavia quando si scrive , come nel recente <a href="http://nuovo.camera.it/453?bollet=_dati/leg16/lavori/bollet/200912/1216/html/14" target="_blank">progetto di legge approvato in Commissione Parlamentare</a> nello scorso 18 dicembre, che è condizione per l’acquisto della cittadinanza italiana da parte dello straniero nato in Italia che “abbia frequentato con profitto scuole riconosciute dallo stato italiano almeno sino all’assolvimento del diritto-dovere all’istruzione”, bisogna ricordare che oltre il 20% dei ragazzi italiani non raggiunge quest’obiettivo. E quando si aggiunge che l’acquisizione della cittadinanza italiana è subordinata ad un “effettivo” e non definito “grado di integrazione sociale e al rispetto degli obblighi fiscali”, viene immediato pensare a quanti nostri cittadini dovrebbe essere tolta la cittadinanza stessa. La decisione definitiva sul tema della cittadinanza è stata prudentemente rinviata a dopo le elezioni regionali.</p>
<p>Approfittiamo di questo tempo per riflettere a fondo su come vogliamo sia l’Italia del futuro. Se vogliamo cioè vivere in un paese in cui tutti debbano rispettare le stesse regole e avere gli stessi diritti per se stessi e per i propri figli o se invece preferiamo un Italia in cui gli stranieri rimangano tali, separati da tutti, che vivano magari fuori dalle nostre regole ma che possano essere sempre cacciati fuori dai nostri confini. Una scelta non solo impossibile e insostenibile sul piano etico, ma disastrosa per la nostra economia che ha bisogno di nuove braccia e di nuove menti che considerino il futuro del nostro paese come il futuro proprio e delle proprie famiglie.</p>
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