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	<title>Romano Prodi &#187; G20</title>
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	<description>Pagine del sito del prof. Romano Prodi</description>
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		<title>Al G20 processata non l&#8217;economia italiana ma l&#8217;incapacità del nostro governo</title>
		<link>http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/al-g20-processata-non-leconomia-italiana-ma-lincapacita-del-nostro-governo_4099.html</link>
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		<pubDate>Sun, 06 Nov 2011 07:00:46 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Dopo il vertice del G20
Il governo e la fiducia già persa in Europa
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 6 novembre 2011
Il G 20 di Cannes era partito con un obiettivo ed è finito con un altro. Per mesi la roboante regia francese ci aveva annunciato che questo sarebbe stato il vertice delle grandi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/11/Tremonti4.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-4104" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/11/Tremonti4-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Dopo il vertice del G20</p>
<p><strong>Il governo e la fiducia già persa in Europa</strong></p>
<p>Articolo di Romano Prodi su <a href="http://www.difesa.it/Sala_Stampa/rassegna_stampa_online/Pagine/PdfNavigator.aspx?d=06-11-2011&amp;pdfIndex=80" target="_blank"><strong>Il Messaggero</strong></a> del 6 novembre 2011</p>
<p>Il <a href="http://www.g20-g8.com/g8-g20/g20/english/the-2011-summit/declarations-and-reports/g20-cannes-summit-declarations-and-reports.1553.html" target="_blank">G 20 di Cannes</a> era partito con un obiettivo ed è finito con un altro. Per mesi <a href="http://www.g20-g8.com/g8-g20/g20/english/priorities-for-france/the-priorities-of-the-french-presidency/the-priorities-of-the-french-presidency.75.html" target="_blank">la roboante regia francese</a> ci aveva annunciato che questo sarebbe stato il vertice delle grandi riforme del sistema finanziario internazionale. Un obiettivo più volte ripetuto anche se politicamente impossibile perché le grandi riforme non si fanno in un periodo in cui nessuno ha interesse a farle. Non gli Stati Uniti perché con qualsiasi riforma perderebbero i loro ingiustificati privilegi, non la Cina perché ha tutto l’interesse a rinviare le riforme a quando sarà più forte e più pronta, non l’Europa perché a Bruxelles non comanda nessuno e nelle diverse capitali ognuno la racconta per conto suo.</p>
<p>Tolto ogni grande progetto di riforma è rimasta in agenda l’emergenza della zona Euro. In teoria il G20, rappresentando tutti i grandi paesi del mondo, avrebbe dovuto aiutare il confezionamento di un paracadute per l’attuale crisi europea ma tutti i grandi, a cominciare dalla Cina, hanno fatto marcia indietro quando si sono resi contro che nemmeno i paesi europei erano disposti ad aumentare il proprio contributo nei confronti del <a href="http://www.repubblica.it/economia/2011/11/03/news/g20_allo_studio_un_fondo_da_1000_miliardi-24385180/" target="_blank">Fondo salva-Stati </a>(Efsf).</p>
<p>Di fronte all’impossibilità di accordo su nuove regole e di fronte al rifiuto di raccogliere nuove risorse per fare fronte all’emergenza, l’unica strada rimasta al G 20  è stata quella di fare <a href="http://www.milanofinanza.it/news/dettaglio_news.asp?id=201111041857294428&amp;chkAgenzie=TMFI&amp;sez=news&amp;testo=&amp;titolo=Dal%20G20%20magre%20consolazioni%20per%20l%E2%80%99Europa,%20l%27Italia%20esce%20sconfitta" target="_blank">la voce grossa</a> di fronte ai paesi devianti.</p>
<p>A questo punto si è snodato l’aspetto per noi drammatico e inatteso: il processo cominciato nei confronti della Grecia si è trasformato in un <a href="http://www.lettera43.it/economia/macro/30583/prodi-un-g20-puntato-sull-italia.htm" target="_blank">serrato dibattimento contro l’Italia</a>, con tanto di condanna ad un <a href="http://www.asca.it/news-G20__ITALIA_VIGILATA_DA_FMI__BERLUSCONI__LO_ABBIAMO_CHIESTO_NOI_(PUNTO)-1064165-ORA-.html" target="_blank">lungo periodo di libertà vigilata</a>. E per essere sicuri che i comportamenti del condannato non si discostino dagli obblighi contenuti nella sentenza è stato deciso un <a href="http://notizie.tiscali.it/articoli/economia/11/11/04/comunicato_finale_g20.html?utm_source=dlvr.it&amp;utm_medium=facebook" target="_blank">doppio controllo</a> sia da parte della Commissione Europea che del Fondo Monetario Internazionale.</p>
<p>Un’ <a href="http://www.bolognatoday.it/politica/g20-cannes-prodi.html" target="_blank">umiliazione nei confronti dell’Italia</a> del tutto inedita e, da parte di molti osservatori, ritenuta eccessiva anche tenendo conto delle difficoltà oggettive della nostra economia.</p>
<p>A Cannes non è stata tuttavia processata l’ economia italiana ma la <a href="http://www.romanoprodi.it/comunicati/il-momento-e-drammatico-ogni-ritardo-puo-avere-conseguenze-irreversibili-per-lintero-paese_4073.html" target="_blank">mancanza di credibilità</a> del nostro governo e la sua incapacità sia nel prendere le decisioni necessarie per porre rimedio alle nostre anomalie, sia nel dare attuazione agli impegni faticosamente e tardivamente assunti.</p>
<p>Più che un processo contro l’Italia abbiamo assistito ad un <a href="http://www.asca.it/copertina-IL_G20_CERTIFICA_IL_DEFICIT_DI_CREDIBILITA__DEL_GOVERNOITALIANO-5098.html" target="_blank">processo contro il governo italiano</a>, ritenuto da tutti gli organismi internazionali non credibile e perciò <a href="http://www.youtube.com/watch?v=YSXNdl0gIvI" target="_blank">non degno di fiducia</a>. Un fatto estremamente dannoso perché riportato e ossessivamente ripetuto in tutti i media del pianeta, forse perché dal vertice di Cannes non vi era null’altro da riportare o forse anche perché <a href="http://www.romanoprodi.it/notizie/il-problema-italiano-non-abbiamo-un-governo-allaltezza_4088.html" target="_blank">il folklore del nostro primo ministro</a> fa notizia ovunque.</p>
<p>Il Primo Ministro, durante la conferenza-stampa conclusiva, <a href="http://www.ft.com/cms/s/0/872b9294-070a-11e1-8ccb-00144feabdc0.html?ftcamp=rss" target="_blank">si è difeso</a> descrivendo l’immagine di <a href="http://www.youtube.com/watch?v=dbItJas8f-s" target="_blank">un’Italia prospera, spendacciona e felice</a>, che potrebbe navigare serena nelle acque tempestose della crisi se non fosse entrata nell’Euro con un tasso di cambio sbagliato. Non vale  nemmeno la pena di sottolineare l’aspetto tragicamente ridicolo di quest’affermazione: basta ricordare come la fissazione del livello di ingresso della nostra moneta nell’Euro a 990 lire per marco tedesco sia stato riconosciuto da tutti gli osservatori stranieri ed italiani (compresi quelli appartenenti alla parte politica dell’attuale Presidente del Consiglio) come un insperato successo per l’economia italiana che, con questo tasso di cambio, poteva entrare nell’Euro con la massima capacità concorrenziale possibile.</p>
<p>E’ doveroso invece sottolineare come questi attacchi all’Euro e le ripetute manifestazioni di sfiducia nei suoi confronti siano state nei giorni scorsi una delle principali cause di irrigidimento dei governi europei e di sfiducia dei mercati finanziari nei nostri confronti.</p>
<p>La conferenza stampa del premier al termine del G20 ha lanciato infatti un messaggio chiaro: la responsabilità dei problemi e dei guai dell’Italia sarà, nei prossimi mesi e nella prossima o futura campagna elettorale, interamente imputata all’Euro.</p>
<p>Lasciamo in disparte (perché rientra nel genere del ridicolo) la contraddizione fra la gravità di questi guai e la descrizione del <a href="http://www.adnkronos.com/IGN/News/Economia/Crisi-Prodi-ristoranti-pieni-Non-parliamo-di-follie_312613820816.html" target="_blank">paese di bengodi</a> che ci è stata propinata e concentriamoci sui danni che anche in futuro <a href="http://www.difesa.it/Sala_Stampa/rassegna_stampa_online/Pagine/PdfNavigator.aspx?d=06-11-2011&amp;pdfIndex=39" target="_blank">ci verranno addosso da un governo</a> che da un lato si è impegnato ad adottare una politica e una disciplina mirate a mantenere l’Italia nell’ambito della moneta unica e, dall’altro, tenterà continuamente di imputare alla stessa moneta unica le conseguenze dei propri ritardi e della propria inazione.</p>
<p>Di fronte a queste prospettive ci conviene prendere per buone le affermazione di un Twitter che il Financial Times attribuisce al ministro Tremonti. Il Ministro dell’Economia avrebbe dichiarato che lunedì i mercati si aggiusteranno e gli spread diminuiranno solo <a href="http://qn.quotidiano.net/economia/2011/11/05/613945-tremonti_berlusconi_lascia_mercati_crollano_smentita.shtml" target="_blank">se Berlusconi si farà da parte</a>. E’assai probabile che Tremonti non abbia detto nulla di simile e che la battuta sia da attribuire alla consueta malignità dei giornali inglesi nei nostri confronti,  ma ritengo comunque che il consiglio contenuto in questo messaggio sia degno di essere preso in considerazione.</p>
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		<title>A global agreement is indispensable to surmount the crisis and to devise an harmonious development of the world economy</title>
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		<pubDate>Fri, 20 May 2011 15:13:41 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#8220;Financial Security: China and the World&#8221;
Invited speech of  President Romano Prodi at the &#8220;Financial Security: China and the World&#8221; international symposium. Beijing 20-21 May 2011
Introduction
Highly Distinguished Guests,
Ladies and Gentlemen,
Never before has the financial sector played such an important role in the world economy as in the last few years. Financial markets triggered the economic crisis. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2999" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/05/P201105201648093063226086.jpg"><img class="size-medium wp-image-2999" title="“Financial Security: China and the World” International Symposium" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/05/P201105201648093063226086-300x194.jpg" alt="“Financial Security: China and the World” International Symposium" width="300" height="194" /></a><p class="wp-caption-text">“Financial Security: China and the World” International Symposium</p></div>
<p><strong>&#8220;Financial Security: China and the World&#8221;</strong></p>
<p>Invited speech of  President Romano Prodi at the &#8220;<a href="http://english.people.com.cn/90001/90776/90883/7387021.html" target="_blank"><strong>Financial Security: China and the World</strong></a>&#8221; international <a href="http://news.xinhuanet.com/english2010/indepth/2011-05/20/c_13885894.htm" target="_blank">symposium</a>. Beijing 20-21 May 2011</p>
<p><strong>Introduction</strong></p>
<p>Highly Distinguished Guests,<br />
Ladies and Gentlemen,</p>
<p>Never before has the financial sector played such an important role in the world economy as in the last few years. Financial markets triggered the economic crisis. Failure to reform them is endangering prospects for economic recovery. There is growing consensus that unless the international monetary and financial system is overhauled, long-term, stable development will be undermined.</p>
<p>A sound financial system is at the heart of any economic organization. As recent history has shown, turmoil in the financial world can cause prolonged, irreparable damage to the functioning of the real economy. Only a well-regulated global financial system will guarantee the future of each and every one of us. Yet it is all too evident that we are still a long way from achieving that goal.</p>
<p><strong>Bretton Woods: a world long gone</strong></p>
<p>At the root of this predicament is the global political situation. But to explain this we must take a quick step back in history.</p>
<p>The <a href="http://avalon.law.yale.edu/20th_century/decad047.asp" target="_blank">Bretton Woods</a> Agreements that regulated the world economy for decades were possible because in 1944 the United States was the undisputed global power of the day. As a result, the international economic order was based on this unchallenged pillar. Everything worked fairly smoothly as long as the American economy dominated the world economic scene. Things started working less smoothly with the end of the immediate post-war period and the rise of other economic powerhouses. The new situation was apparent as early as 1971. With the <a href="http://www.24hgold.com/english/contributor.aspx?contributor=History%20of%20Gold&amp;article=803452874G10020" target="_blank">end of the convertibility of the dollar</a>. This signalled that the United States was no longer the world’s only economic pillar. After that, monetary and financial management became increasingly complex and is certainly no easier today in a period when the redistribution of economic power is now accompanied by progressive change in the balance of political power among players on the world political stage. The long transition from a monopolarism to multipolarism has certainly not increased the likelihood of reaching agreement on new global monetary and financial regulations.</p>
<p>Historically dominant countries – first among these, the United States – tend to slow down any process of change in order to preserve their privileges as holders of the world’s reserve currencies. Countries enjoying vigorous growth – like China – have the long-term objective of radically changing the system. They are fully aware, however, that achieving this takes time. They need time first and foremost to ensure that the new balance of power is both consolidated and perceived as definitive. And they need time to prepare their domestic market for the convertibility of their currency, and adapt their banking system to the prevailing international rules. Ascending countries have clear long-term objectives; they want to see a multi-player international monetary system. They know, however, that if they are to achieve a system that reflects the new world situation, their approach must be gradual and prudential. The goal is clear but achieving it requires a long-term strategy, not least because excessive haste could place harmful tensions on the world economy as a whole and slow their own development as a result.</p>
<p>The recent <a href="http://www.telegraph.co.uk/finance/comment/liamhalligan/8455956/The-BRIC-countries-Hainan-summit-could-make-the-G20-redundant.html" target="_blank">BRIC meeting</a> on the island of Hainan was highly significant in this regard.</p>
<p>While participants reiterated their common interest in changing the balance of power also in the monetary and financial sphere, they were only able to take limited-scope decisions. They asserted the intention of making increasing use of their national currencies in trade relations with each other, and underlined their common will to reform the working of Special Drawing Rights. They also pledged to add other currencies to the four that make up the SDR basket and represent only the US, Europe and Japan. The meeting did not, however, produce more than this declaration of principle. This was firstly on account of the enormous technical problems that need to be solved and secondly, because the long term interests of the BRIC countries do not always coincide. We have started down the road of international monetary reform but the journey will be a long one.</p>
<p>When, at the height of the financial crisis, the G8 finally gave way <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/estero/g20-must-deliver-a-road-map-for-a-new-asset-of-the-international-financial-and-monetary-system_2238.html" target="_blank">to the G20</a>, some believed that this would step up reform of the international monetary system. However, things turned out very differently from their initial promise. Reforming zeal has weakened with each successive meeting. Although this may be accounted for in part by the slowdown of the economic crisis, it is, however, also due to the objective differences among G20 members. The G20 agendas from the London to Pittsburgh summits through to the present day have gradually lost their punch and sense of urgency.</p>
<p><strong>The Delicate Balance that is International Cooperation</strong></p>
<p>We have had to admit how difficult it is to regulate international economic relations and build cooperation based on a future balance of power agreed by and favourable to all.</p>
<p>Nonetheless, the shift <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/se-ognuno-dei-cuochi-bada-alla-sua-pentola_1749.html" target="_blank">from the G8 to the G20</a> remains an event of fundamental importance. It marks an acknowledgement that no decision that will influence the future of our planet can be taken unless all the world’s major economic and political players are party to that decision. This, however, is not sufficient to usher in a new era of international cooperation, first of all because of the limits of the G20 organization itself, which lacks the stable, robust scaffolding required to carry out preparatory work. The G20 is still coming to terms with the idea that to be effective, complex multi-party international organizations must have a strong permanent secretariat to back them. As the scant results of the Nanking conference showed, this cannot be replaced by hurried preparatory meetings geared especially to the domestic political agenda of one member country. G20 action to instigate new international relations is further weakened by its slowness to acknowledge that we have entered a new era in relations between the different countries. The changes in the balance of power I mentioned before create a cacophony around the G20 table that makes any agreement on the reforms needed for the ordered development of the world in the future an arduous task. Even if considerable strides forward have been made on important technical issues – especially as a result of the work of the Financial Stability Board – there has, however, been very little change in the international monetary and financial system, because it is difficult – very difficult – to achieve harmonious regulation of the global economy in a world that remains politically fragmented.</p>
<p>Regulation is becoming increasingly difficult for the very reason that finance and the Economy are becoming more important in the political arena than military strength itself.<br />
While the mere authority of one country (the United States) no longer holds, it is equally true that rules cannot be dictated by a two-way dialogue –between China and the United States. Today’s world can only be managed by a large number of players.<br />
<strong> </strong></p>
<p><strong>The Legacy of the Financial Crisis</strong></p>
<p>Let us go back and examine the recent economic crisis.</p>
<p>In terms of magnitude and speed with which it spread, it was no less dramatic than the <a href="http://www.spartacus.schoolnet.co.uk/USAwallstreet.htm" target="_blank">Wall Street Crash</a> of 1929 that lasted many long years and led to the general impoverishment of the whole planet. While I do not want to dwell on the differences and similarities between the two crises, it must be said that because of past experience, governments today are better prepared to take remedial action.</p>
<p>The first big difference in the reaction to the crisis on the part of governments was not to succumb to the temptation to introduce protectionist trade measures, as happened in 1929. Governments everywhere understood how disastrous that would be for everyone and, despite strong calls to go in that direction, warded off attempts to dismantle the free flow of trade that contributed so much to the expansion of the world economy in previous years. This does not mean that further decisive steps need not be taken in this area, not least because the on-going changes in the political and economic balance of power make it difficult to see what future interests are at stake. For this reason, even if we have not fallen into the protectionist trap, the <a href="http://www.wto.org/english/tratop_e/dda_e/dda_e.htm" target="_blank">Doha Round</a> dedicated to improving the rules governing international trade drags on without achieving any real results.</p>
<p>A further difference between this and the 1929 crisis is that the governments of the United States and China injected huge sums into the economic system. America’s eight hundred billion dollars and China’s five hundred and eighty-five prevented the world economy from going into a tailspin.</p>
<p>It should also be remembered that the crisis had its roots in the economic policies of the United States. Most important was the policy of low interest rates to facilitate home ownership and sustain the economy after the <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Dot-com_bubble" target="_blank">Internet speculative bubble</a> and following <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Economic_effects_arising_from_the_September_11_attacks" target="_blank">9/11</a>. Secondly, there was ineffectual supervision of financial markets at the very time when these were quickly expanding in quality and quantity.</p>
<p><strong>The Risks of Creative Finance</strong></p>
<p>Deregulation effectively removed the protective barriers that appropriately separated investment banks from ordinary high-street lending institutions. At the same time, with interest rates being kept as low as feasible, surplus liquidity was created that constantly moved around in search of the highest earnings. This in turn created a series of speculative bubbles in diverse sectors: property, raw materials, equity markets and so on. In the wake of deregulation and low interest rates came financial innovation for which the classical economic-policy instruments of the past proved ineffectual. Indeed, financial innovation, which should have served to reduce investment risks and hence, encourage growth, caused the most devastating fall in confidence of past decades. Financial innovation in fact simply spread much of the risk onto unsuspecting investors.</p>
<p>World finance suffers from a deep-rooted contradiction: increasingly global in its reach, it is unable to give itself global rules. This has led to financial innovation taking ever-increasing risks only to offload them for the most part onto investors who are unable to assess what they are getting into.</p>
<p>Nor do I believe this is a thing of the past. In the last few months the large investment banks have resumed their old habits, which led to the crisis in the first place. The financial instruments have different names but the players are the same and their investments are similar in risk and opacity to the derivatives that fuelled the financial crisis. Decisive headway must be made on the regulation front, never forgetting, however, that the task is fraught with difficulties since diverse countries are competing fiercely with each other in order to achieve standards that do not put their own operators at a disadvantage.</p>
<p>We are not yet out of the “moral hazard” that characterised the behaviour of banks and financial institutions considered too big to fail.</p>
<p>And here I would like to stress another point. Creative finance that takes no account of any underlying social or economic situation does not just cause harm when something goes wrong. It is the source of continual market disruption, causing turbulence in the prices of raw materials, oil and food commodities.</p>
<p>When financial transactions exceed by ten or one hundred times the number of “real” operations, the result is permanent disequilibrium of prices that is deleterious to the Economy.</p>
<p>In a situation like this, it is statistically more likely that commodity-importer countries will be hardest hit.</p>
<p><strong>The Contradiction between Global Markets and National Controls</strong></p>
<p>Obviously, things cannot continue in this way for long. While globalisation is a boon, its excesses must be kept in check and the weaker players protected. Otherwise globalisation will be politically unsustainable on account of the risks it poses.</p>
<p>I am a profound believer in the market economy; but I also believe that the market works well only when checked by strict rules and controls. We cannot continue a contradictory system that operates across global markets with national rules and controls. Global markets require global rules.</p>
<p>One could counter by saying that in many countries supervisory bodies have grown and multiplied. There are regulatory bodies for banks, insurance companies, stock exchanges and so on. But these regulators, despite the repeated warnings of the Financial Stability Board, are clearly insufficient and in any case, prevalently national in their reach. This is in contradiction to the global economic context.</p>
<p>A common strategy cannot confine itself to a series of abstract rules but rather must:</p>
<p style="padding-left: 30px;">a)    Set down agreed market control measures;<br />
b)    Prevent deposit banks from taking speculative risks;<br />
c)    Adopt transparency rules and fiscal instruments to limit the continued explosion of so-called &#8220;derivative&#8221; products;<br />
d)    Set down mortgage loan rules in the property market;<br />
e)    Impose strict professional conduct rules on rating agencies.</p>
<p>We are still far from achieving these results. Indeed we seem to be reluctant even to start down that road. The large investment banks are once again acting as before, confident they are too big to fail. Even the exorbitant earnings of their top executives have starting creeping up again as if the crisis and its root causes were a thing of the past. Only a short time after the worst financial crisis in the last 80 years, financial speculation is being resumed as strongly as ever. They’ve changed their name but not their spots! The lack of transparency and risk-taking is the same as for the worst speculative operations that led to the crisis. On the eve of the new G20, scheduled to discuss measures to curb excessive financial speculation, there is no agreement in the offing between those countries, like France, for example, which are calling for a tax on financial transactions, and those, like the US, that want stricter capital adequacy rules for financial institutions dealing with highly speculative instruments.</p>
<p><strong>The Case of the Euro</strong></p>
<p>Progress towards harmonisation and oversight of financial policies is proving extremely difficult even in a single currency area and largely for the same reasons. The <a href="http://edition.cnn.com/2010/BUSINESS/02/10/greek.debt.qanda/index.html" target="_blank">case of Greece</a> and other similar tensions in the Euro area are in fact a direct consequence of the fact that when the single currency was first established, the larger European countries refused to accept any form of European oversight on their national accounts. This mean that it was impossible to gain an understanding of the enormous overruns countries like Greece were amassing and the unsustainable burden taken on by others, like Ireland, to guarantee the indebtedness of their banking system. The concept of national sovereignty – still pretty much taboo – became a stumbling block preventing the smooth working of the economy for the reason that although many aspects of the markets are global, supervisory rules and systems remain strictly national. It would, however, be wrong to draw the conclusion that the Euro has no place among the key pillars of the world Economy.</p>
<p>The rumours and insinuations regarding its possible disappearance from the world economic stage do not take into account how things stand on the ground and that no European country, starting with Germany, has any interest in returning to a system of national currencies, which would be tantamount to splitting Europe into a strong north and a weak south. Certainly in Germany, as in many other European countries, there are strong populist calls for a return to old national values, which leads politicians to delay the necessary decisions or adopt them in a shroud of caution and hypocrisy. It is equally true that Germany’s hesitation, dictated by understandable electoral concerns, has only made the Greek crisis more difficult and complex. It is undeniable, however, that the economic and financial sector in Germany is fully aware that it is thanks to the Euro that Germany has been able to build a trade surplus which in percentage, is higher than China’s.</p>
<p>Before the birth of the Euro, Germany would never have been able to accumulate such a surplus because every time its trade balance showed signs of running a surplus, other European partners swiftly proceeded to devaluate their currencies. To give you an idea of how important this phenomenon is, let me just say that when I started my academic career – and it wasn’t centuries ago! – you needed 145 Italian lire to buy a German mark but when the exchange rate was fixed to enter the Euro, it was 990 lire to the mark. For years, devaluations of this kind prevented Germany from creating a surplus; very different from today when in the last 12 months alone, the country has created a <a href="http://finance.ninemsn.com.au/newsbusiness/aap/8246910/germany-reports-record-exports-in-march" target="_blank">foreign trade surplus</a> of 200 billion Euros. And this will be one of the strengths of the German economic system, not just today, but also in the foreseeable future. So even in the event of serious political tensions, it is highly unlikely that any country would relinquish such an advantageous position. In addition, despite the arguments, the political debate and academic analyses into the Euro’s frail prospects, markets continue to sustain its value against the dollar.</p>
<p>It is also worth remembering that today the European economy leads the field in terms of GDP, industrial production and exports. So when people ask me about the pillars of the international monetary system ten years from now, I have no doubt in answering that the world economy will be based on a basket whose major currencies will in any case be the dollar, the Euro and the Yuan, even if most probably they will share that basket with other currencies.</p>
<p>Which and how many these currencies will be will depend on circumstances that are difficult to gauge today. Certainly, however, there will be many more voices heard around the G20 table, and finding a consensus will not be easy.</p>
<p><strong>China&#8217;s Role and Responsibility</strong></p>
<p>I have neither the authority nor the necessary competence to proffer any suggestions as to the road China may or should take to assume a growing and more concrete position of responsibility within the framework of the international financial and monetary system. This is the topic of ongoing debate within the country itself, in the most diverse academic settings throughout the world and among the world’s top financial and monetary institutions. Moreover, any decision in this sense will be closely linked to the general economic policy framework the Chinese government intends to implement in the future, especially in the light of the guidelines emerging from the <a href="http://www.china-greentech.com/node/1666" target="_blank">XII 5-year plan</a> approved by the National People’s Congress in March 2011. The problems of capital flow control and the workings of the banking system still have to be tackled in the light of the growing international responsibility China will have to assume in the near future. It will be the task of the government and the Chinese people to take the most appropriate decisions regarding wage levels, the balance between the different provinces, the building of the new Welfare State and the balance between savings, consumption and investments. As to what the international community expects from China, it is that China will cooperate actively in the area of international economic relations. This choice will also depend on the sustained growth objective China still needs to maintain in the long term to complete the great transformation started in 1978. Fostering active cooperation is a primary interest for China but also anecessary task vis-à-vis the whole international community. How to accomplish this function, whether with adjustments to the exchange rate, measures to increase domestic demand or with a mix of both, is the exclusive responsibility of the Chinese government.</p>
<p>In the long run, it is certainly a Chinese interest to have a transparent financial system with a free flow of capital in and out. And as a consequence of capital inability a flexible exchange rate.</p>
<p>Many years will be needed (we in Europe did in thirty years) but the opening of the banking and monetary system is indispensable. It is not necessary to do it immediately but to be persistent in this direction.</p>
<p>The direction is important. Non the speed.</p>
<p>The greatest concern today and certainly the greatest danger for the future of the Chinese economy is inflation.  For many years, China served the function of containing the prices of industrial goods on world markets both through national entrepreneurial initiatives and through multinational companies located in China.  In an initial phase, Chinese competition was founded especially on low wages. In recent years however, increases in productivity have sustained production costs or made them even more competitive despite the strong wage increases. Not to be forgotten either is the transfer of less specialized production to the poorer provinces and their replacement by high value-added and research activities in the most developed areas. This virtuous transformation might be threatened or even stopped by inflationary trends fuelled by a combination of increased international prices and increased domestic production costs. Even if technological innovations, especially in the alternative energy sector, succeed in alleviating the pressure on demand, China will always be a huge importer of food, energy and raw materials. No one can foresee with certainty how future price trends will develop, but all the elements we have today lead us to believe that this will be an upward trend, both on account of a larger world population but especially because of a strong growth in demand thanks to better standards of living enjoyed by hundreds of millions of people in many countries around the world.</p>
<p>Over and above the particular domestic real estate situation in China, there are risks that prices will increase in those sectors where rising international prices are not easily offset by growth in domestic productivity. The greatest risks are obviously in the food and transport sectors, where the most affected will be lower income populations. Failure to keep inflation under control would naturally force the introduction of adjustment measures, with consequences that would severely affect not only China but also the entire world economy. We should not forget that it was only dynamic growth in China and other developing countries that prevented the financial crisis from turning into a global tragedy and the world economy from stagnating for many more years than it did.</p>
<p><strong>The Growing Interdependence of the Global Economy</strong></p>
<p>The picture I have perhaps too hurriedly sketched out leads us nonetheless to the undeniable conclusion that the most salient feature of the world economy is its interdependence. Just think for a minute of another recent fact, the <a href="http://www.guardian.co.uk/world/richard-adams-blog/2011/apr/19/us-debt-credit-rating-negative" target="_blank">negative outlook</a> issued by Standard &amp; Poor’s on the American sovereign debt. In theory, this announcement should have been of concern to the United States alone. In fact, it caused anxiety throughout the world, starting with China, which holds a conspicuous slice of the American public debt. We live in a world full of contradictions. In the popular imagination, China on the one hand, and the United States – and Europe – on the other, have opposing interests. But then it becomes evident that any inflation in China would be very detrimental to Western economies and any increase in the American debt risk is viewed with terror by institutional investors, including the Chinese government. We should also reflect on the fact that the largest energy importers in the world – which include China, the United States and Europe – would have every interest to cooperate when it comes to deciding on supply security issues. I could continue to give examples in many other fields before coming to the general conclusion that economic and financial security has to involve convergent strategies agreed on by the world’s major economic players.</p>
<p><strong>Building a Multilateral Future</strong></p>
<p>Building convergent strategies at a time when power has become fragmented is an extremely difficult task. This is because a system of scattered power does not just involve relations between sovereign states but also with industrial enterprises, banking and financial organisations, pressure groups and NGOs, all of which, albeit to a lesser degree than the power wielded by states, are having an increasing impact on world political decisions. With so many players, it is becoming increasingly difficult to run institutions and construct adequate collective responses.</p>
<p>This assertion is certainly a valid general statement. But if we confine ourselves to the economic and financial relations among states, it is obvious that regulating surpluses, deficits and imbalances requires not a bilateral but a strongly multilateral approach, one that rests on the pro-active role of the large supranational institutions like the United Nations, the International Monetary Fund, the WTO and all the other organisations that arbitrate between the different countries. So tackling the world’s financial problems within a wider framework than the existing political context is a must.</p>
<p>At this point we are faced with the difficulties I outlined at the start of this talk when I said, that in this transitional phase, players believe they can achieve results that best serve their interest delaying the agreements in the longest possible timeframe.</p>
<p>My final message is that this approach is deeply flawed. A global agreement is indispensable if we want to surmount the crisis and if we want to go down the road towards harmonious development of the world economy. A multi-polar world is a world based on mutual interdependence.</p>
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		<title>BRICS: un altro passo avanti verso un mondo pluralistico e multipolare</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Apr 2011 08:04:15 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Chi fa l&#8217;arbitro nel mondo che cambia
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 17 aprile 2011
BRIC è una sigla nuova, costruita per indicare Brasile, Russia, India e Cina. Una sigla nata nel 2001 semplicemente per elencare  le quattro nuove potenze economiche e politiche emergenti. La sigla non si riferisce perciò a un gruppo di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2816" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/04/brics-china-eonomy-2011-4-14.jpg"><img class="size-medium wp-image-2816" title="Il primo ministro indiano Manmohan Singh, il presidente russo Dmitry Medvedev, il presidente cinese Hu Jintao, il presidente brasiliano Dilma Rouseff e il presidente sudafricano Jacob Zuma - Terza riunione BRICS ad Hainan (14 aprile 2011)" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/04/brics-china-eonomy-2011-4-14-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Il primo ministro indiano Manmohan Singh, il presidente russo Dmitry Medvedev, il presidente cinese Hu Jintao, il presidente brasiliano Dilma Rouseff e il presidente sudafricano Jacob Zuma - Terza riunione BRICS ad Hainan (14 aprile 2011)</p></div>
<p><strong>Chi fa l&#8217;arbitro nel mondo che cambia</strong></p>
<p>Articolo di Romano Prodi su <strong><a href="http://www.ilmessaggero.it/" target="_blank">Il Messaggero</a></strong> del 17 aprile 2011</p>
<p><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/BRICS" target="_blank">BRIC</a> è una sigla nuova, costruita per indicare Brasile, Russia, India e Cina. Una sigla nata nel 2001 semplicemente per elencare  le quattro nuove potenze economiche e politiche emergenti. La sigla <a href="http://blogs.ft.com/beyond-brics/2011/04/13/brics-in-hainan-no-common-cause/" target="_blank">non si riferisce</a> perciò a un gruppo di paesi tra di loro amici o strategicamente alleati. Pur mettendo in atto una politica sempre più autonoma il Brasile resta infatti legato agli Stati Uniti e all&#8217;Europa, la Russia attua una propria politica sempre più assertiva e la Cina e l&#8217;India, pur avendo costruito consistenti legami economici e commerciali fra di loro, non si possono certo considerare paesi fratelli. Dal punto di vista economico le divergenze sono forse maggiori delle complementarietà, anche solo per il semplice fatto che Brasile e Russia si presentano come grandi esportatori di materie prime ed energia, mentre Cina e India saranno sempre di più i grandi importatori. Una visione comune sui prezzi delle commodities sembra perciò assai difficile.</p>
<p>Nonostante tutto ciò, questi paesi stanno stringendo fra di loro rapporti permanenti e hanno dato un&#8217;enorme rilevanza alla loro <a href="http://italian.cri.cn/761/2011/03/22/101s145861.htm" target="_blank">riunione</a> che si è svolta giovedì scorso nell&#8217;isola tropicale di <a href="http://italian.cri.cn/761/2011/04/17/101s146634.htm" target="_blank">Hainan</a> a sud della Cina. La ragione di tutto questo è molto comprensibile. I quattro paesi rappresentano il 40% della popolazione mondiale e il 25% della sua produzione e, negli ultimi dieci anni, la loro economia è cresciuta del 92,7%. Sono inoltre essi a sostenere quel poco di ripresa che c&#8217;è oggi e sono consapevoli del fatto che, tra una generazione, almeno tre di essi saranno inclusi fra le prime cinque economie mondiali.</p>
<p>La riunione di Hainan, più che costruire un&#8217;alleanza strategica, aveva perciò lo scopo di ribadire il loro crescente ruolo nella gestione della politica e dell&#8217;<a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-04-15/brics-attacco-dollaro-063722.shtml?uuid=Aanrj4OD" target="_blank">economia globale</a>, soprattutto in considerazione della sempre <a href="http://www.telegraph.co.uk/finance/comment/liamhalligan/8455956/The-BRIC-countries-Hainan-summit-could-make-the-G20-redundant.html" target="_blank">minore efficacia</a> dei vertici dei G20, nell&#8217;ambito dei quali, per arrivare a qualche decisione, bisognerà perciò costruire alleanze su alcuni grandi temi anche in presenza di  divergenze esistenti su temi specifici.</p>
<p>Questo non vuole affatto dire che si stia costituendo un gruppo omogeneo antioccidentale. E&#8217; stato semplicemente ribadito con forza che questi grandi paesi emergenti vogliono giocare un ruolo sempre più importante nella politica mondiale e che per ottenere quest&#8217;obiettivo, hanno tutto l&#8217;interesse a lavorare insieme anche in presenza di differenze non certo trascurabili.</p>
<p>Le <a href="http://www.globalpost.com/dispatch/news/regions/asia-pacific/china/110414/brics-summit-economy-china-brazil-south-africa" target="_blank">conclusioni</a> dell&#8217;<a href="http://www.thehindubusinessline.com/opinion/editorial/article1699668.ece?homepage=true" target="_blank">incontro</a> vanno infatti in questa <a href="http://italian.cri.cn/761/2011/04/12/65s146439.htm" target="_blank">direzione</a>. Da un lato, come era scontato, si è ribadita la volontà di una più stretta collaborazione in diversi campi, da quello della ricerca a quello della salute e dell&#8217;ambiente ma, dall&#8217;altro, si sono prese decisioni che avranno ripercussioni non di poco conto sulla politica mondiale.</p>
<p>Per <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-04-15/brics-attacco-dollaro-063722.shtml?uuid=Aanrj4OD" target="_blank">evitare</a> una eccessiva sovranità del dollaro essi hanno programmato di usare in modo crescente le valute nazionali nelle reciproche transazioni commerciali ma, soprattutto, hanno ribadito la comune volontà di riformare in modo radicale il funzionamento dei così detti Diritti Speciali di Prelievo che, anche senza entrare nei particolari tecnici, sono una &#8220;quasi moneta&#8221; creata dal Fondo Monetario Internazionale nei rapporti tra e con i governi.</p>
<p>Ad Hainan  si sono impegnato ad andare <a href="http://www.timeslive.co.za/local/article1026100.ece/BRICS-nations-moot-trade-in-own-currencies" target="_blank">oltre le quattro valute</a> che ora compongono il paniere dei DSP e che rappresentano solo gli Stati Uniti, l&#8217;Europa e il Giappone. Ci vorrà tempo e ci vorranno anche grandi cambiamenti da parte dei quattro BRIC, ma il confronto è già cominciato e le spinte per la riforma del sistema monetario internazionale si sono già messe concretamente in moto. I grandi nuovi paesi hanno inoltre  sottolineato con chiarezza a tutto il mondo che la loro comune opposizione all&#8217;intervento militare in Libia non è stato un evento occasionale ma un&#8217;occasione per ribadire la diversità di una politica che &#8220;esclude in ogni caso l&#8217;uso della forza&#8221;.</p>
<p>Vi sono messaggi abbastanza chiari che ci portano a concludere che la riunione dei BRIC è stato un altro passo in avanti verso un mondo pluralistico e multipolare in cui molti saranno i protagonisti e molte le diverse prese di posizione.</p>
<p>Un mondo più complicato e imprevedibile, nel quale la concorrenza economica e politica si farà sempre più acuta.</p>
<p>Un mondo che avrebbe bisogno di una autorità mondiale accettata, condivisa e abbastanza autorevole per affrontare le infinite frizioni che caratterizzeranno il futuro di questa diversa  fase della  politica internazionale.</p>
<p>Speriamo che si prenda sempre più coscienza della nuova realtà che si sta costruendo e che alle Nazioni Unite, al Fondo Monetario Internazionale, alla Banca Mondiale e agli altri organismi sovranazionali venga progressivamente data la possibilità di svolgere il ruolo di arbitrato e mediazione di cui il mondo ha sempre più bisogno.</p>
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		<title>Il G20 di Parigi: &#8220;Chi si contenta gode&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Feb 2011 10:21:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Meglio succhiare un osso di un bastone
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 22 febbraio 2011
“Chi si accontenta gode”: il richiamo a questo vecchio proverbio italiano è stato il pensiero che mi è venuto alla mente dopo avere meditato sul soddisfatto commento del ministro Tremonti dopo la riunione del G20 di Parigi. Mentre la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/02/cev_conf3-190x210.JPG"><img class="alignright size-medium wp-image-2650" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/02/cev_conf3-190x210-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>Meglio succhiare un osso di un bastone</strong></p>
<p>Articolo di Romano Prodi su <a href="http://rassegna.governo.it/testo.asp?d=56530465" target="_blank"><strong>Il Messaggero</strong></a> del 22 febbraio 2011</p>
<p>“Chi si accontenta gode”: il richiamo a questo vecchio proverbio italiano è stato il pensiero che mi è venuto alla mente dopo avere meditato sul <a href="http://www3.lastampa.it/economia/sezioni/articolo/lstp/389789/" target="_blank">soddisfatto commento</a> del ministro Tremonti dopo la riunione del <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-02-18/crescita-indicatori-124008.shtml?uuid=Aa8AWJ9C" target="_blank">G20</a> di Parigi. Mentre <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/italia-esiga-un-urgente-programma-europeo-per-la-ripresa-economica-dei-paesi-in-rivolta_2628.html" target="_blank">la sponda Mediterranea</a> del mondo brucia, e la crisi rischia di <a href="http://it.reuters.com/article/topNews/idITMIE71L00Q20110222" target="_blank">travolgere</a> anche la Libia, l’agenda della conferenza era già divenuta meno ambiziosa, fino a prevedere solo una discussione sugli <a href="http://www.agi.it/rubriche/ultime-notizie-page/201102191617-eco-rom0064-g20_trovato_accordo_su_indicatori_squilibri_economici" target="_blank">indicatori</a> di cui tenere conto prima di prendere le decisioni economiche utili per riequilibrare i rapporti fra le economie dei diversi Paesi del mondo.</p>
<p>La convergenza si è inoltre materializzata solo sui punti riguardo ai quali tutti erano già sostanzialmente d’accordo. Quando infatti si è cercato di <a href="http://libero-news.it/news/673252/G20__la_Cina___intoccabile__Lo_yuan_sottovalutato_resta_un_tab_.html" target="_blank">convincere Pechino</a> a mettere nel conto degli attivi gli interessi generati dalle ingenti riserve accumulate e di inserire tra gli indicatori il tasso di cambio delle monete, non si è arrivati ad alcuna conclusione. Il che dimostra due cose. La prima che nessuna grande decisione sui temi economici internazionali può essere presa <a href="http://www.telegraph.co.uk/finance/financetopics/g20-summit/8335920/G20-Paris-last-ditch-China-deal-saves-summit.html" target="_blank">senza l’accordo con la Cina</a>. La seconda che la Cina, mentre è disposta ad accettare la progressiva diminuzione del proprio <a href="http://blogs.wsj.com/economics/2011/02/17/the-paris-g20-made-in-china/" target="_blank">surplus</a> nei confronti dell’economia mondiale, non accetterà mai che altri le impongano le modalità per raggiungere questo obiettivo.</p>
<p>In parole semplici la Cina <a href="http://www.reuters.com/article/2011/02/18/us-g-idUSTRE71G4FX20110218" target="_blank">vuole decidere</a> in modo autonomo se l’equilibrio dovrà essere raggiunto attraverso un aggiustamento del cambio o attraverso un aumento dei consumi e degli investimenti interni.</p>
<p>Per raggiungere questi obiettivi di politica interna, il governo cinese vuole essere libero di usare nel modo che crede più opportuno le enormi riserve che ha accumulato in questi anni. Questa posizione è a mio parere assolutamente immutabile nel tempo. Lo è ancora più oggi per il fatto che l’attivo della bilancia commerciale cinese ha già cominciato a ridursi e, ancora più, per il fatto che Germania e Giappone stanno giocando nel un ruolo squilibrante non certo inferiore a quello cinese.</p>
<p>A Parigi, inoltre, nulla è stato deciso riguardo alla proposta di un’imposta sulle <a href="http://www.unita.it/economia/il-mondo-si-mobilita-br-tassare-chi-specula-1.272985" target="_blank">transazioni finanziarie</a> per frenare la speculazione e solo un auspicio di futuri interventi è stato dedicato al problema del rincaro dei prodotti alimentari che sta preoccupando (e in molti casi infiammando) una grande parte del terzo mondo. Riguardo all’Italia la soddisfazione espressa deriva dal fatto che tra i criteri per misurare gli squilibri dell’economia mondiale si dovrà tenere conto anche del debito delle famiglie e del tasso di risparmio privato, parametri nei quali l’Italia si piazza onorevolmente in tutti i confronti mondiali.</p>
<p>È probabile che nel corso della discussione questo sia stato un risultato di prestigio: bisogna tuttavia sottolineare che ben difficilmente da esso ne possono derivare risultati pratici. Tremonti sa infatti perfettamente che per diminuire il deficit pubblico utilizzando la ricchezza privata bisogna passare attraverso l’aumento delle imposte, che è proprio quello che egli non vuole.</p>
<p>Capisco che i margini per ottenere risultati più concreti erano davvero ristretti: sotto quest’aspetto la <a href="http://www.ilgiornale.it/economia/g20_cina_punta_piedi_ma_laccordo_ce/20-02-2011/articolo-id=507179-page=0-comments=1" target="_blank">soddisfazione</a> del ministro Tremonti è assolutamente comprensibile. Quando da ragazzo brontolavo perché non avevo ottenuto quanto desideravo, mia madre usava infatti ammonirmi dicendo che nella vita è comunque meglio succhiare un osso che un bastone.</p>
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		<title>Alcune riflessioni sulle evoluzioni del capitalismo dopo la crisi</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Dec 2010 08:53:06 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Lettera di Romano Prodi alla rivista Il Mulino, dicembre 2010.
Caro Direttore,
mi hai gentilmente chiesto di scrivere alcune riflessioni sulle evoluzioni del capitalismo dopo la crisi e soprattutto di fare il punto su dove è finito il vecchio e appassionante dibattito della sfida fra il capitalismo anglosassone e quello germanico. 
Ti confesso che una sana pigrizia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/02/mondo1.gif"><img class="alignright size-medium wp-image-2669" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/02/mondo1-300x223.gif" alt="" width="300" height="223" /></a>Lettera di Romano Prodi alla rivista <strong><a href="http://www.rivistailmulino.it/" target="_blank">Il Mulino</a></strong>, dicembre 2010.</p>
<p><em>Caro Direttore,</em></p>
<p><em>mi hai gentilmente chiesto di scrivere alcune riflessioni sulle evoluzioni del capitalismo dopo la crisi e soprattutto di fare il punto su dove è finito il vecchio e appassionante dibattito della <a href="http://www.google.it/#hl=it&amp;biw=1024&amp;bih=683&amp;q=capitalismo+inglese+capitalismo+tedesco&amp;aq=f&amp;aqi=&amp;aql=&amp;oq=&amp;fp=5406bad6f892b45c" target="_blank">sfida</a> fra il capitalismo anglosassone e quello germanico. </em></p>
<p><em>Ti confesso che una sana pigrizia mi spingeva verso il rifiuto di questa richiesta ma, dato che mi hai successivamente specificato che dovevo essere molto breve, cedo alla tua richiesta e tento di scrivere qualcosa che non sarà certo originale ma che servirà forse a qualcun altro per preparare ulteriori riflessioni. Anche  perchè la tua domanda mi porta con una certa nostalgia ai <a href="http://www.google.it/#hl=it&amp;biw=1024&amp;bih=683&amp;q=capitalismo+inglese+capitalismo+tedesco&amp;aq=f&amp;aqi=&amp;aql=&amp;oq=&amp;fp=5406bad6f892b45c" target="_blank">dibattiti</a> che si svolgevano in materia venti anni fa e nei quali sostenevo che, tutto sommato, il modello renano, se propriamente applicato, avrebbe garantito una crescita più regolare ed una distribuzione del reddito più equilibrata. </em></p>
<p><em>Per <a href="http://www.ilvarco.com/2011/02/corporate-governance-modello-tedesco-giapponese/" target="_blank">capitalismo renano</a> si intendeva allora un sistema economico ovviamente fondato sul mercato ma nel quale le imprese non erano chiamate a rispondere solamente al mercato ma, in un certo senso, all&#8217;intera società o, almeno a quelli che venivano chiamati gli &#8220;stakeholders&#8221; e cioè non solo agli azionisti ma anche ai sindacati, ai fondi collegati all&#8217;impresa, alle comunità locali. Insomma si intendeva fondamentalmente un capitalismo più responsabile nei confronti della comunità, ovviamente con tutti i rischi connessi al fatto che tutto questo porta come conseguenza decisioni meno rapide e, non raramente, a pericolose interferenze  dei poteri pubblici nella vita economica. Tutti queste complicate relazioni fra le imprese e la società circostante venivano naturalmente criticate dai sostenitori del c.d. <a href="http://www.ilvarco.com/2011/02/corporate-governance-modello-anglosassone/" target="_blank">modello anglosassone</a> non solo per le presunte inefficienze ma anche per una vera e propria ragione di principio per cui il mercato non può essere in alcun modo influenzato, essendo in ogni caso l&#8217;unico legittimo arbitro del funzionamento del sistema economico. Le imprese sono da esso considerate normali oggetti  da comprare o vendere come un qualsiasi oggetto e le interferenze del governo, dei sindacati o di qualsiasi elemento esterno nella vita delle imprese vengono liquidate come le assurde pretese di &#8220;coloro che tengono l&#8217;automobile parcheggiata in un garage e si oppongono alla vendita del garage stesso&#8221;.<br />
</em></p>
<p><em>Come <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2002/novembre/28/Capitalismo_renano_capolinea_co_0_0211284622.shtml" target="_blank">è andata</a> a finire <a href="http://ricerca.gelocal.it/gazzettadimodena/archivio/gazzettadimodena/2009/11/10/DA7PO_SA104.html" target="_blank">lo sappiamo</a> tutti. Nel mondo ha quasi ovunque prevalso il ruolo assoluto del mercato, con un peso sempre crescente dei fondi di investimento e di vari strumenti finanziari che entrano e escono dalle imprese con una velocità vertiginosa, con un&#8217;attenzione spasmodica ai profitti di breve periodo e con un accorciamento progressivo degli orizzonti temporali, per cui anche un leggero spostamento dalle previsioni trimestrali provoca veri e propri terremoti nei comportamenti dei volatili azionisti e, quindi, nelle quotazioni delle azioni.<br />
</em></p>
<p><em>Le imprese sono quindi sempre più lasciate all&#8217;assoluto dominio dei mercati.  Tutto questo ha provocato come logica conseguenza una generale e indiscussa opposizione ad ugni tipo di politica industriale. Il governo non deve in nessun modo mettere il naso in alcun aspetto della vita economica. La diffusione di questo vangelo è stata talmente indiscussa che è ha penetrato profondamente gli studi accademici di tutto il mondo. Sono quasi scomparsi gli studi di economia applicata per lasciare uno spazio esclusivo ad una modellistica tutta dedicata all&#8217;analisi di comportamenti astrattamente razionali.<br />
</em></p>
<p><em>La vita ed il mondo reale sono però ( mi viene da dire fortunatamente) molto più complicati dei modelli astratti, per cui al di sotto di questa dottrina, la realtà si è mossa spesso in modo autonomo e vari governi hanno preso decisioni vitali per riorganizzare settori in crisi, per spingere a fusioni e concentrazioni, per rafforzare strutture aziendali indebolite e, in ogni caso, per proteggere l&#8217;industria nazionale in risposta ai grandi eventi che hanno completamente rivoluzionato la vita economica mondiale.<br />
La Francia ha messo in azione tutte le proprie risorse per creare campioni nazionali in tutti i settori in cui questo era possibile e, anche se in modo meno sistematico, ciascuno ha affrontato con tutti i mezzi possibili i problemi di casa propria. Le cose si sono molto complicate quando la globalizzazione ha portato sul mercato nuovi protagonisti, in prima battuta provenienti dalla nuova Europa e poi da tutte le parti del mondo, a cominciare dalla Cina.<br />
</em></p>
<p><em>E infine ci si è messa la crisi economica a mostrare come il mercato perfetto non fosse davvero tale. Dopo la crisi qualsiasi intervento dello Stato e qualsiasi azione di politica industriale sono state praticamente legittimate. Il mercato è stato messo sotto accusa prima di tutto per i suoi eccessi e per la sua mancanza di etica ma anche, in modo più profondo, per la sua incapacità di prevedere gli squilibri che hanno portato alla crisi, rendendo impossibile qualsiasi intervento correttivo. In complesso un bel disastro dal quale non sappiamo ancora come saltare fuori.<br />
</em></p>
<p><em>In quest&#8217;ultima fase ogni intervento pubblico è stato legittimato in nome dell&#8217;interesse nazionale e della difesa dell&#8217;occupazione. Perfino negli Stati Uniti il <a href="http://video.nytimes.com/video/2009/03/30/business/1194839017704/obama-announces-plans-for-car-industry.html" target="_blank">pesante intervento</a> di Obama a difesa del settore dell&#8217;automobile, pur essendo stato sottoposto a notevoli critiche, è oggi riconosciuto come uno dei casi di successo della politica economica dell&#8217;amministrazione democratica.<br />
</em></p>
<p><em>A questo punto, caro direttore, ti aspetterai che io cominci di nuovo a elencare le virtù del capitalismo renano, a dire che in fondo avevo ragione a difenderlo , così come avevo ragione a ritenere che una politica industriale sia necessaria non solo per uscire dalla crisi ma anche e soprattutto per resistere di fronte a paesi come la Cina che suonano la musica della politica industriale con tutti i tasti che hanno a diposizione. Non nego di auspicare ( per una serie di motivi che toccano sia l&#8217;aspetto del&#8217;efficienza che quello dell&#8217;equità) un&#8217;evoluzione di questo tipo ma non mi sento di proporla perché, negli ultimi vent&#8217;anni, il mondo è così cambiato che, anche se ha deluso le aspettative e ci ha portato alla crisi, il capitalismo anglosassone è padrone del campo e le strutture finanziarie che ne sono il veicolo sono più forti dei governi. O, perlomeno, hanno una tale forza che sono in grado di condizionare il comportamento di qualsiasi potere pubblico.<br />
</em></p>
<p><em>Nessun governo è infatti può ragionevolmente pensare di isolarsi da questi anonimi, lontani ma potentissimi decisori finanziari e tutti hanno paura che essi, spostandosi, possano mettere in crisi non solo le imprese ma tutto il sistema economico di fronte a tutto il mondo. Il capitalismo anglosassone  ha perso la sfida di essere il garante della stabilità e della crescita, ha innescato di nuovo una crisi tra le maggiori della storia dell&#8217;economia ma appare, almeno nelle concrete prospettive di oggi, sostanzialmente insostituibile. E questa impossibilità di sostituzione è evidente anche quando emerge, con altrettanta evidenza, che esso non è in grado di fornire al mercato i correttivi di cui ha bisogno per evitare il ripetersi di un&#8217;altra crisi. La contraddizione fra la globalizzazione dei mercati e il carattere nazionale della vigilanza e dei controlli è sotto i nostri occhi: restano quindi non rimediabili gli squilibri e i disordini che fatalmente si vengono a creare. E&#8217; vero che si stanno cercando strumenti di intervento per porre riparo a queste debolezze del mercato ma si tratta fondamentalmente di correzioni minori, che non sembrano in grado di tranquillizzarci per il futuro.<br />
</em></p>
<p><em>Riflettiamo un attimo sull&#8217;andamento delle riunioni del <a href="http://www.romanoprodi.it/tag/g20" target="_blank">G20</a>, che dovrebbe essere l&#8217;organo politico nell&#8217;ambito del quale si affrontano e si riparano i grandi squilibri dell&#8217;economia mondiale. La riunione tenuta a Londra durante il momento più duro della crisi sembrava  mostrare una precisa e forte volontà di riforma che si è progressivamente affievolita fino all&#8217;ultimo vertice di Seul, nel quale si è solo preso atto che le diverse posizioni erano tra di loro semplicemente inconciliabili.<br />
</em></p>
<p><em>I mercati continueranno quindi a funzionare  quasi come prima, poco controllati e liberi di muoversi con il minor numero di regole possibili.<br />
</em></p>
<p><em>A questo punto abbiamo naturalmente l&#8217;obbligo di riflettere su quanto è avvenuto in Germania, ovviamente patria del capitalismo germanico. Nemmeno il sistema tedesco ha potuto chiamarsi fuori dall&#8217;evoluzione avvenuta negli ultimi venti anni. Esso si è molto omogeneizzato agli altri sistemi lasciandosi penetrare dalle evoluzioni avvenute a livello mondiale. I fondi di investimento e le banche d&#8217;affari ne hanno cambiato profondamente il comportamento. I legami privilegiati fra banca e impresa e  gli intrecci e le protezioni fra le diverse strutture economiche si sono allentate rendendo molto più anglosassone la Germania. Anche i rapporti di lavoro sono evoluti verso una più accentuata flessibilità, aumentando fortemente la produttività del sistema. Queste evoluzioni si sono tuttavia prodotte conservando ( e sotto certi aspetti accentuando) la collaborazione tra imprenditori, sindacati e autorità politiche, che sono la caratteristica principale del sistema germanico. Questa collaborazione costituisce in un certo senso una strumento fondamentale per una politica industriale dedicata soprattutto alla razionale e concordata utilizzazione delle risorse umane e al loro potenziamento attraverso una preparazione scolastica e dei processi di apprendistato dedicati a questo scopo.<br />
</em></p>
<p><em>E&#8217; naturalmente un poco ironico constatare che, nel momento in cui il sistema anglosassone esce vincitore nonostante la tragica crisi che ha provocato, il paese che conserva i più forti residui del sistema alternativo è quello che, tra le nazioni ad alto livello di sviluppo, meglio si comporta nel superamento della crisi. I tassi di sviluppo tedeschi sono infatti oggi molto superiori a quelli britannici, francesi e italiani e il surplus della bilancia commerciale è ormai di tipo &#8220;cinese&#8221;. Nel 2010 il tasso di crescita tedesco non è stato lontano dal 4%, mentre la Francia si è fermata all&#8217;1,5% e l&#8217;Italia di mezzo punto più sotto. E le cose non saranno molto diverse nell&#8217;anno in corso.<br />
</em></p>
<p><em>L&#8217;industria manifatturiera tedesca  rappresenta una percentuale del PIL oltre il doppio di quella degli altri grandi paesi europei e, nonostante la globalizzazione e la concorrenza cinese, questa distanza tende ad aumentare. In poche parole la Germania sta diventando l&#8217;asse portante e il punto di riferimento di tutta l&#8217;industria europea. Se vogliamo cercare di capire come abbia raggiunto questi risultati mi sembra di potere rispondere che tutto ciò è avvenuto adottando il sistema finanziario anglosassone condito in una salsa operativa di tipo germanico nella quale governo, sindacati e imprenditori sono stati capaci di sedersi attorno ad un tavolo, regolare le modalità del lavoro, limare nell&#8217;emergenza i salari al ribasso per preparare la loro crescita nel futuro e, soprattutto, mobilitare le risorse dell&#8217;intera società tedesca verso l&#8217;obiettivo della trasformazione del sistema economico. </em></p>
<p><em>Insomma quando cerco di capire e di spiegare quello che è successo debbo concludere che la Germania ha scelto la via anglosassone nella finanza, ha spinto nella stessa direzione il suo sistema bancario accentuandone addirittura rischi e debolezze, ma ha fortemente conservato la germanità del suo sistema produttivo. E lo ha fatto, tra l&#8217;altro, con una continuità che è andata al di là del colore politico del governo in carica. Il grosso di queste <a href="http://www.economist.com/node/5013718?story_id=5013718" target="_blank">riforme</a> è stato messo in cantiere da Schroeder ma il successivo governo di Angela Merkel le ha perfezionate e attuate in modo sistematico, dimostrando ancora una volta quanto siano importanti gli elementi di continuità per rendere efficaci le decisioni di politica economica.<br />
</em></p>
<p><em>A questo punto, caro direttore, mi accorgo che invece di misurarmi nell&#8217;affascinante confronto fra i due sistemi, sono arrivato alla conclusione, banale ma concretamente valida, che il mondo, alla fine, corre alla ricerca di sistemi ibridi, nei quali si mescolano i più diversi incroci e nei quali le teorie  fatalmente si inquinano proprio per conservare il loro potere di indirizzo e la loro forza operativa.<br />
</em></p>
<p><em>Ritengo quindi che le conclusioni qui esposte siano del tutto provvisorie perché un&#8217;altra ibridazione sta fatalmente per cominciare, quella fra questo complesso capitalismo occidentale e il crescente capitalismo cinese, che ha regole ancora diverse e che ha una capacità dirompente molto superiore a quella che aveva il capitalismo germanico. La presenza pubblica guidata da obiettivi fortemente condivisi, da una visione politica di lungo periodo e sostenuta da risorse finanziarie gigantesche sta già aprendo un nuovo confronto che caratterizzerà non solo la vita economica ma anche il dibattito intellettuale delle prossime generazioni.<br />
</em></p>
<p><em>Non penso, caro direttore, di entrare in questo dibattito, perchè non mancheranno in futuro le occasioni per farlo e anche perché sei stato così gentile e così intelligente da non chiedermelo. In questa sede mi limito ad augurare a me e a tutti gli abitanti del pianeta in cui viviamo che questo confronto avvenga non con le modalità dello scontro come è stato fra comunismo e capitalismo, ma con la regole del confronto e della contaminazione reciproca, come è avvenuto tra sistema germanico e sistema anglosassone. Credo che questa sia una partita ancora più interessante di quella precedente. E di esito ancora più incerto. In ogni caso, come si dice dalle mie parti, ne vedremo delle belle.</em></p>
<p><em>Grazie, con molta amicizia,</em></p>
<p><em>Romano Prodi</em></p>
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		<title>Italia sulla via della decadenza. C&#8217;è il dovere di dire come stanno le cose</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Nov 2010 09:00:12 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Prodi: «Italia sulla via della decadenza. C&#8217;è il dovere di dire come stanno le cose»
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 14 ottobre 2010
ROMA (14 novembre) &#8211; Per decidere cosa fare bisogna prima di tutto sapere “come stanno le cose”. Quest’affermazione è scontata, ma sono costretto a ripeterla perché oggi non mi sembra applicata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/11/Berlusconi.jpg" mce_href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/11/Berlusconi.jpg"><img src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/11/Berlusconi-300x285.jpg" mce_src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/11/Berlusconi-300x285.jpg" alt="" title="" class="alignright size-medium wp-image-2249" height="285" width="300"></a>Prodi: «Italia sulla via della decadenza. C&#8217;è il dovere di dire come stanno le cose»</p>
<p>Articolo di Romano Prodi su <b><a href="http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=126704&amp;sez=HOME_ECONOMIA&amp;ssez" mce_href="http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=126704&amp;sez=HOME_ECONOMIA&amp;ssez" target="_blank">Il Messaggero</a></b> del 14 ottobre 2010</p>
<p>ROMA (14 novembre) &#8211; Per decidere cosa fare bisogna prima di tutto sapere “come stanno le cose”. Quest’affermazione è scontata, ma sono costretto a ripeterla perché oggi non mi sembra applicata né nelle scelte mondiali né in quelle nazionali. A livello mondiale il <a href="http://www.seoulsummit.kr/eng/main.g20?menu_seq=main" mce_href="http://www.seoulsummit.kr/eng/main.g20?menu_seq=main" target="_blank">G.20</a> di Seoul si è tutto svolto nell’<a href="http://www.economicsummits.info/2010/11/g20-seoul-summit-final-declaration/comment-page-1/" mce_href="http://www.economicsummits.info/2010/11/g20-seoul-summit-final-declaration/comment-page-1/" target="_blank">illusione</a> che la crisi sia ormai sotto controllo e che siano sufficienti misure minori per riprendere senza radicali riforme il tradizionale cammino. Lo stesso errore di base impedisce l’analisi e quindi la cura dei nostri problemi nazionali.</p>
<p>Ci fa infatti comodo , ed è oggettivamente consolatorio, sostenere che ci stiamo comportando in modo simile a tutti e che soffriamo della stessa malattia degli altri grandi paesi della vecchia Europa.</p>
<p>Le cose purtroppo non stanno così. Le cose stanno diversamente sia quando analizziamo l’andamento di lungo periodo della nostra economia sia quando ne osserviamo i comportamenti a breve. Riflettendo sul lungo periodo, è passata ad esempio sotto silenzio un importante tabella <i>(scarica la tabella cliccando <b><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/11/classifica_el_pais1111003.pdf" mce_href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/11/classifica_el_pais1111003.pdf">Qui</a> </b>e poi <b><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/11/classifica_el_pais2111003.pdf" mce_href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/11/classifica_el_pais2111003.pdf">Qui</a>.</b> N.d.r.)</i> elaborata da <a href="http://www.elpais.com/articulo/primer/plano/decada/perdida/Italia/Portugal/elpepueconeg/20101024elpneglse_3/Tes" mce_href="http://www.elpais.com/articulo/primer/plano/decada/perdida/Italia/Portugal/elpepueconeg/20101024elpneglse_3/Tes" target="_blank">El Pais su dati del Fondo Monetario Internazionale</a>. Una tabella che mette in fila le percentuali di crescita dei 180 paesi più importanti del mondo (e cioè in pratica di tutti i paesi) negli ultimi dieci anni. Io stesso sono stato sorpreso nel leggere che l’Italia è addirittura penultima, precedendo solo Haiti. Nell’intero primo decennio del secolo la nostra intera economia è cresciuta solo del 2,43% cioè quasi nulla. Sfiguriamo anche a confronto degli altri grandi paesi della pigra Europa perché la Gran Bretagna ha progredito del 15% , la Francia del 12% e la Germania del 9%. Si tratta di progressi modesti anche da parte dei nostri confratelli europei se li paragoniamo al 170% della Cina, al 103% dell’India o al 45% della Turchia, ma nettamente superiori a quelli italiani.</p>
<p><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/11/fotonotizia_el_pais111003_img.jpg" mce_href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/11/fotonotizia_el_pais111003_img.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2246" title="fotonotizia_el_pais111003_img" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/11/fotonotizia_el_pais111003_img.jpg" mce_src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/11/fotonotizia_el_pais111003_img.jpg" alt="fotonotizia_el_pais111003_img" height="254" width="330"></a>Se poi vogliamo guardare “come stanno le cose” oggi, dobbiamo constatare che siamo caduti più degli altri durante la crisi del 2009 e stiamo ora crescendo decisamente meno della Germania, di Francia e della Gran Bretagna. Continuando in questo modo ci occorreranno altri cinque anni per ritornare al livello di reddito che l’Italia aveva nel periodo precedente la crisi. Ed è chiaro che, se gli altri paesi continueranno a camminare più in fretta di noi, il nostro distacco non può che aumentare.</p>
<p>Ecco “come stanno le cose”. Ben poco potremo consolarci per il fatto che siamo ancora un paese relativamente ricco. Negli ultimi dieci anni siamo infatti passati dal 24esimo al 28esimo posto della scala mondiale del reddito pro-capite e tutti sappiamo bene che, continuando in questa lenta discesa, non solo dovremo abbassare il nostro tenore di vita ma ancora di più lo dovranno abbassare i nostri figli. Vivere in un periodo di decadenza, o almeno di aspettative decrescenti, è quanto di peggio possa capitare a una comunità nazionale. E noi lo dobbiamo evitare a ogni costo, discutendo con serenità e con atteggiamento costruttivo sui semplici dati che ho appena esposto e cercando soluzioni che, nella situazione in cui siamo, debbono essere condivise, o almeno comprese, da tutte le componenti della società italiana.</p>
<p>Credo, ad es. che Marchionne abbia <a href="http://www.corriere.it/economia/10_ottobre_24/marchionne-fiat_c702b36e-df85-11df-ae0f-00144f02aabc.shtml" mce_href="http://www.corriere.it/economia/10_ottobre_24/marchionne-fiat_c702b36e-df85-11df-ae0f-00144f02aabc.shtml" target="_blank">sollevato un problema</a> vero sul futuro del nostro paese. Credo che abbia fatto qualche <a href="http://www.borsaitaliana.it/borsa/notizie/mf-dow-jones/italia-dettaglio.html?newsId=796645&amp;lang=it" mce_href="http://www.borsaitaliana.it/borsa/notizie/mf-dow-jones/italia-dettaglio.html?newsId=796645&amp;lang=it" target="_blank">errore tattico</a> ma credo anche che le sue analisi sul settore dell’automobile debbano essere allargate ad altri settori della nostra società, per obbligarci a un sereno dibattito sul futuro dell’intera nostra economia e, forse, dell’intera nostra organizzazione civile. Il Paese si è invece spaccato e si è schierato secondo vecchi schemi, impedendo in questo modo quel dibattito così necessario per il nostro futuro. Un dibattito che deve mettere sotto esame tutti i comportamenti incompatibili con i cambiamenti che avvengono nelle altre parti del mondo.</p>
<p>E’ infatti l’intera nostra società che rifiuta i comportamenti che, ci piacciano o no, caratterizzano ormai tutte le società avanzate del pianeta. Non si può infatti correre alla velocità degli altri quando l’evasione fiscale copre almeno un quarto della nostra economia e non da segni di calare. E nemmeno quando la scuola e la ricerca hanno un ruolo sempre più marginale nella società e nelle strutture produttive: E potremo continuare con la lista delle ragioni che spingono ogni anni decine di migliaia dei nostri migliori giovani ad emigrare per trovare le occasioni di lavoro che non sono reperibili in Italia. L’elenco potrebbe davvero continuare ma quest’elenco non serve a nulla se non ci si accorge che il cammino della decadenza è già cominciato e che questa caduta sarà sempre più accelerata se ci dedicheremo ancora a elencare primati che non abbiamo più o a sperare che i pochi primati che ancora possediamo si estendano per magia a tutta la nostra economia o a tutta la nostra società. Un processo di rinascita collettiva nasce sempre da un’analisi impietosa della realtà. Per fare cose nuove ci si deve prima rendere conto di “come stanno le cose.”</p>
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		<title>G20 must deliver a road map for a new asset of the international financial and monetary system</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Nov 2010 09:24:15 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Former Italian PM says new development agenda needed for G-20
Interview by Marzia De Giuli to Romano Prodi on Xinhua 2010-11-11 23:33:31
MILAN, Italy, Nov. 11 (Xinhua) &#8212; A new agenda for development issues worldwide is badly needed for the G-20, says former Italian Prime Minister Romano Prodi.
Prodi said in an interview with Xinhua on Wednesday that [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/11/51575-people-are-reflected-on-a-sculpture-in-front-of-the-coex-con.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-2239" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/11/51575-people-are-reflected-on-a-sculpture-in-front-of-the-coex-con-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>Former Italian PM says new development agenda needed for G-20</strong></p>
<p>Interview by Marzia De Giuli to Romano Prodi on <a href="http://english.peopledaily.com.cn/90001/90777/90853/7197185.html" target="_blank"><strong>Xinhua</strong></a> 2010-11-11 23:33:31</p>
<p>MILAN, Italy, Nov. 11 (Xinhua) &#8212; A new agenda for development issues worldwide is badly needed for the G-20, says former Italian Prime Minister Romano Prodi.</p>
<p>Prodi said in an interview with Xinhua on Wednesday that it has become evident over the past several years that the world needs a wider representative than the G-7 or G-8.</p>
<p>&#8220;In my life, I have <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Romano_Prodi#Vertici_G7_e_G8_presenziati" target="_blank">participated in 10 G-7 and G-8</a> summits, five of which in quality of president of the European Commission, witnessing year after year how that assembly was insufficient to interpret the big problems of the world,&#8221; he said on the eve of a two-day <a href="http://www.g20.org/index.aspx" target="_blank">G-20 summit in Seoul</a>.</p>
<p>&#8220;The G-20 can and must be the solution, but it still lacks the technical, preparatory and organizational structures necessary to play its role,&#8221; the former prime minister said.</p>
<p>In Prodi&#8217;s view, the global financial crisis has accelerated the shift <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/se-ognuno-dei-cuochi-bada-alla-sua-pentola_1749.html" target="_blank">from G-8 to G-20</a> in a sense, but the global financial crisis has also accentuated divisions between different players.</p>
<p>Speaking of the G-20 summit in Seoul, Prodi said, he doesn&#8217;t expect any agreement to be reached, but he wishes dossiers and problems are &#8220;put into line&#8221; in order to set a road map for the negotiations aimed at delineating a new asset of the international financial and monetary system.</p>
<p>&#8220;Of course this process needs time due to the growing complexity of the global scene, and all steps forward will need to be done calmly,&#8221; he said.</p>
<p>&#8220;We need to remember that all previous monetary agreements, <a href="http://www2.econ.iastate.edu/classes/econ355/choi/bre.htm" target="_blank">Bretton Woods</a> included, had been preceded by years of conferences and long technical preparation despite the global asset being much simpler at that time,&#8221; he noted.</p>
<p>He said it is clear that the monetary scenario, with the euro and dollar side by side, doesn&#8217;t reflect the globalized world anymore.</p>
<p>&#8220;Today nothing is possible without considering the growing active role of the world new protagonists, such as China,&#8221; he said.</p>
<p>Prodi said moving from one monetary system to another and ordering a globalization in such a rapid and tumultuous way are two tasks that need &#8220;magnanimity and time&#8221; since adaption in worldwide change processes are always slow and difficult for all the players.</p>
<p>&#8220;Therefore, I am not surprised at all of the tension between China and the United States, which are natural parts of the change process,&#8221; he said. &#8220;Neither am I worried about the momentary scarcity of results, as I trust the wisdom of leaders in charge of taking important decisions.&#8221;</p>
<p>Prodi said he never lined up with those saying that the world is already out of the economic crisis. &#8220;Rather I say it&#8217;s like <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/guardiamo-la-realta-siamo-i-piu-lenti-tra-i-grandi_2182.html" target="_blank">being on the right way after a big disease</a> which needs a long<br />
convalescence,&#8221; he said.</p>
<p>Prodi defined Europe as &#8220;one of the big hopes in the world, indispensable for the balancing of future international relations.&#8221;</p>
<p>Prodi, also a member of the <a href="http://www.nsa.gov.cn/cenep/" target="_blank">Chinese Academy of Governance</a>, said if Europe cultivated a bilateral relationship with China rather than relating through its single countries, it would be better for both &#8220;in terms of quality and quantity, considering Europe&#8217;s world leading GDP, industrial production and exports.&#8221;</p>
<p>The former prime minister said the continent&#8217;s fragmentation still prevails, as proved by the Greek financial crisis that he said <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/debito-greco-e-tasse-sulle-banche-non-ce-un-solo-martire-in-europa_1457.html" target="_blank">transformed a small problem into a big one</a> due to the lack of a joint action.</p>
<p>He said some steps had been taken but Europe&#8217;s role in the G-20 won&#8217;t be strong if the continent&#8217;s single countries keep adopting diverse tactical strategies.</p>
<p>For example, he said, Italy hasn&#8217;t realized yet that it urgently needs a <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/la-crisi-il-lavoro-e-l%E2%80%99italia-camminiamo-ancora-sul-fondo-del-catino_1132.html" target="_blank">big change from the inside</a> in order to become the <a href="http://www.romanoprodi.it/notizie/prodi-senza-investimenti-stranieri-resteremo-dei-poveracci_2232.html" target="_blank">object of foreign investments</a> and understand the &#8220;fermentation brought by globalization.&#8221;</p>
<p>&#8220;From one side, closing the door to ongoing change processes is unthinkable, but from the other, Italians need first to become aware of this processes in order to adopt the consequent measures,&#8221; he said.</p>
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		<title>Prodi: senza investimenti stranieri resteremo dei poveracci</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Nov 2010 14:36:52 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[CRISI: PRODI, SENZA INVESTIMENTI STRANIERI RESTEREMO DEI POVERACCI
(ASCA) &#8211; Milano, 10 nov &#8211; &#8216;Finche&#8217; non saremo in grado di attirare  investimenti stranieri in Italia, saremo sempre dei poveracci perche&#8217;  resteremo fuori dai giochi&#8217;. Questa la diagnosi dell&#8217;ex premier, Romano  Prodi, sullo &#8217;stato di salute&#8217; dell&#8217;economia italiana.
Per Prodi, intervenuto questa mattina a Milano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/11/fiat-industria-auto.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-2234" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/11/fiat-industria-auto-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>CRISI: PRODI, SENZA INVESTIMENTI STRANIERI RESTEREMO DEI POVERACCI</p>
<p>(<a href="http://www.asca.it/news-CRISI__PRODI__SENZA_INVESTIMENTI_STRANIERI_RESTEREMO_DEI_POVERACCI-964943-ORA-.html" target="_blank"><strong>ASCA</strong></a>) &#8211; Milano, 10 nov &#8211; &#8216;Finche&#8217; non saremo in grado di attirare  investimenti stranieri in Italia, saremo sempre dei poveracci perche&#8217;  resteremo fuori dai giochi&#8217;. Questa la diagnosi dell&#8217;ex premier, Romano  Prodi, sullo &#8217;stato di salute&#8217; dell&#8217;economia italiana.</p>
<p>Per Prodi, intervenuto questa mattina a Milano a un <a href="http://www.fondazioneedison.it/it/pdf/10novembre.pdf" target="_blank">convegno</a> promosso  dalla <a href="http://www.fondazioneedison.it/it/index.php" target="_blank">Fondazione Edison</a>, la priorita&#8217; e&#8217; creare le condizioni per  attirare &#8216;investimenti straneri veri, non immobiliari&#8217;, perche&#8217; l&#8217;Italia  non puo&#8217; pensare di farcela da sola in un&#8217;economia globalizzata:  &#8216;Occorre legarci sempre di piu&#8217; al resto del mondo&#8217;.</p>
<p>Il professore, che si e&#8217; confrontato con l&#8217;economista Marco Fortis e con  il presidente di Assolombarda, Alberto Meomartini, ha citato i <a href="http://www.corriere.it/economia/10_ottobre_20/fmi-dati-italia_87765644-dc22-11df-be1f-00144f02aabc.shtml" target="_blank">dati  dell&#8217;Fmi</a> che prospettano una crescite dell&#8217;1,1% del Pil italiano contro  il 3,7% previsto in Germania. &#8216;Sono <a href="http://www.milanofinanza.it/news/dettaglio_news.asp?id=201010201051182113&amp;chkAgenzie=TMFI" target="_blank">dati</a> &#8211; e&#8217; l&#8217;allarme lanciato da  Prodi &#8211; che pongono l&#8217;Italia tra gli ultimi paesi, insieme a quelli  sottosviluppati. Siamo dietro al Portogallo&#8217;. E con queste cifre &#8216;e&#8217;  difficile poter immaginare di far fare un salto in avanti alle nuove  generazioni&#8217;. Perche&#8217;, ha proseguito Prodi, &#8217;senza una vera svolta, la  prossima generazione vivra&#8217; molto peggio della nostra&#8217;. E la svolta deve  passare da una vera politica industriale e dai forti investimenti sulla  formazione.</p>
<p>Sul primo punto, Prodi ha lamentato la mancanza di una vera strategia  nazionale: &#8216;In Italia manca una politica industriale, non ce l&#8217;abbiamo  da venti anni anche se la fanno tutti. La fa la Germania e la fa Obama  con il settore auto, non sara&#8217; mica un comunista&#8217;. Il tutto mentre in  Italia &#8216;di proposte per scatti in avanti, non ce n&#8217;e&#8221;, mentre la  priorita&#8217; di una vera politica industriale nmazionale dovrebbe essere  qualla di &#8216;favorire l&#8217;integrazione&#8217; tra le imprese.</p>
<p>&#8216;Fusioni e aggregazioni &#8211; ha spiegato Prodi &#8211; servono alle nostre  imprese piccole e medie per affrontare la globalizzazzione&#8217;. Stesso  discorso sul piano della formazione, con Prodi che ha sollecitato la  necessita&#8217; di investire su universita&#8217; e ricerca, &#8217;se no &#8211; si e&#8217; chiesto  il professore con tono retorico &#8211; chi la salva l&#8217;Italia?&#8217;.</p>
<p>L&#8217;Italia delineata da Prodi e&#8217; quella di un paese a due velocita&#8217;: &#8216;E&#8217;  il grande problema dell&#8217;Italia. I dati sull&#8217;industria ci dicono che  abbiamo un nord molto simile alla Germania e un sud che invece e&#8217;  tristemente distante. La velocita&#8217; della Germania arriva fino a  Firenze&#8217;.</p>
<p>Infine una considerazione sulla situazione dei conti pubblici italiani:  &#8216;I privati non mettono la loro ricchezza per salvare il paese. Il  problema del deficit e del debito va tenuto presente. Io &#8211; ha concluso  Prodi &#8211; non ci dormivo il giorno e la notte&#8217;.</p>
<p>FIAT: PRODI, SU TRATTATIVA SERVIVA PRESENZA CHIARA DEL GOVERNO =</p>
<p>(<a href="http://www.asca.it/news-FIAT__PRODI__SU_TRATTATIVA_SERVIVA_PRESENZA_CHIARA_DEL_GOVERNO-964946-ORA-.html" target="_blank"><strong>ASCA</strong></a>) &#8211; Milano, 10 nov &#8211; &#8216;Occorreva una presenza del governo in modo specifico e chiaro sulla trattativa Fiat&#8217;. Lo ha detto l&#8217;ex premier, Romano Prodi, incontrando i giornalisti al  termine del suo intervento a un convegno promosso alla Fondazione Edison  dove, tra l&#8217;altro, il professore ha denunciato la mancanza di una  politica industriale in Italia.</p>
<p>Prodi, interpellato dai cronisti a margine dei lavori, si e&#8217; poi  soffermato sulla vicenda Fiat lamentando anche in questo caso l&#8217;assenza  del Governo dal tavolo delle trattative. &#8216;L&#8217;ho detto piu&#8217; volte &#8211; ha  precisato ancora Prodi &#8211; pero&#8217; non c&#8217;e&#8217; stata risposta&#8217;.</p>
<p>FIAT: PRODI; SERVE TAVOLO MA DA GOVERNO NESSUNA RISPOSTA</p>
<p>(ANSA) &#8211; MILANO, 10 NOV &#8211; L&#8217;ex presidente del Consiglio Romano Prodi ha  chiesto piu&#8217; volte al Governo di aprire un tavolo con Fiat, ma non ha  mai ricevuto una risposta. E&#8217; quanto ha affermato lo stesso Prodi a  margine di una presentazione alla Fondazione Edison.</p>
<p>&#8216;Ho scritto <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/la-fiat-il-paese-e-quelle-verita-scomode-ma-utili_2188.html" target="_blank">due</a> <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/auto-linnovazione-e-la-vera-sfida-da-vincere_1868.html" target="_blank">volte</a> sul Messaggero &#8211; ha spiegato &#8211; che occorreva una  presenza del Governo in modo specifico e chiaro sulla trattativa Fiat,  pero&#8217; non c&#8217;e&#8217; mai stata una risposta&#8217;.<br />
A Prodi era stato chiesto se il suo governo, che all&#8217;epoca non era piu&#8217;  in carica, avrebbe convocato il tavolo fin dai tempi dell&#8217;annunciata  <a href="http://www.corriere.it/economia/09_novembre_26/marchionne-scajola-termini-imerese_0bb7f5f4-da65-11de-a7cd-00144f02aabc.shtml" target="_blank">chiusura di Termini</a> Imerese nel 2009.<br />
G20: PRODI, EUROPA DIVISA. NON PARLO DI ITALIA =</p>
<p>(<a href="http://www.asca.it/news-G20__PRODI__EUROPA_DIVISA__NON_PARLO_DI_ITALIA-964951-ORA-.html" target="_blank"><strong>ASCA</strong></a>) &#8211; Milano, 10 nov &#8211; Sara&#8217; un&#8217;Europa divisa e senza una strategia  comune quella che si presenta al tavolo del <a href="http://www.g20.org/index.aspx" target="_blank">G20 di Seoul</a>. A sostenerlo  e&#8217; l&#8217;ex premier, Romano Prodi, che ha parlato del G20 durante il suo  intervento a un convegno promosso alla Fondazione Edison di Milano.</p>
<p>Il problema, secondo Prodi, e&#8217; che in Europa &#8216;produciamo interessi  economici divergenti, mentre sarebbe necessaria una politica economica  comune. non mi stupiosco delle divisioniin Europa &#8211; ha aggiunto Prodi &#8211;  rappresentano diversita&#8217; fortissime tra i paesi e le loro aspettative&#8217;.</p>
<p>Emblematica, da questo punto di vista, la questione dei cambi dove da  parte dei paesi europei &#8216;manca una proposta perche&#8217; manca una strategia  di reazione. Il problema, ha spiegato Prodi, e&#8217; che &#8216;in Europa c&#8217;e&#8217; la tentazione,  favorita soprattutto dalla Germania, che pensa di farcela da sola&#8217;. Con  questi presupposti &#8216;rischiamo di <a href="http://www.g20.org/Documents2010/10/seoul_pre_notice_eng.pdf" target="_blank">andare a Seoul</a> con comportamenti non  cooperativi, lasciando spazio a chi vuole avere un ruolo piu&#8217; forte dal  punto di vista mondiale&#8217;.</p>
<p>Quanto al ruolo politico dell&#8217;Italia, Prodi ha preferito non affrontare  l&#8217;argomento: &#8216;Non parlo dell&#8217;Italia &#8211; si e&#8217; limitato a dire &#8211; non riesco  a parlarne&#8217;.</p>
<p>PRODI, NON PARLO DELL&#8217;ITALIA, NON CI RIESCO<br />
LUNGO APPLAUSO IN FONDAZIONE EDISON</p>
<p>(ANSA) &#8211; MILANO, 10 NOV &#8211; &#8216;Non parlo  dell&#8217;Italia, non ci riesco&#8217;. Lo ha detto l&#8217;ex presidente del consiglio  ed ex presidente dellaCommissione Europea Romano Prodi intervenendo  alla presentazione del volume &#8216;Fondazione Edison. Dieci anni per  l&#8217;economia italiana in Europa&#8217; nella sede del gruppo energetico in Foro  Buonaparte. L&#8217;affermazione ha scatenato un lungo e fragoroso applauso  tra i presenti in sala.</p>
<p>Al tavolo con Prodi anche Umberto Quadrino, presidente della Fondazione,  Alberto Meomartini, presidente di Assolombarda e gli autori del volume  Marco Fortis e Alberto Quadrio Curzio. Assente Emma marcegaglia,  presidente di Confindustria, che ha dato forfait all&#8217;ultimo momento.</p>
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		<title>Se ognuno dei cuochi bada alla sua pentola</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Jun 2010 08:54:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 27 Giugno 2010
La lenta agonia del G8 prosegue il suo corso, anche se nessuno è ancora in grado di verificarne la morte cerebrale. Perché la sua fine non facesse troppo rumore è stato per ora affiancato al G20, che progressivamente ne prenderà il posto senza pianti e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1750" class="wp-caption alignright" style="width: 410px"><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/06/g8_xin-400x300.jpg"><img class="size-full wp-image-1750 " title="I leaders del G20 ieri a Toronto " src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/06/g8_xin-400x300.jpg" alt="I leaders del G8 ieri a Toronto " width="400" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">I leaders del G20 ieri a Toronto</p></div>
<p>Articolo di Romano Prodi su <a href="http://carta.ilmessaggero.it/view.php?data=20100627&amp;ediz=20_CITTA&amp;npag=1&amp;file=PRODI_39.xml&amp;type=STANDARD" target="_blank"><strong>Il Messaggero</strong></a> del 27 Giugno 2010</p>
<p>La lenta <a href="http://www.asca.it/news-G8__BOZZA_CONCLUSIONI__RIPRESA_FRAGILE__A_RISCHIO_OBIETTIVI_SVILUPPO-926767-ECO-1.html" target="_blank">agonia del G8</a> prosegue il suo corso, anche se nessuno è ancora in grado di verificarne la morte cerebrale. Perché la sua fine non facesse troppo rumore è stato per ora <a href="http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=142392" target="_blank">affiancato al G20</a>, che progressivamente ne prenderà il posto senza pianti e senza rimpianti. Il G8 ormai da qualche tempo rappresentava una realtà mondiale sorpassata e la <a href="http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/associata/2010/06/27/visualizza_new.html_1846708627.html" target="_blank">riunione di ieri</a> lo ha semplicemente confermato. Sono stati passati in rassegna tutti i principali aspetti della politica internazionale (dall’Afghanistan, all’Iran, dal terrorismo internazionale al narcotraffico) senza tuttavia alcuna sostanziosa nuova deliberazione in materia.</p>
<p>L’unica cosa importante è l’impegno di mettere a disposizione la cospicua somma di <a href="http://www.adnkronos.com/IGN/News/Esteri/G20-73-miliardi-di-dollari-per-mamme-e-bimbi-Organizzazioni-umanitarie-pochi_598767153.html" target="_blank">7,3 miliardi</a> di dollari per la salute delle madri e dei bambini nei Paesi più poveri del pianeta, anche se debbo prendere questa bella decisione con un pizzico di prudenza perché non sarebbe la prima volta che i Paesi del G8 si impegnano ad assegnare ai Paesi più poveri risorse che non vengono poi versate ma restano solo una promessa. Non parliamo poi dell’efficacia concreta dei generici impegni per un approccio globale nella lotta contro la fame nel mondo. Quasi mai i fatti hanno avuto la stessa dimensione delle parole.</p>
<p>Ho partecipato a <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Romano_Prodi" target="_blank">troppi G8 nella mia vita</a> (cinque come presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana e cinque come presidente della Commissione Europea) per non essermi reso conto della caduta di rappresentatività dei G8 in un mondo che cambia e in cui i nuovi attori della politica e dell’economia mondiale, tenuti fuori da tale consesso, non possono essere più esclusi dalle grandi decisioni che riguardano il futuro del mondo.</p>
<p>Celebrata l’estrema unzione del G8 è <a href="http://www.asca.it/news-G8__OGGI_CHIUSURA_LAVORI__IL_TIMONE_PASSA_AL_G20-926692-ATT-.html" target="_blank">successivamente</a> iniziato il G20, nel cui campo giocano sostanzialmente tutti i protagonisti della politica mondiale che dovranno essere in futuro il punto di riferimento delle grandi decisioni planetarie, ma che oggi potranno concludere ben poco per la mancanza di accordo sul principale tema che è sul tavolo e cioè la strategia di uscita dalla crisi.</p>
<p>Il presidente americano <a href="http://notizie.virgilio.it/notizie/economia/2010/6_giugno/26/al_g20_obama_chiedera_riforme_e_stimoli_per_ripresa_globale,24945980.html" target="_blank">Obama</a> ha infatti, a questo proposito, chiesto ripetutamente ai due Paesi che sono fortemente in attivo nei saldi del commercio mondiale di riequilibrare la propria posizione, rendendo in tal modo più facile l’aggiustamento di coloro che, a partire dagli Stati Uniti, sono invece in cronico passivo. Alla Cina Obama ha chiesto la flessibilità del cambio dello yuan, mentre ha fatto pressione sulla Germania perché aiutasse la ripresa adottando una politica di minore austerità fiscale.</p>
<p>La risposta positiva <a href="http://www.libero-news.it/regioneespanso.jsp?id=442198" target="_blank">cinese</a> è stata già data in anticipo con la disponibilità verso una maggiore flessibilità della valuta nazionale.</p>
<p>È un impegno importante ma che lascia alla Cina un grande margine discrezionale sui tempi e sui modi di attuazione di un’eventuale rivalutazione.</p>
<p>La <a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/argomenti/numero/20100625/pagina/02/pezzo/281162/" target="_blank">Germania</a> ha invece risposto picche ed ha varato invece un piano di austerità, non certo utile per la ripresa europea (che poneva le proprie speranze sulla crescita della domanda interna tedesca) ma sicuramente popolare presso gli elettori tedeschi, convinti che la crisi debba in ogni caso essere combattuta con l’austerità, anche se le ricette per la guarigione non possono essere le stesse quando le malattie sono diverse.</p>
<p>Nessuna proposta comune, quindi, per accelerare la ripresa dell’economia, anche se non noi europei non possiamo muovere alcun rimprovero agli altri perché, nonostante il legame che ci unisce, non siamo stati in grado di disegnare un percorso comune di uscita dalla crisi. Non mi dolgo invece riguardo al mancato accordo su una tassa sulle banche. Capisco che essa sarebbe stata molto popolare, ma sarebbe anche stata quantomeno una ragione per rendere più caro il credito, scaricando sui clienti il peso della tassa stessa proprio in un momento in cui molte aziende sono affamate di credito semplicemente per sopravvivere.</p>
<p>Se non succedono miracoli sarà quindi un <a href="http://www.repubblica.it/economia/2010/06/25/news/arriva_il_g20_ma_un_dialogo_tra_sordi_torna_la_paura_della_bancarotta_greca-5140917/?ref=HREC1-7" target="_blank">G20 particolarmente magro</a> e magri saranno anche i prossimi, se non ci affrettiamo a dotarli di strutture forti e permanenti, in grado di elaborare le proposte con largo anticipo e di arrivare all’approvazione finale dopo discussioni approfondite ed esaurienti. Questi vertici, con protagonisti numerosi e con calendari serrati e predeterminati, possono arrivare ad importanti decisioni solo se il menu è quasi pronto prima dell’inizio della riunione. Mi sembra che, stavolta, il menu fosse scritto solo sulla carta e che in cucina non ci fosse nessuno chef in grado di coordinare il lavoro dei cuochi e che ognuno badasse solo alla sua pentola. Se il G8 sta passando a miglior vita per la insufficiente rappresentatività dei suoi protagonisti, non vorrei che il G20 entri in una crisi irreversibile perché gli attori non sono in grado di lavorare insieme.</p>
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		<title>La strategia di Prodi sulla Cina &#8220;Non chiediamo di rivalutare. E nel commercio la situazione è migliore di quanto si pensava&#8221;</title>
		<link>http://www.romanoprodi.it/interviste/la-strategia-di-prodi-sulla-cina-non-chiediamo-di-rivalutare-e-nel-commercio-la-situazione-e-migliore-di-quanto-si-pensava_1347.html</link>
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		<pubDate>Tue, 16 Mar 2010 13:38:15 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Articolo di Marco Del Corona su Il Corriere della Sera del 16 marzo 2010
La strategia di Prodi sulla Cina &#8220;Non chiediamo di rivalutare&#8221;
&#8220;E nel commercio la situazione è migliore di quanto si pensava&#8221;
Pechino &#8211; Quando l&#8217;America chiede a Pechino di apprezzare il renminbi, a Pechino non ride nessuno. Ma ieri un sorriso è scappato a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full wp-image-1348" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/03/yuan-dollar-3_42.jpg" alt="" width="400" height="252" />Articolo di Marco Del Corona su <a href="http://rassegnastampa.mef.gov.it/mefnazionale/View.aspx?ID=2010031615218312-1" target="_blank"><strong>Il Corriere della Sera</strong></a> del 16 marzo 2010</p>
<p>La strategia di Prodi sulla Cina &#8220;Non chiediamo di rivalutare&#8221;</p>
<p>&#8220;E nel commercio la situazione è migliore di quanto si pensava&#8221;</p>
<p>Pechino &#8211; Quando l&#8217;America <a href="http://www.reportonline.it/2010031341573/economia/obama-chiede-alla-cina-di-rivalutare-lo-yuan.html" target="_blank">chiede</a> a Pechino di apprezzare il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Renminbi_cinese" target="_blank">renminbi</a>, a Pechino <a href="http://it.euronews.net/2010/02/04/pechino-agli-usa-equilibrato-il-tasso-yuan-dollaro/" target="_blank">non ride</a> nessuno. Ma ieri un sorriso è scappato a Romano Prodi: &#8220;Quanto più alto è il rango del politico che chiede alla Cina di rivalutare la sua moneta, tanto maggiore sarà il ritardo con cui Pechino deciderà se rivalutarla. Se ne potrebbe ricavare perfino una formula matematica&#8230;&#8221;. Dunque, una Cina sempre più calata nel suo ruolo di attore decisivo sulla scena mondiale non può accettare che la sua agenda sia dettata da altri Paesi. &#8220;<a href="http://www.g20.org/about_what_is_g20.aspx" target="_blank">Il G20</a> è l&#8217;effetto, la conseguenza politica&#8221; di un processo che vede la Repubblica Popolare aver voce in capitolo anche in virtù dell&#8217;imponente quota di debito americano che controlla.</p>
<p>Cambio bloccato Sono 6,83 gli yuan necessari per un dollaro Usa. Dalla metà del 2008 Pechino avrebbe bloccato il cambio per far fronte al calo di esportazioni cinesi dovuto alla crisi. Ne risulterebbe una sottovalutazione del 9,9%, secondo una stima della Bank of America. Fino al 40%, secondo altre fonti Usa</p>
<p>Le parole dell&#8217;ex presidente della Commissione europea risuonano il giorno dopo <a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=98&amp;ID_articolo=503&amp;ID_sezione=180&amp;sezione=" target="_blank">l&#8217;ennesimo &#8220;no&#8221;</a> opposto agli Usa da Wen Jiabao durante la conferenza stampa di chiusura dei lavori del Congresso nazionale del popolo (il Parlamento). Prodi ripercorre le parole del premier cinese e resta convinto che &#8220;finché si ripeteranno queste richieste, la rivalutazione del renminbi non avverrà mai&#8221;. <a href="http://www.romanoprodi.it/notizie/la-cina-esalta-romano-prodi_1334.html" target="_blank">Reduce dalle lezioni</a> tenute alla China Europe International Business School di Shanghai, il Professore ha parlato ieri davanti ai membri della Camera di commercio europea. La quale, pur apprezzando l&#8217;impegno di Wen a facilitare l&#8217;accesso delle aziende straniere al mercato cinese, aveva di recente denunciato il protezionismo nascosto (in leggi, regolamenti, vincoli) messo in atto dalle autorità cinesi, peraltro molto attive nell&#8217;accusare a loro volta americani ed europei di protezionismo.</p>
<p>Prodi, in questo, sembra andare controcorrente. Sdrammatizza. &#8220;Pur in un contesto di crisi, il numero delle controversie &#8211; ha spiegato rispondendo al Corriere &#8211; non è significativamente aumentato. Ci sono casi circoscritti. Gli interessi per i commerci prevalgono: forse sono troppo ottimista ma la situazione è meglio di quanto si potesse immaginare&#8221;. Intervistato dal Global Times, quotidiano ufficiale dai toni spesso accesamente critici verso l&#8217;Occidente, l&#8217;ex presidente del Consiglio aveva raccomandato di tamponare l&#8217;impatto delle dispute commerciali &#8220;lavorando con gli strumenti che abbiamo. C&#8217;è la Wto, guidata da persone sagge e rispettate da tutti, ma dobbiamo dargli più fiducia… Andando oltre un certo numero di liti, Cina ed Europa faranno male a se stesse, e lo stesso vale per Cina e Usa&#8221;.</p>
<p>L&#8217;Europa è ovviamente un tema caro a Prodi. A fronte dell&#8217;imporsi della Cina, più che mai &#8220;dobbiamo essere uno, o diventeremo irrilevanti e poi spariremo&#8221;. Il rapporto della Cina con la Ue è fatto &#8220;di sentimenti misti&#8221;, un legame contraddittorio. Prodi ama ricordare l&#8217;impressione che la nascita dell&#8217;euro e la sparizione del franco francese e del marco suscitarono nelle stanze del potere di Pechino (&#8221;Ma non mi dissero nulla della lira&#8221;, sorride ancora). Accanto, resiste a Pechino la coesistenza di due atteggiamenti: &#8220;L&#8217;interesse indubbio per l&#8217;Unione, da una parte. Ma, dall&#8217;altra, anche il fatto che dividere i Paesi èmeglio&#8221;, ovvero l&#8217;inclinazione della diplomazia cinese a privilegiare i rapporti bilaterali con i singoli Stati membri anziché una relazione con la Ue nel suo complesso.</p>
<p>In ogni caso, la lezione europea ha qualcosa da seminare anche in Oriente: &#8220;Gli studenti mi ascoltavano sbalorditi quando facevo notare come le relazioni tra Francia e Germania storicamente non fossero meglio di quelle Cina-Giappone. E invece adesso c&#8217;è la sinergia tra Berlino e Parigi. L&#8217;Europa è un laboratorio&#8221;. Anche la Cina stessa sperimenta una crescita di proporzioni, tempi e modi senza precedenti. Il Professore conosce le inquietudini della leadership di Pechino. Così succede che negli <a href="http://borsaitaliana.it.reuters.com/article/businessNews/idITMIE62D01820100314" target="_blank">interventi</a> di Wen Jiabao davanti ai delegati del Parlamento Prodi abbia identificato quelli che considera i punti chiave dell&#8217;approccio del premier cinese: &#8220;L&#8217;enfasi sulla lotta alla corruzione e sull&#8217;uguaglianza da raggiungere nel Paese&#8221;.</p>
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