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	<title>Romano Prodi &#187; Fondazione</title>
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	<description>Pagine del sito del prof. Romano Prodi</description>
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		<title>Nel disarmo di tutta l&#8217;assistenza governativa all&#8217;estero, l&#8217;Italia ha totalmente abbandonato il Corno D&#8217;Africa</title>
		<link>http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/nel-disarmo-di-tutta-lassistenza-governativa-allestero-litalia-ha-totalmente-abbandonato-il-corno-dafrica_3554.html</link>
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		<pubDate>Sun, 31 Jul 2011 08:25:09 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#8220;Gli aiuti negati all’Africa che muore”
L’Italia ha abbandonato il Corno d’Africa. È ora di rimediare. Anche con l’Expo
Lettera di Romano Prodi su Il Corriere della Sera del 31 luglio 2011
Caro direttore, ho seguito con profonda attenzione quanto il Corriere ha scritto sulla terribile carestia del Corno d’Africa. Condivido quindi il vostro appoggio all’iniziativa di «Agire» [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/07/Corno_dAfrica.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-3556" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/07/Corno_dAfrica-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>&#8220;Gli aiuti negati all’Africa che muore”</strong></p>
<p>L’Italia ha abbandonato il Corno d’Africa. È ora di rimediare. Anche con l’Expo</p>
<p>Lettera di Romano Prodi su <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2011/luglio/31/Gli_aiuti_negati_all_Africa_co_9_110731043.shtml" target="_blank">Il Corriere della Sera</a> del 31 luglio 2011</p>
<p>Caro direttore, ho seguito con profonda attenzione quanto il Corriere ha scritto sulla terribile carestia del Corno d’Africa. Condivido quindi il vostro appoggio all’<a href="http://www.agire.it/it/appelli_di_emergenza/africa_orientale/427genzapk_it/dona%20_ora_it.html?gclid=CMzYwqXfsKoCFU8NtAodqT8e9Q" target="_blank">iniziativa di «Agire»</a> e delle associazioni non governative ad essa collegate per la raccolta delle risorse necessarie a fare fronte all’<a href="http://archiviostorico.corriere.it/2011/luglio/30/Perche_salvare_Corno_Africa_vuol_co_9_110730103.shtml" target="_blank">immensa catastrofe</a>.</p>
<p>Non voglio in questa sede soffermarmi sulle dimensioni e le caratteristiche di questa carestia. I lettori hanno potuto leggerle in tutti gli aspetti analitici e ne hanno potuto vedere le drammatiche immagini. Abbiamo tutti di fronte ai nostri occhi i <a href="http://www.corriere.it/notizie-ultima-ora/Esteri/Corno-Africa-720-mila-bimbi-rischio/22-07-2011/1-A_000229185.shtml" target="_blank">bambini che muoiono di fame</a> in mezzo alle carcasse degli animali e i profughi che non riescono ad <a href="http://www.corriere.it/notizie-ultima-ora/Esteri/Somalia-sfollato-quarto-popolazione/01-08-2011/1-A_000232270.shtml" target="_blank">arrivare ai pochi luoghi</a> di soccorso.</p>
<p>I nostri dati sulla <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2011/luglio/23/Mangiando_radici_come_capre_Nel_co_9_110723008.shtml" target="_blank">mancanza di acqua, cibo, assistenza sanitaria e alloggio</a> sono purtroppo condivisi da tutti gli organismi internazionali e da tutte le Ong operanti nel Corno d’Africa.</p>
<p>Il richiamo ad un atto di solidarietà è reso inoltre più urgente dalla constatazione che le risorse pubbliche mondiali impegnate (e non ancora raccolte) raggiungono a mala pena la metà dei mezzi già oggi necessari, mentre la carestia peggiorerà almeno fino a gennaio prossimo e fatalmente prolungherà le proprie nefaste conseguenze per molti anni. L’iniziativa di solidarietà è quindi urgente ed indispensabile, ma lo è ancora di più per noi italiani, data la particolare responsabilità che deriva dalla lunga storia dei rapporti fra il nostro Paese e il Corno d’Africa e soprattutto fra l’Italia e la Somalia, che è oggi al centro di questa tragedia.</p>
<p>Nell’ambito del disarmo di tutta la nostra assistenza governativa all’estero abbiamo infatti totalmente abbandonato il Corno d’Africa e lo abbiamo fatto nonostante che, da parte dei popoli che lo abitano, il richiamo ad un rapporto forte e diretto con l’Italia sia particolarmente sentito. È vero che questo rapporto è reso difficile da situazioni politiche complesse ma è purtroppo altrettanto vero che stiamo attuando una politica di totale irresponsabilità sia riguardo alle relazioni governative dirette sia nel supporto delle numerose associazioni non governative (laiche e religiose) che eroicamente continuano ad operare nell’area. L’appello del Corno d’Africa all’Italia riceve una risposta colpevolmente sempre più debole. Vorrei tuttavia aggiungere un’ultima riflessione che riguarda particolarmente Milano.</p>
<p>La città del Corriere ha opportunamente scelto come punto di riferimento della prossima Expo <a href="http://www.expo2015.org/ht/it/il_tema.html" target="_blank">il cibo e l’acqua</a>. Tutti ci rendiamo conto che, se non si interviene con una grande iniziativa mondiale, la mancanza di cibo e di acqua sarà non solo causa di immense tragedie umanitarie ma sarà all’origine delle nuove guerre. L’acqua dei grandi fiumi del mondo, come è oggi utilizzata, non basta più a sfamare i popoli che vi vivono attorno. Il Nilo arriva sostanzialmente secco al Mediterraneo mentre i Paesi a monte dell’Egitto e del Sudan, a cominciare dall’Etiopia, reclamano maggiore acqua per il proprio sviluppo e per la propria agricoltura. Problemi analoghi esistono per il Tigri e L’Eufrate e l’elenco poterebbe allungarsi verso un infinità di fiumi maggiori e minori.</p>
<p>Nello stesso tempo gli attuali sistemi di irrigazione usano dieci volte (o anche più) la quantità di acqua che potrebbero usare con sistemi più aggiornati. Non parlo delle tecnologie all’avanguardia ma di metodi appena un poco più moderni. Nessuno oggi riflette in modo operativo su questi grandissimi problemi. L’Expo di Milano deve quindi essere la grande occasione per approfondirne gli aspetti tecnici e le soluzioni politiche. La bella battaglia per l’Expo di Milano l’abbiamo vinta non pensando a un’impossibile concorrenza alla inarrivabile grandiosità di Shanghai e nemmeno per accrescere il valore di alcune aree fabbricabili, ma per dare un contributo alla soluzione del più grande problema dell’umanità, che è quello di garantire cibo e acqua per tutti. Lo sforzo di solidarietà straordinaria di cui il suo giornale si è fatto oggi protagonista insieme alle Ong deve perciò legarsi ad un progetto che, nella storia dell’umanità, sarà più importante e duraturo della torre Eiffel, che ancora oggi ci ricorda l’Expo celebrata a Parigi più di un secolo fa.</p>
<p>Presidente Fondazione per la Collaborazione tra i popoli</p>
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		<title>L&#8217;Italia si sta scongelando, le vittorie ai Referendum dicono che i cittadini creano nuove catene di rapporti</title>
		<link>http://www.romanoprodi.it/interviste/litalia-si-sta-scongelando-le-vittorie-ai-referendum-dicono-che-i-cittadini-creano-nuove-catene-di-rapporti_3212.html</link>
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		<pubDate>Thu, 16 Jun 2011 18:00:42 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Retroscena &#8211; L&#8217;avviso di Prodi: &#8220;Attenti tutti l&#8217;Italia si sta scongelando&#8221;
&#8220;I referendum dicono che i cittadini agiscono grazie a nuove catene di rapporti&#8221;
Intervista di Maurizio Molinari a Romano Prodi su La Stampa del 16 giugno 2011
I referendum sono stati un momento di trasformazione politica per l’Italia mentre sul fronte internazionale il governo Berlusconi sta perdendo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/06/festareferendum.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-3215" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/06/festareferendum-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>Retroscena &#8211; L&#8217;avviso di Prodi: &#8220;Attenti tutti l&#8217;Italia si sta scongelando&#8221;</p>
<p><strong>&#8220;I referendum dicono che i cittadini agiscono grazie a nuove catene di rapporti&#8221;</strong></p>
<p>Intervista di Maurizio Molinari a Romano Prodi su <a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/finestrasullamerica/grubrica.asp?ID_blog=43&amp;ID_articolo=2090&amp;ID_sezione=58&amp;sezione=" target="_blank"><strong>La Stampa</strong></a> del 16 giugno 2011</p>
<p>I <a href="http://referendum2011.interno.it/" target="_blank">referendum</a> sono stati un momento di trasformazione politica per l’Italia mentre sul fronte internazionale il governo Berlusconi sta perdendo terreno nel mondo arabo: di questo parla l’ex premier Romano Prodi in coincidenza con l’inizio dei lavori della <a href="http://www.fondazionepopoli.org/?p=1156" target="_blank">Conferenza sull’Africa</a> organizzata dalla <a href="http://www.fondazionepopoli.org" target="_blank">Fondazione</a> per la cooperazione fra i popoli da lui presieduta.</p>
<p>Poco prima della seduta inaugurale, alla quale partecipano rappresentanti di Cina, Europa e Stati Uniti, Prodi sceglie <a href="http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-8dc38411-6ac5-41aa-b42e-35b239cc88a9.html" target="_blank">i microfoni del Tg3</a> per una riflessione sulla vittoria dei sì nei quattro referendum appena celebrati. «Il messaggio dei referendum è che i cittadini <a href="http://www.avoicomunicare.it/node/1663" target="_blank">prendono iniziative</a> anche rischiose che sembrano non aver successo, grazie a <a href="http://www.gqitalia.it/viral-news/articles/2011/6/referendum-perche-hanno-vinto-i-si-mobilitazione-internet-e-fisica-intervista-edoardo-croci" target="_blank">catene nuove di rapporti</a>, <a href="http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/11_giugno_8/referendum-appuntamenti-wwf-desantis-190823878726.shtml" target="_blank">non solo elettroniche</a>» esordisce, indicando l’elemento che ha fatto la differenza nella «convinzione personale» di chi si è recato alle urne, mosso dalla volontà di «riflettere sul singolo problema e non su a chi conviene».</p>
<p>E’ questa dinamica che «<a href="http://www.lettera43.it/fatti/17751/la-rete-si-mobilita.htm" target="_blank">sta trasformando il Paese</a>» segnando un risveglio di attenzione per i temi specifici «che è un problema gravissimo ovviamente per Silvio Berlusconi ma non meno grave per l’opposizione perché significa riorganizzare i programmi e la vita politica sui contenuti e sull’innovazione». Da qui la richiesta anche al partito democratico «fare attenzione» perché «c’è chi si è spostato sull’analisi dei contenuti e abbandona schieramenti e giochi» innescando «una scomposizione delle carte è anche la scomposizione del Paese».</p>
<p>Sono frasi che lasciano intendere la convinzione che l’Italia si stia scongelando ed è in questa cornice che, poco dopo, Prodi incontra alcuni giornalisti nella cornice dell’hotel Willard nei pressi della Casa Bianca per estendere la riflessione ai temi di politica estera. «Le <a href="http://www.romanoprodi.it/interviste/africa-solo-la-democrazia-puo-garantire-la-prosperita_3195.html" target="_blank">rivolte in atto</a> in Medio Oriente e Nord Africa hanno portato ad un <a href="http://www.romanoprodi.it/interviste/troppe-contraddizioni-sulle-rivolte-arabe-cosi-litalia-perdera-peso-in-nordafrica_3201.html" target="_blank">indebolimento della nostra presenza</a> e dei nostri interessi a vantaggio di altri» osserva, riferendosi anzitutto a «Francia e Gran Bretagna che avanzano dove noi arretriamo». Il riferimento è alle nazioni al centro dei sconvolgimenti politici «dove noi siamo il primo o il secondo partner, come nel caso di Libia, Tunisia, Egitto, Siria e Iran». Anziché sfruttare i propri legami per «<a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/litalia-e-in-prima-linea-promuova-un-massiccio-piano-di-aiuto-al-nuovo-egitto_2943.html" target="_blank">svolgere un ruolo</a>», l’Italia «ha lasciato spazio ad altri» sottolinea Prodi, ammonendo che «rischiamo di pagarne il prezzo quando tutto sarà finito».</p>
<p>A nuocere all’Italia sono state «le <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/non-basta-trovare-soldi-per-azioni-militari-manca-una-leadership-internazionale_2845.html" target="_blank">continue oscillazioni</a> di posizioni come avvenuto sulla Libia» così come «l’incapacità di vedere come per noi l’interesse più importante è nell’Egitto», uno scacchiere dal quale l’Italia è stata assente dall’indomani dell’abbandono del potere da parte di Hosni Mubarak. «Se Francia, Gran Bretagna e Turchia si profilano come potenze regionali &#8211; aggiunge Prodi &#8211; è perché gli Stati Uniti tendono ad essere meno presenti, facendo dei passi indietro» ma questa dinamica che «vede protagonisti gli Stati nazionali» per l’ex presidente del Consiglio è «negativa» perché porta a situazioni di stallo «come quella a cui stiamo assistendo in Libia».</p>
<p>Prodi non vede grandi spazi di <a href="http://www.romanoprodi.it/notizie/prodi-io-mediatore-con-gheddafi-non-so-nulla_3098.html" target="_blank">mediazione</a> con il leader libico Gheddafi ma poiché il mandato di cattura del Tribunale internazionale dell’Aja ancora non è stato spiccato, l’ipotesi di una «composizione della crisi» può passare «attraverso le organizzazioni multilaterali, a cominciare dalle Nazioni Unite e l’Unità Africana». Ciò a cui pensa è «un’iniziativa internazionale per la ricostruzione della Libia» che abbia come interlocutore l’universo delle tribù ovvero 22-25 ceppi suddivisi all’interno in 1500 km quadrati.  Grandi gruppi famigliari che costituiscono l’ossatura di una nazione «che non ha un’identità nazionale come nel caso dell’Egitto». Il «dialogo con le tribù libiche» evoca quanto è stato fatto in Afghanistan con l’assemblea della <a href="http://www.afghanland.com/history/loyajirga.html" target="_blank">Loya Jirga</a> dopo la caduta del regime dei talebani e Prodi a tale riguardo sottolinea «l’importanza del ruolo dell’Unione Africana» il cui maggiore problema però è la carenza di fondi &#8211; circa il 30 per cento del totale &#8211; conseguente al taglio di <a href="http://www.encyclopedia.com/article-1G2-3410600149/libya-qadhafi-and-african.html" target="_blank">finanziamenti da parte di Gheddafi</a>. «Per risollevare l’Unione Africa bisogna creare un fondo di aiuti» osserva, ricollegandosi all’agenda della Conferenza di Washington che propone di istituirne uno congiunto grazie al contributo di Stati Uniti, Unione Europea e Cina.</p>
<p style="text-align: center;"><em><a href=" http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-8dc38411-6ac5-41aa-b42e-35b239cc88a9.html" target="_blank">Guarda l&#8217; intervista del Tg3 a Romano Prodi</a></em><br />
<a href="http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-8dc38411-6ac5-41aa-b42e-35b239cc88a9.html" target="_blank"></a></p>
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		<title>Dobbiamo pensare al dopo-Gheddafi e difendere i frutti delle rivolte arabe</title>
		<link>http://www.romanoprodi.it/interviste/dobbiamo-pensare-al-dopo-gheddafi-e-difendere-i-frutti-delle-rivolte-arabe_3207.html</link>
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		<pubDate>Thu, 16 Jun 2011 12:05:54 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L&#8217;ex premier presiede dal 2008 il gruppo di lavoro Onu-Unione Africana  per le missioni di peacekeeping
&#8220;Ma con Tripoli non c&#8217;è più spazio per mediazioni&#8221;
«Dobbiamo pensare al dopo-Gheddafi e difendere i frutti  delle rivolte arabe»
La crisi del Nord Africa è un grosso guaio per noi.  Serve un nuovo disegno di difesa dei nostri [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/06/libia.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-3209" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/06/libia-300x196.jpg" alt="" width="300" height="196" /></a>L&#8217;ex premier presiede dal 2008 il gruppo di lavoro Onu-Unione Africana  per le missioni di peacekeeping</p>
<p><strong>&#8220;Ma con Tripoli non c&#8217;è più spazio per mediazioni&#8221;</strong></p>
<p>«Dobbiamo pensare al dopo-Gheddafi e difendere i frutti  delle rivolte arabe»</p>
<p>La crisi del Nord Africa è un grosso guaio per noi.  Serve un nuovo disegno di difesa dei nostri interessi nell&#8217;area</p>
<p>Intervista di Massimo Gaggi su Il Corriere della Sera del 16 giugno 2011</p>
<p>Washington — «No, non mi pare che sulla Libia ci siano spazi per una  mediazione. Chi conosce bene la situazione sostiene che la prima a non  volerla è la Nato. La cosa che possiamo fare ora è agire per evitare che  questa difficile crisi faccia saltare l&#8217;unico organismo multilaterale  del continente nero, l&#8217;Unione Africana. E poi dobbiamo <a href="http://www.rainews24.rai.it/it/canale-tv.php?id=23461" target="_blank">prepararci al  dopo-Gheddafi</a>. Che rischia di essere abbastanza complicato soprattutto  per l&#8217;Italia, visto che nell&#8217;area probabilmente crescerà il peso della  Francia, della Gran Bretagna e della Cina».</p>
<p>Romano Prodi, che dal 2008  presiede il <a href="http://www.romanoprodi.it/wordpress/notizie/il-segretario-generale-dellonu-nomina-romano-prodi-alla-guida-della-commissione-speciale-delle-nazioni-unite-per-lafrica_58.html" target="_blank">gruppo di lavoro Onu-Unione Africana</a> per le missioni di  «peacekeeping», analizza l&#8217;impatto delle rivoluzioni nordafricane poco  prima di aprire, qui a Washington, i lavori della <a href="http://www.fondazionepopoli.org/?p=1156" target="_blank">conferenza sul futuro  del continente più povero del Pianeta</a>.</p>
<p>Indicato in passato come  possibile <a href="http://www.romanoprodi.it/notizie/prodi-io-mediatore-con-gheddafi-non-so-nulla_3098.html" target="_blank">mediatore</a>, l&#8217;ex capo del governo italiano afferma che «quello  che serve ora è uno sforzo per salvare i frutti delle rivoluzioni dei mesi scorsi. Le cose non sono messe bene:  l&#8217;Egitto, Paese-guida dell&#8217;area, è <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/litalia-e-in-prima-linea-promuova-un-massiccio-piano-di-aiuto-al-nuovo-egitto_2943.html" target="_blank">alle corde</a>. Crescono disoccupazione e  criminalità. Molti imprenditori sono in prigione, altri sono scappati  all&#8217;estero».</p>
<p>Nell&#8217;immediato il problema che preoccupa di più Prodi è la  sopravvivenza dell&#8217;Unione Africana, il mantenimento della sua  operatività. «Alla <a href="http://www.fondazionepopoli.org/?p=417" target="_blank">conferenza di un anno fa</a> discutevamo grandi progetti.  Oggi siamo di fronte a un&#8217;emergenza: rischiamo il collasso dell&#8217;unico  organismo multilaterale dell&#8217;Africa il cui funzionamento è stato fin qui  garantito in misura rilevante dai <a href="http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=37197&amp;sez=HOME_NELMONDO&amp;npl=&amp;desc_sez=" target="_blank">soldi della Libia</a>».</p>
<p>Quanto? Nessuno  lo sa con esattezza, perché l&#8217;Unione è una realtà assai poco  trasparente. Ufficialmente da Tripoli arriva il 15% delle risorse. In  realtà pare pesi almeno per il 3o. Qualcuno parla addirittura del 5o%.</p>
<p>«Non è un problema di aride cifre» spiega Prodi. «L&#8217;Unione funziona  male, ma è l&#8217;unica istituzione che abbiamo, l&#8217;unica entità che può favorire uno sviluppo ordinato dell&#8217;Africa. Che  ha bisogno di una difesa comune, politiche comuni, un mercato integrato.  Come puoi fabbricare auto in Ghana senza infrastrutture e una  dimensione del mercato che vada oltre i confini di quel Paese?»</p>
<p>Le  rivolte nordafricane che in Occidente hanno scaldato i cuori dei  democratici, ora cominciano a preoccupare: «Dopo aver sostenuto i  movimenti, adesso dobbiamo fare uno sforzo concorde per far ripartire i  Paesi della &#8220;<a href="http://www.romanoprodi.it/interviste/africa-unita-per-il-futuro_3162.html" target="_blank">primavera araba</a>&#8220;. La loro crisi è un grosso guaio per  l&#8217;Italia, primo partner commerciale della Libia, secondo dell&#8217;Egitto,  della Tunisia e anche della Siria. La nostra politica mediterranea ne  esce molto scossa. Serve un nuovo disegno di difesa dei nostri interessi  nell&#8217;area.</p>
<p>Ma le rivoluzioni hanno anche un effetto destabilizzante sul  resto dell&#8217;Africa: scompongono il quadro dei finanziamenti e anche  quello delle alleanze». Gli Stati Uniti cominciano  rendersene conto e infatti la <a href="http://www.wilsoncenter.org/index.cfm?fuseaction=events.event_summary&amp;event_id=701440" target="_blank">conferenza</a> che si è aperta ieri, organizzata dalla  <a href="http://www.fondazionepopoli.org/" target="_blank">Fondazione per la Collaborazione tra i Popoli</a> creata dallo stesso Prodi  tre anni fa e dalla Sais, la Scuola internazionale della <a href="http://www.sais-jhu.edu/" target="_blank">John Hopkins  University</a>, è sostenuta dal Dipartimento di Stato Usa. «L&#8217;Unione  Africana — spiega Prodi — va aiutata con un intervento multilaterale:  non bastano le iniziative dei singoli Paesi. Che spesso sono ex potenze  coloniali coi loro legittimi interessi. America, Europa e Cina non si  sono mai sedute attorno a un tavolo per discutere del futuro dell&#8217;  Africa». Alla conferenza, oltre ai leader di Paesi africani, per la  prima volta sono presenti, uno a fianco all&#8217;altro, esponenti  dell&#8217;Amministrazione Obama, del governo di Pechino e dell&#8217; Unione  europea.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.rainews24.rai.it/it/canale-tv.php?id=23461" target="_blank"><em>Guarda l’ intervista di RaiNews24 a Romano Prodi</em></a></p>
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		<title>Troppe contraddizioni sulle rivolte arabe, così l&#8217;Italia perderà peso in Nordafrica</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Jun 2011 05:29:11 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Romano Prodi a Washinton per presiedere la seconda conferenza internazionale &#8220;53 Countries One Union&#8221;
&#8220;Troppe contraddizioni sulle rivolte arabe così l&#8217;Italia perderà  peso  in Nordafrica&#8221; Aumenterà l&#8217;influenza di quei paesi che hanno  strategie  più chiare: Francia, Inghilterra Cina e Turchia
Intervista di Federico Rampini a Romano Prodi su La Repubblica del 16 giugno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/06/rivolteafricane.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-3204" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/06/rivolteafricane-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Romano Prodi a Washinton per presiedere la seconda conferenza internazionale &#8220;53 Countries One Union&#8221;</p>
<p><strong>&#8220;Troppe contraddizioni sulle rivolte arabe così l&#8217;Italia perderà  peso  in Nordafrica&#8221; Aumenterà l&#8217;influenza di quei paesi che hanno  strategie  più chiare: Francia, Inghilterra Cina e Turchia</strong></p>
<p>Intervista di Federico Rampini a Romano Prodi su <a href="http://rampini.blogautore.repubblica.it/2011/06/16/prodi-litalia-sta-perdendo-il-nordafrica/" target="_blank"><strong>La Repubblica</strong></a> del 16 giugno 2011</p>
<p>L&#8217;intervista &#8211; Dal nostro inviato federico Rampini, Washington -</p>
<p>«E&#8217; ondivaga la politica dell&#8217;Italia verso il Nordafrica. Le  <a href="http://notizie.virgilio.it/notizie/politica/2011/6_giugno/16/mondo_arabo_prodi_ondivaga_politica_italiana_verso_nord_africa,30101709.html" target="_blank">oscillazioni italiane</a>, i continui cambiamenti, non ci giovano in nessuno  scenario, qualunque sia l&#8217;esito finale in Libia e altrove». Romano  Prodi è a Washington per presiedere la seconda conferenza internazionale  &#8220;<a href="http://www.fondazionepopoli.org/?p=1156" target="_blank">Africa: 53 Countries One Union</a>&#8221; e da qui lancia l&#8217;allarme per la  perdita d&#8217;influenza del nostro paese in un&#8217;area strategica.</p>
<p><em>Quale prezzo  pagherà l&#8217;Italia? </em></p>
<p>«In Libia e in tutto il Nordafrica aumenterà  l&#8217;influenza di quei paesi che hanno strategie più chiare: la Francia,  l&#8217;Inghilterra tra gli europei, la Cina sicuramente, anche la Turchia per  il suo <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/brics-un-altro-passo-avanti-verso-un-mondo-pluralistico-e-multipolare_2814.html" target="_self">peso economico crescente</a>. Il problema non si limita alla Libia.  Sono in preda a sconvolgimenti tutti i paesi nei quali storicamente  l&#8217;Italia si trova al primo o secondo posto come partner economico:  Egitto, Tunisia, Siria, Iran. L&#8217;<a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/non-basta-trovare-soldi-per-azioni-militari-manca-una-leadership-internazionale_2845.html" target="_blank">ondeggiare non ci aiuta</a>, l&#8217;Italia va  verso una perdita secca su questo fronte strategico.</p>
<p>Manca la capacità di inventare una nuova politica. Il governo italiano dovrebbe  farsi promotore di una nuova visione europea, perché solo un approccio  multilaterale ci può salvare».</p>
<p><em>Lei qui a Washington oggi incontra i  dirigenti americani e cinesi, oltre ai rappresentanti dell&#8217;Unione europea  e dell&#8217;Africa. Di tutte le rivoluzioni democratiche incompiute quale la  preoccupa di più?</em></p>
<p>«L&#8217;Egitto, per l&#8217;<a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/litalia-e-in-prima-linea-promuova-un-massiccio-piano-di-aiuto-al-nuovo-egitto_2943.html" target="_blank">importanza unica</a> di questo paese. Le  cose non stanno andando bene al Cairo, le difficoltà economiche sono  enormi, l&#8217;industria turistica ha visto crollare le entrate in valuta,  aumenta la delinquenza, un milione e mezzo di emigrati egiziani in Libia  sono tornati e s&#8217;inaridiscono le rimesse.</p>
<p>I capitali sono fuggiti, gli  imprenditori sono in carcere o progettano di scappare all&#8217;estero».</p>
<p><em>Lei  propone &#8220;una grande prova di amicizia&#8221; verso quei paesi. Al <a href="http://www.aise.it/esteri/mae/83940-g8-deauville-fondi-per-sostenere-la-qprimavera-arabaq-ma-gheddafi-se-ne-deve-andare.html" target="_blank">G8 di  Deauville</a> Barack Obama ha già annunciato la <a href="http://www.adnkronos.com/IGN/News/Esteri/Egitto-Obama-Usa-cancellano-fino-a-un-miliardo-di-debiti_312036253876.html" target="_blank">cancellazione del debito</a> egiziano e tunisino. </em></p>
<p>«E&#8217; importante, ma bisogna vigilare al rispetto degli impegni, i G8 non hanno una gran  tradizione nel mantenere le promesse».</p>
<p><em>Lei chiede di <a href="http://www.fondazionepopoli.org/?cat=11" target="_blank">trasferire risorse e competenze</a> all&#8217;Unione africana, ma paesi come la Francia e  l&#8217;Inghilterra si oppongono. </em></p>
<p>«E&#8217; comprensibile, in certi paesi africani  le ex potenze coloniali ancora svolgono un ruolo immenso, gestiscono  molti servizi essenziali. Ma bisogna uscirne, non è credibile una  gestione degli interventi affidata ai vecchi colonizzatori».</p>
<p><em>Potrebbe  uscire da questa conferenza una <a href="http://www.romanoprodi.it/notizie/prodi-io-mediatore-con-gheddafi-non-so-nulla_3098.html" target="_blank">mediazione</a> per sbloccare l&#8217;impasse libica? </em></p>
<p>«La parola mediazione <a href="http://www.irispress.it/Iris/page.asp?VisImg=S&amp;Art=112402&amp;Cat=1&amp;I=immagini/Politica/Prodi%20Romano.jpg&amp;IdTipo=0&amp;TitoloBlocco=Esteri&amp;Codi_Cate_Arti=16" target="_blank">è impropria</a>. La Nato non la vuole, evidentemente  pensa che la vittoria è vicina. Ma la fine di Gheddafi avrà implicazioni  profonde in tutta l&#8217;Africa, basti pensare che l&#8217;Unione africana  otteneva il 30% dei suoi fondi dalla Libia».</p>
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		<title>Prodi a Washington per conferenza internazionale sull&#8217;Africa</title>
		<link>http://www.romanoprodi.it/notizie/prodi-a-washington-per-conferenza-internazionale-sullafrica_3191.html</link>
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		<pubDate>Wed, 15 Jun 2011 15:43:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[AFRICA: PRODI A WASHINGTON PER CONFERENZA INTERNAZIONALE 
(ANSA) &#8211; WASHINGTON, 15 GIU &#8211; La Fondazione per la Collaborazione tra i  Popoli, presieduta da Romano Prodi, ha organizzato oggi e domani a  Washington una conferenza internazionale sull&#8217;Africa intitolata &#8216;Africa,  53 Countries One Union &#8211; The New Challenges&#8216;.
La conferenza, che e&#8217; organizzata anche dal [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/06/africa.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-3192" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/06/africa-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>AFRICA: PRODI A WASHINGTON PER CONFERENZA INTERNAZIONALE </strong></p>
<p>(<strong>ANSA</strong>) &#8211; WASHINGTON, 15 GIU &#8211; La <a href="http://www.fondazionepopoli.org" target="_blank">Fondazione</a> per la Collaborazione tra i  Popoli, presieduta da Romano Prodi, ha organizzato oggi e domani a  Washington una conferenza internazionale sull&#8217;Africa intitolata &#8216;<a href="http://www.fondazionepopoli.org/?p=1156" target="_blank">Africa,  53 Countries One Union &#8211; The New Challenges</a>&#8216;.</p>
<p>La conferenza, che e&#8217; organizzata anche dal <a href="http://www.wilsoncenter.org/index.cfm?fuseaction=events.event_summary&amp;event_id=701440" target="_blank">Woodrow Wilson International  Center for Scholars</a> e dalla <a href="http://www.sais-jhu.edu/" target="_blank">SAIS John Hopkins University</a>, segue di un  anno un analogo evento tenuto nel maggio 2010 a Bologna.</p>
<p>Lo scopo della conferenza e&#8217; quello di esaminare come meglio aiutare e  sostenere il processo verso una possibile unita&#8217; del continente  africano, anche alla luce dei nuovi fermenti della &#8216;<a href="http://www.romanoprodi.it/interviste/africa-unita-per-il-futuro_3162.html" target="_blank">primavera araba</a>&#8216;.</p>
<p>L&#8217;attenzione della conferenza sara&#8217; concentrata su tre punti che  potrebbero promuovere il cammino verso la unita&#8217;. In particolare:</p>
<ol>
<li>Pace, sicurezza e democrazia.</li>
<li>Commercio come potente fattore di  integrazione economica tra gli stati.</li>
<li>Infrastrutture a carattere  regionale e continentale.</li>
</ol>
<p>L&#8217;assunto da cui trae origine la conferenza e&#8217; che la frammentazione  politica ed economica dell&#8217;Africa deve essere superata se si vogliono  ottenere obiettivi quali maggiori tassi di sviluppo, prosperita&#8217;  economica e una pace durevole.</p>
<p>Tra i partecipanti alla conferenza figurano, oltre a Romano Prodi, il  sottosegretario generale dell&#8217;Onu Susana Malcorra e il presidente del  Malawi Ngwazi Bingu wa Mutharika.</p>
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		<title>Africa unita, per il futuro</title>
		<link>http://www.romanoprodi.it/interviste/africa-unita-per-il-futuro_3162.html</link>
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		<pubDate>Thu, 09 Jun 2011 11:08:56 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Unita per il futuro
Intervista di Vincenzo Giardina a Romano Prodi in copertina di Misna del 9 giugno 2011
“Bisogna coltivare l’utopia dell’integrazione interafricana” dice alla MISNA Romano Prodi, ex presidente della Commissione europea, ex presidente del Consiglio italiano, ma soprattutto uomo che guarda lontano come ha confermato un suo studio per conto dell’Onu e dell’Unione africana [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.fondazionepopoli.org/wp-content/uploads/2011/06/africa.jpg"><img class="size-medium wp-image-1180 alignright" src="http://www.fondazionepopoli.org/wp-content/uploads/2011/06/africa-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Unita per il futuro</strong></p>
<p>Intervista di Vincenzo Giardina a Romano Prodi in copertina di <a href="http://www.misna.org/economia-e-politica/unita-per-il-futuro-intervista-a-romano-prodi/" target="_blank"><strong>Misna</strong></a> del 9 giugno 2011</p>
<p>“Bisogna coltivare l’utopia dell’integrazione interafricana” dice alla MISNA Romano Prodi, ex presidente della Commissione europea, ex presidente del Consiglio italiano, ma soprattutto uomo che guarda lontano come ha confermato un <a href="http://www.fondazionepopoli.org/?p=279&amp;lang=en" target="_blank">suo studio</a> per conto dell’Onu e dell’Unione africana sulle <a href="http://www.fondazionepopoli.org/?p=273" target="_blank">missioni di pace a sud del Sahara</a>.</p>
<p>La settimana prossima a Washington la sua Fondazione per la collaborazione tra i popoli organizza una conferenza dal titolo “<a href="http://www.fondazionepopoli.org/?p=1083" target="_blank">Africa 53 Stati – Una unione. Le nuove sfide</a>”. È la seconda tappa di un percorso che si concluderà l’anno prossimo ad Addis Abeba, capitale dell’Etiopia e sede dell’Ua. Dalla guerra in Libia alla divisione del Sudan, ammette Prodi, la strada si fa più difficile…</p>
<p><em>Presidente, il 15 e 16 giugno si discuterà di integrazione africana come unica via per lo sviluppo. Ma intanto il continente si divide…</em></p>
<p>“È vero, il continente purtroppo si divide. Ma è meglio separare i problemi. L’indipendenza del Sud Sudan da Khartoum è la conclusione di un processo lunghissimo e, per questo, non stupisce. Allo stesso tempo è il segno di un continente in cui, non dico la ricerca dell’unità, ma anche solo una collaborazione più stretta tra i paesi è assolutamente difficile. Nel caso della Libia ci sono le tensioni e le proteste alimentate da un regime autoritario ma anche divisioni profonde tra Tripolitania e Cirenaica, in epoca coloniale province distinte. Un altro elemento è che nel bene e nel male Muammar Gheddafi è stato un forte contributore materiale dell’Unione africana, nonostante questo aiuto sempre rimasta povera di mezzi. Anche in futuro, dunque, l’esiguità di risorse finanziarie creerà problemi molto seri all’Ua. Debbo ammettere, d’altra parte, che non pochi Stati africani diffidano di un’Unione forte o condizionano i loro contributi alla trasparenza dei conti e alle scelte politiche. Tutti questi fattori rendono più difficile l’obiettivo di un’integrazione del continente incentrata sull’Unione africana e le sue deboli organizzazioni regionali”.</p>
<p><em>Quali sono le “nuove sfide” per il continente?</em></p>
<p>“Vediamo le difficoltà, ma non perdiamo la fede nel disegno di <a href="http://www.fondazionepopoli.org/?p=417" target="_blank">favorire la cooperazione tra i paesi africani</a>. È l’unica alternativa a che il continente diventi terreno di scontro tra clan contrapposti e grandi potenze. O c’è un dialogo che coinvolga l’Europa, gli Stati Uniti, la Cina e l’Unione africana oppure la crescente influenza di Pechino si scontrerà con la resistenza della Francia nei paesi francofoni, della Gran Bretagna nei paesi anglofoni e degli Stati Uniti nei paesi amici del Golfo di Guinea. Gli africani saranno così deboli che potranno solo affidarsi a un sostegno esterno o, peggio ancora, subire una penetrazione dall’esterno. Il continente è il più grande serbatoio di energie e risorse naturali di un mondo che va verso i nove miliardi di abitanti. O obblighiamo le grandi potenze a dialogare tra loro o riprodurremo nel XXI secolo uno scenario già visto”.</p>
<p><em>A sud del Sahara esiste il rischio di un’integrazione economica che non preveda collaborazione politica?<br />
</em><br />
“L’integrazione economica presuppone quella politica. Per costruire infrastrutture regionali o creare un mercato comune serve la collaborazione tra i governi. Ma Stati africani separati non sono in grado di contrapporsi all’Europa, alla Cina o all’America. Se le ex potenze coloniali adottano una politica del ‘divide et impera’ per l’Africa non c’è speranza”.</p>
<p><em>Dalla Costa d’Avorio alla Libia, l’Unione africana ha fallito nel compito di garantire la pace?</em></p>
<p>“Per forza che ha fallito! È come quando togliamo potere all’Onu e poi diciamo che non interviene. Come fa l’Unione africana a non mostrare la sua debolezza? Le mie proposte sul trasferimento di risorse per le missioni di mantenimento della pace dell’Unione africana sono state bloccate dal veto di Francia e Gran Bretagna. Non possiamo tagliare le gambe a un atleta e lamentarci che non corre. In Africa quando scoppia un conflitto si fa ricorso a truppe di vari paesi, spesso <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/non-basta-trovare-soldi-per-azioni-militari-manca-una-leadership-internazionale_2845.html" target="_blank">male organizzate</a> e non coordinate tra loro; per la formazione dei contingenti di ‘peacekeeper’ mancano le strutture di finanziamento”.</p>
<p><em>Come giudica la <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/leuropa-e-assente-ma-litalia-non-ha-fatto-nulla-i-politici-e-la-moralita-pubblica_2702.html" target="_blank">politica italiana nella crisi libica</a>? Dal Trattato di amicizia con Gheddafi si è passati alle promesse di “enormi somme di denaro” ai rivoltosi di Bengasi.<br />
</em><br />
“Preferirei limitarmi a due osservazioni. Prima dell’inizio dell’intervento militare della Nato non sono state esperite fino in fondo le possibilità di una soluzione non conflittuale. Ogni giorno, poi, vedo continue capriole: facce feroci diventano subito indecisioni o dimostrazioni di apertura. Questi aspetti contraddittori mi rendono inquieto”.</p>
<p><em>Si è scritto di un suo ruolo come mediatore per la Libia incaricato dall’Unione europea. È una possibilità?</em></p>
<p>“Finora nessuno mi ha contattato, neanche in fase esplorativa. Poi, se nelle cancellerie si facciano di queste ipotesi…”</p>
<p><em>Mentre i caccia della Nato bombardano Tripoli, <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/brics-un-altro-passo-avanti-verso-un-mondo-pluralistico-e-multipolare_2814.html" target="_blank">potenze emergenti</a> come Cina, India e Brasile fanno affari.</em></p>
<p>“India e Cina si rincorrono l’un l’altra. New Delhi vorrebbe riprendere l’iniziativa anche per motivi storici, penso alla forte presenza a sud del Sahara di migranti originari dell’India. A oggi, però, la dimensione quantitativa delle attività cinesi è molto superiore. Pechino ha senz’altro contribuito allo sviluppo macroeconomico dell’Africa ma non alla ridistribuzione del reddito, cioè alla giustizia. Quanto questo sia da addebitare alla Cina o ai governi africani è un tema su cui meditare”.</p>
<p><em>E i diritti umani?</em></p>
<p>“La promozione dei diritti umani deve essere il fatto fondamentale della politica europea. Ma <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/italia-esiga-un-urgente-programma-europeo-per-la-ripresa-economica-dei-paesi-in-rivolta_2628.html" target="_blank">quando la gente muore di fame</a> bisogna capire che ci sono necessità drammatiche alle quali si deve far fronte. Come presidente della Commissione europea mi sono trovato più volte di fronte alla scelta se cooperare con governi non democratici. Ho scelto di cooperare: boicottaggi che spesso colpiscono i tiranneggiati non sono una buona politica”.</p>
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		<title>Sulla disunità che unisce l’Italia</title>
		<link>http://www.romanoprodi.it/interviste/sulla-disunita-che-unisce-litalia_2657.html</link>
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		<pubDate>Tue, 22 Feb 2011 13:16:09 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Sulla disunità che unisce l’Italia
Intervista di Carmela Maccia a Romano Prodi su Cooperazione del 22 febbraio 2011
Il professore che ha accompagnato l&#8217;Italia nella zona euro. Abbiamo parlato di nord, di sud, di federalismo e ruolo dell&#8217;Italia.
Ricorrono i 150 dell’Unità d’Italia. Qual è il suo giudizio, il suo bilancio storico?
Il punto interrogativo a fine domanda mi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/02/getMediadata.cfm_.jpeg"><img class="alignright size-medium wp-image-2659" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2011/02/getMediadata.cfm_-300x138.jpg" alt="" width="300" height="138" /></a>Sulla disunità che unisce l’Italia</strong></p>
<p>Intervista di Carmela Maccia a Romano Prodi su <a href="http://www.cooperazione.ch/prodi" target="_blank"><strong>Cooperazione</strong></a> del 22 febbraio 2011</p>
<p>Il professore che ha accompagnato l&#8217;Italia nella zona euro. Abbiamo parlato di nord, di sud, di federalismo e ruolo dell&#8217;Italia.</p>
<p><em>Ricorrono i <a href="http://www.italia150.it" target="_blank">150</a> dell’Unità d’Italia. Qual è il suo giudizio, il suo bilancio storico?</em></p>
<p>Il punto interrogativo a fine domanda mi impone una duplice risposta: in primo luogo l’Italia, tra i grandi paesi europei, è stato l’ultimo ad unirsi; in secondo luogo era un paese fortemente diversificato e diviso, dove le autonomie locali erano fortissime. Nel Risorgimento l’Italia è stata unita da una «élite» e non da un movimento di popolo: persino le grandi correnti popolari dei socialisti e dei cattolici erano rimasti estranee al processo di unione. Ciò spiega la «disunità» d’Italia: tuttavia credo che l’Italia sia un paese unito, basti pensare che di fronte ai grandi drammi della storia (due guerre mondiali, il terrorismo degli anni Settanta, le mafie) e alle grandi sfide di oggi (l’euro), il paese si è sempre mostrato unito, più degli altri paesi europei. C`è dunque una storia di diversità, ma anche di unità.<em></em></p>
<p><em>Dall’esterno, la ferita tra il Nord e il Sud è sempre più profonda e dà l’immagine di un paese spaccato in due, senza valori condivisi…</em></p>
<p>Credo invece che i valori siano condivisi e siano i medesimi degli altri paesi europei: famiglia, democrazia, tolleranza e che le divisioni, le spaccature, le intolleranze stiano calpestando tutte le democrazie europee. In Italia ci sono due anomalie che accentuano l’interpretazione di questi valori: una è la differenza nord-sud, che il flusso migratorio dal meridione verso il settentrione ha però diluito; l’altra è che il sud è ancora vittima di antiche eredità come fu il brigantaggio, che porta con sé anarchismo e antistato. Un’eredità pesante che tuttavia dimostra di avere anticorpi forti quando si tratta di lottare contro le criminalità organizzate, il terrorismo…. Certamente il prolungarsi di questo peso della storia alimenta un sentimento più pericoloso: lo scetticismo nei confronti del potere.<br />
<em><br />
Qualcuno ha detto che l’Italia si riunisce ormai solo sotto il tricolore degli stadi…</em></p>
<p>Non credo che il patriottismo popolare sia poi così negativo. Si tratta di manifestare entusiasmo nei momenti di festa. Noi abbiamo un’eredità di divisione che rende complessa la manifestazione del patriottismo che pure non manca. Nel secondo dopoguerra non abbiamo potuto manifestare una forte unità, perchè la politica italiana era sostanzialmente dominata dall’estero, perché la «Convenzione ad Excludendum» (tacita intesa tra alcune parti sociali, economiche o politiche, che escludeva il partito comunista da qualsiasi forma di governo) ha lacerato lo spirito degli italiani. In merito amo ripetere che l’Italia era l‘unico paese europeo diviso da un muro al suo interno. Il muro non divideva il paese in due, ma l’anima di un solo paese. Il problema si è riprodotto dopo il 1989 quando la parola «comunista» è stata strumentalizzata per dividere il paese. Un aspetto interessante: oggi nessuno al mondo ha più paura del comunismo, in Italia invece si riproduce una divisione anacronistica, ma strumentale per vincere le elezioni. In questo momento in Italia vi è un disegno politico in cui la conservazione del potere ha tutto l’interesse a frammentare il paese.</p>
<p><em>Negli ultimi tempi, si parla molto di federalismo: si potrebbe immaginare un’Italia con un modello simile a quello svizzero?</em></p>
<p>Il federalismo elvetico non è percorribile in Italia, perché esso deriva da una storia profonda e collaudata di autonomie locali che adagio, adagio si sono messe insieme. In Italia siamo in una situazione opposta, cioè di uno Stato nazionale che fa un passo indietro e deve farlo con regole nuove, che non sono inserite nell’esperienza dei cittadini e degli amministratori. Un federalismo sano esige uno stato unitario forte, le regole federali necessitano un arbitro forte, perché si tratta di un esercizio di democrazia di grande responsabilità in cui la mia autonomia ha conseguenze sulla tua. Il messaggio di federalismo che si dà in questo momento agli italiani è quello di un federalismo self service: il federalismo non è un self service. E nei progetti che io vedo non riesco a capire chi pagherà.<br />
<em><br />
Malgrado i suoi 150 anni di storia, nelle relazioni internazionali l’Italia è tuttora un nano politico: come mai?</em></p>
<p>Fino alla caduta del muro di Berlino, i paesi che avevano perso la guerra: Giappone, Germania, Italia hanno subito la nanità. Questo ha permesso loro di muovere energie all’interno dei propri paesi, quindi un fortissimo sviluppo economico. Dopo il 1989 la Germania forte del suo successo economico gioca il ruolo di una maggiore autonomia politica. In conseguenza di ciò tutta l’Europa viene terremotata. In Italia invece la persistente divisione politica e la oggettiva minor forza economica del paese impediscono di uscire dalla nanità. Io ho visto possibile negli ultimi anni la rinascita del mezzogiorno e quindi dell’Italia perché il mondo si è rovesciato: l’Italia è stata spiazzata dalla prima globalizzazione, che è stata la scoperta dell’America. L’economia del Mediterraneo si è spostata verso l’Atlantico e verso il nord. La seconda globalizzazione (che stiamo vivendo) vede protagonista l’Asia che attraverso il canale di Suez riporta il Mediterraneo al centro del mondo. Il ragionamento è di una banalità estrema, ma non interessa a nessuno, perché in Italia il ciclo economico non corrisponde a quello politico. Finchè il calendario elettorale si limiterà a fare e a disfare coalizioni mutanti di breve periodo si continuerà ad avere un governo che si cura solo dei suoi problemi interni, i problemi veri dell’Italia non avranno soluzione.</p>
<p><em>Per la maggioranza degli italiani, lo Stato rimane soprattutto il nemico da combattere e raggirare: perché?</em></p>
<p>Lo Stato italiano è nato da una «élite», che ha lasciato fuori le masse, alimentando di generazione in generazione una sorta di estraneità. Lo Stato diventa nemico, in tutti quei paesi in cui la politica non sa indicare dei grandi obiettivi comuni. Ciò aumenta lo scetticismo della cittadinanza verso lo Stato.</p>
<p><em>L&#8217;Italia è ricca e apprezzata per il suo umanesimo, i suoi monumenti e le testimonianze storiche. In quest’ultimo secolo però più che valorizzarli sembra che li si lasci andare in rovina. Non è un suicidio?</em></p>
<p>Questa è la conseguenza diretta dell’assenza di obiettivi comuni. La valorizzazione della cultura, dell’arte è un progetto di lungo periodo, capace di sfruttare il Bel Paese come una risorsa che implica la partecipazione di tutta la società, dal professore di storia dell’arte, alla guida turistica, al ristoratore, al cameriere. Coinvolge quindi la collettività, presume un’amminstrazione e un controllo del territorio forte.</p>
<p><em>Molti stranieri ammirano «l’arte di arrangiarsi» degli italiani, la loro capacità creativa. Per 150 anni ha funzionato; e in futuro?</em></p>
<p>Più che di «arte di arrangiarsi» si tratta di una grande capacità al sacrificio individuale. In fondo di fronte al mancato funzionamento della struttura collettiva essa dimostra una vitalità profonda, che a volte porta con sé l’anarchismo, ma spesso si esprime con il sacrificio della famiglia, dei nonni, degli zii. C’è dunque un’«arte di arrangiarsi» virtuosa ed una viziosa. Naturalmente in un mondo globalizzato questa individualizzazione dei comportamenti per il bene e per il male avrà sempre meno efficacia.<br />
<em><br />
L&#8217;Italia è tra gli osservati speciali dell&#8217;Ue. Sono reali i rischi di una crisi finanziaria alla stregua di Grecia e Irlanda?</em></p>
<p>I dati economici dell’Italia di oggi non sono molto diversi rispetto a quando è stato introdotto l’euro. Abbiamo il peso di un debito enorme, ma abbiamo un deficit che è tra i minori rispetto agli altri paesi europei. Inoltre, nonostante la crisi economica, la propensione al risparmio delle famiglie italiane è impressionante e siamo stati tra i paesi meno toccati dalla crisi finanziaria. Capisco che in politica possano esservi pulsioni suicide, ma la forza economica dell’Europa e dell’Italia passa dall’euro.</p>
<p><em>La recente crisi europea e dell’euro rafforzano lo scetticismo degli svizzeri verso l’Ue. Che cosa dice come ex presidente della commissione europea agli elvetici?</em></p>
<p>Nella funzione di presidente della commissione europea, ho trattato tantissime volte con gli svizzeri ed ogni volta ero gioiosamente vittima e controparte del pragmatismo elvetico. Sebbene i confronti fossero durissimi mi trovavo bene, perché anch’io sono orientato al risultato. Definisco «saggezza» la via dei rapporti progressivi, perché la Svizzera ha una storia secolare di continuità, non ha vissuto guerre devastanti, pertanto è necessario che la vostra «gente» si avvicini lentamente all’idea di giocare un ruolo più attivo nell’Unione europea. La Svizzera non ha un atteggiamento di censura e di ostilità nei confronti del progetto europeo, piuttosto la preoccupazione è forte se il franco si rafforza troppo. Il rapporto tra Europa e Svizzera continuerà con un’assunzione di decisioni in cui c’è convenienza reciproca. E poi …. se sono rose fioriranno.<br />
<em><br />
Gli ultimi 150 anni di storia hanno visto partire dall’Italia molti emigranti, forse i primi veri cittadini europei. L’Italia non sembra però utilizzare questo patrimonio, anzi: molti giovani continuano a partire…</em></p>
<p>Non credo che il patrimonio degli emigranti debba essere sfruttato. Quando io vedo i nostri emigranti in Germania, in Svizzera diventare cittadini tedeschi o svizzeri sono contento, perché vuol dire che si sentono a casa. È necessario valorizzare questo patrimonio attraverso i rapporti culturali, ma guai ad aiutarli a sentirsi stranieri nei paesi in cui arrivano, perché questo li renderebbe infelici, fuori dal flusso economico, sociale e politico del paese di adozione. Il principio vale anche per i migranti che giungono in Italia. Sentire un bambino cinese o africano parlare bolognese mi inorgoglisce, perché vuol dire che è integrato. Altra cosa è invece che l’Italia è un paese di immigrazione di basso livello ed emigrazione di alto livello. I tagli orizzontali alla cultura, alla scuola, alla ricerca creano questa situazione di fuga dei cervelli. Ma che cosa devono fare le eccellenze, se il paese non ha una politica industriale seria, se la ricerca è un optional, se la scuola, l’università sono vittime dei tagli alla spesa pubblica?<br />
<em><br />
Guardiamo ora nella sfera di cristallo: dove sarà l’Italia fra 50 anni?</em></p>
<p>Cinquant’anni sono sufficienti per vedere l’Italia come membro attivo dello Ue, con un compito preciso: rappresentare il nuovo sviluppo del Mediterraneo verso la sponda sud e verso l’Asia. Compito che io avevo dato all’Italia e che rimane un punto fermo, anche se in questo momento non c’è una volontà politica in Italia e in Europa a mettere in atto questo progetto.<br />
<em><br />
Infine mia nipote di tredici anni mi ha pregato di chiederle: quale progetto politico potrebbe convincere Romano Prodi a scendere ancora una volta nel campo minato della politica italiana?</em></p>
<p>Il mio disegno politico di convogliare le forze riformiste in una grande coalizione non è passato, sono stato disarcionato dalla mia coalizione e non dall’opposizione di allora. Oggi mi occupo di un progetto ambizioso: l’<a href="http://www.fondazionepopoli.org/?cat=41" target="_blank">unione di 53 paesi africani</a>. Far passare il principio della «cooperazione» attraverso la <a href="http://www.fondazionepopoli.org" target="_blank"><strong>Fondazione</strong></a> per la Collaborazione tra i Popoli che presiedo è un esercizio di democrazia che si prolunga avanti nel tempo.</p>
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		<title>Nel 2011 un lavoro sempre più intenso, e spero proprio anche utile, ci aspetta</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Dec 2010 06:00:58 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il momento degli auguri, che rivolgo a tutti di cuore anche a nome di quanti collaborano con la Fondazione, è,  anche quest’anno , occasione di riflessione su quanto abbiamo fatto e  vorremmo fare.
Il 2010  è stato definito un anno di ’passaggio’, importante e critico. Passaggio da un mondo ‘monopolare’ ad uno ‘multipolare&#8221; , dalla crisi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/12/Romano_Prodi.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-2482" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/12/Romano_Prodi-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a>Il momento degli auguri, che rivolgo a tutti di cuore anche a nome di quanti collaborano con la <a href="http://www.fondazionepopoli.org/" target="_blank">Fondazione</a>, è,  anche quest’anno , occasione di riflessione su quanto abbiamo fatto e  vorremmo fare.</p>
<p>Il 2010  è stato definito un anno di ’passaggio’, importante e critico. Passaggio da un mondo ‘monopolare’ ad uno ‘multipolare&#8221; , dalla crisi alla sperabile ripresa, ma soprattutto, me lo auguro, passaggio dalla soluzione dei conflitti con la forza a quella nel dialogo e nella collaborazione.</p>
<p>Il titolo e gli obiettivi della Fondazione trovano, in questa situazione molto dinamica,  occasioni di lavoro importanti, in varie parti del mondo  e su  diversi  tipi di problemi.</p>
<p>Dopo la presentazione del rapporto sulla ristrutturazione del ‘<a href="http://www.fondazionepopoli.org/?p=363" target="_blank">Peacekeeping</a>’ in Africa ho visto una grande opportunità nel contribuire al processo di integrazione del continente quale condizione indispensabile per lo la pace, lo svilluppo economico e la crescita democratica, dei popoli Africani. La conferenza di Bologna ‘<a href="http://www.fondazionepopoli.org/?cat=41" target="_blank">Africa 53 countries. One Union</a>‘, è stata un momento fondamentale dell&#8217;impegno della Fondazione.</p>
<p>L’idea di mettere attorno allo stesso tavolo  Nazioni Unite, Unione Africana, Banca Mondiale, Banca Africana di sviluppo, Organizzazione Mondiale del Commercio , ed i tre maggiori protagonisti della presenza straniera in Africa, Unione Europea, Stati Uniti, Cina, ha aperto orizzonti quasi insperati.</p>
<p>Tanto che è già <a href="http://www.fondazionepopoli.org/?p=861" target="_blank">in agenda</a>, per la metà di Giugno 2011, una analoga iniziativa  a Washington, ed in previsione una terza nel  2012 ad Addis Abeba.</p>
<p>In un importante vertice ad Addis Abeba  a metà ottobre, promosso dalla Fondazione, con rappresentanti di altissimo livello tra i protagonisti del summit Bologna,  è  stato concordato un cammino di lavoro per arrivare a Washington con proposte concrete di collaborazione sui temi di pace e sicurezza, sviluppo di infrastrutture e apertura dei mercati. Su questi temi<br />
abbiamo naturalmente svolto dialoghi e approfondimenti continui con associazioni e individui che (in Italia o all’estero) si occupano di queste tematiche.</p>
<p>Anche se, innegabilmente,  l’Africa è stata al centro delle nostre attenzioni,  abbiamo però anche tenuto vive , come dai nostri programmi, attività,  soprattutto con interventi formativi, in due altre aree importanti del mondo, anche se per motivi molto diversi tra loro, Iran e Cina .</p>
<p>Raccontare il nostro punto di vista e le nostre esperienze è sempre un momento importante per aiutare la soluzione di problemi, evitare incomprensioni, o prevenirne l’insorgere. Intendo continuare a farlo.</p>
<p>Per il 2011 la Fondazione prevede di proseguire con continuità il lavoro del 2010 con una tema nuovo a me particolarmente caro. Quello dell’Unione Europea che mai come oggi vive la necessità di un rinnovato sforzo di collaborazione tra i suoi popoli per riprendere lo straordinario processo di integrazione  iniziato sessanta anni fa e che in particolare nell’ultimo<br />
anno pare essersi smarrito.  La Fondazione promuoverà iniziative a favore di un rafforzamento della Unione Europea come protagonista, oggi molto debole, della poitica estera sullo scenario internazionale.</p>
<p>Un lavoro sempre più intenso, e spero proprio anche utile,  ci aspetta.</p>
<p>Sempre lieti di ricevere da chi vorrà stimoli ed idee,</p>
<p>di nuovo a tutti Buon Natale e Buon Anno!!</p>
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		<title>Giovanni Bersani, se qualcuno merita il Nobel per la Pace, è lui</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Sep 2010 08:07:37 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Romano Prodi: &#8220;Se qualcuno si merita il premio per la Pace, è lui&#8221;
L&#8217;ex premier: &#8220;La sua è una vita straordinaria e perfettamente. Bersani è un esempio per i giovani, per l’Italia e per la città&#8221;
Intervista di Rita Bartolomei a Romano Prodi su Il Resto del Carlino del 27 settembre 2010
Professore, sta crescendo un movimento in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2083" class="wp-caption alignright" style="width: 210px"><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/09/Be001.jpg"><img class="size-full wp-image-2083 " title="Giovanni Bersani riceve la laurea Honoris Causa dalle mani del Rettore dell'Università di Bologna, Fabio Roversi Monaco" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/09/Be001.jpg" alt="Giovanni Bersani riceve la laurea Honoris Causa dalle mani del Rettore dell'Università di Bologna, Fabio Roversi Monaco" width="200" height="165" /></a><p class="wp-caption-text">Giovanni Bersani riceve la laurea Honoris Causa dalle mani del Rettore dell&#39;Università di Bologna, Fabio Roversi Monaco</p></div>
<p>Romano Prodi: &#8220;Se qualcuno si merita il premio per la Pace, è lui&#8221;</p>
<p>L&#8217;ex premier: &#8220;La sua è una vita straordinaria e perfettamente. Bersani è un esempio per i giovani, per l’Italia e per la città&#8221;</p>
<p>Intervista di Rita Bartolomei a Romano Prodi su <a href="http://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/cronaca/2010/09/27/390927-romano_prodi_qualcuno_merita_premio_pace.shtml" target="_blank"><strong>Il Resto del Carlino</strong></a> del 27 settembre 2010</p>
<p><em>Professore, sta crescendo <a href="http://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/cronaca/2010/09/27/390840-comitato.shtml" target="_blank">un movimento</a> in città per candidare il senatore <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Bersani" target="_blank">Giovanni Bersani</a> al Nobel per la Pace. <a href="http://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/cronaca/2010/09/27/390860-senza_fede_nella_vita_sarebbe_successo_nulla.shtml" target="_blank">Colpisce</a> la costanza dell’impegno, da quand’era ragazzo. ‘Il concetto di giustizia sociale’, s’intitolava la sua tesi di laurea nel ’37. Dalle cooperative contadine della Bassa all’impegno per l’Africa. Una lunga, lunghissima storia. Una ricerca coerente.</em></p>
<p>Scandisce bene le parole: «Mi ha in-can-ta-to con la storia della sua vita». Ha il tono appassionato Romano Prodi, altro grande bolognese sedotto dal mondo. L’ex premier, presidente della Fondazione per la collaborazione tra i popoli — a maggio in città l’ultimo convegno importante —, risponde al telefono di spinta, la voce è allegra e affabile. Il registro che si riserva agli argomenti che si amano.</p>
<p><em>Vi siete ritrovati.</em></p>
<p>«Dopo un po’ di anni ho avuto l’occasione di reincontrare il senatore Bersani, lui era nello stesso albergo dove si trovava in convalescenza mia moglie. E’ stata una nuova frequentazione, ci siamo parlati».</p>
<p><em>Uno scambio.</em></p>
<p>«Se c’è una persona che merita il Nobel per la Pace è lui. Ha fatto solo il bene degli altri. Se glielo danno sono felice».<br />
C’è anche la comune passione per l’Africa, in questo giudizio. Bersani a maggio ha seguito i lavori della conferenza su ‘<a href="http://www.fondazionepopoli.org/?p=417" target="_blank">53 nazioni, una sola Unione</a>’, voluta dalla fondazione di Prodi. C’è un filo che unisce. Il tema sarà riproposto l’8 e 9 ottobre al <a href="http://www.cefaonlus.it/news-&amp;-events/save-the-date-89-ottobre-2010-convegno-cefa.asp" target="_blank">convegno del Cefa</a> — l’ong fondata da Bersani, oggi ne è presidente onorario — a Villa Guastavillani. Il titolo immagina già una ripartenza: ‘Per una nuova stagione di cooperazione euro-africana’.</p>
<p><em>Il Nobel per la pace sarebbe un grande attestato anche per Bologna.</em></p>
<p>«E’ vero che un riconoscimento così dipende da mille cose. Non so se gli osservatori internazionali avranno la finezza di accorgersi di quanto è straordinaria la vita di quest’uomo».</p>
<p><em>Così bisogna raccontarla al mondo, spiegarla bene.</em></p>
<p>Un accenno di risata, al telefono: «Giusto, bisogna raccontarla. Basterebbe analizzare i progetti agricoli per l’Africa. Ma anche quello che già nel ’46 Bersani ha fatto per la nostra montagna. Penso ai cantieri di lavoro per la ricostruzione. Poi ha continuato sulla stessa strada. Una vita perfetta, coerente. Altro che Nobel!».<br />
<em><br />
Il senatore nell’intervista al Carlino ha parlato degli incontri che gli hanno cambiato la vita. Amicizie con Moro e Rumor, «che venivano molto prima della politica. Era una condivisione di ragioni fondamentali nell’esperienza umana».</em></p>
<p>«Bersani è un esempio per i giovani, per l’Italia e per la città. Se penso alla discrezione che ha sempre avuto nel fare cose enormi. A quel suo modo di raccontare, ha una tale semplicità».</p>
<p><em>Professore, anche lei è un leader politico ascoltato dai capi africani. E’ la sua nuova vita. E con l’Africa Bologna si farà onore nel mondo, prevede il senatore Bersani, pensando anche alla fondazione Nord-Sud, tra le sue ultime imprese.</em></p>
<p>L’ex premier si schermisce: «Io sono un dilettante in materia. Non fate neanche il confronto».</p>
<p>di Rita Bartolomei</p>
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		<title>Africa: investire sull&#8217;unità</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Sep 2010 12:44:56 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Investire sull’unità. È la ricetta proposta da Romano Prodi in qualità di consulente delle Nazioni Unite per l’Africa. La chiave del cambiamento viene individuata in una crescente coesione continentale.
Intervista a Romano Prodi su Nigrizia di settembre 2010.
Dopo aver scelto di non partecipare alla teatrocrazia italiana, una volta spenti i riflettori sul suo governo, Romano Prodi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1973" class="wp-caption alignright" style="width: 510px"><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/09/1242238284902_1.jpg"><img class="size-full wp-image-1973" title="Romano Prodi con, da sinistra, il sultano Bajan Ag Mahatou, dal Mali; Tchiffi Zie Jean Gervais, sovrano della tribù Grou della Costa D'Avorio; e Mwenda Bantu Munongo, re della tribù dei Bayke, dal Congo" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/09/1242238284902_1.jpg" alt="Romano Prodi con, da sinistra, il sultano Bajan Ag Mahatou, dal Mali; Tchiffi Zie Jean Gervais, sovrano della tribù Grou della Costa D'Avorio; e Mwenda Bantu Munongo, re della tribù dei Bayke, dal Congo" width="500" height="333" /></a><p class="wp-caption-text">Romano Prodi con, da sinistra, il sultano Bajan Ag Mahatou, dal Mali; Tchiffi Zie Jean Gervais, sovrano della tribù Grou della Costa D&#39;Avorio; e Mwenda Bantu Munongo, re della tribù dei Bayke, dal Congo</p></div>
<p><strong>Investire sull’unità. È la ricetta proposta da Romano Prodi in qualità di consulente delle Nazioni Unite per l’Africa. La chiave del cambiamento viene individuata in una crescente coesione continentale.</strong></p>
<p>Intervista a Romano Prodi su <a href="http://www.nigrizia.it/sito/notizie_pagina.aspx?Id=10061&amp;IdModule=1" target="_blank"><strong>Nigrizia</strong></a> di settembre 2010.</p>
<p>Dopo aver scelto di <a href="http://www.repubblica.it/2008/08/sezioni/politica/prodi-ulivo/prodi-ulivo/prodi-ulivo.html" target="_blank">non partecipare</a> alla teatrocrazia italiana, una volta <a href="http://www.romanoprodi.it/index_archivio.html" target="_blank">spenti i riflettori</a> sul suo governo, Romano Prodi ha <a href="http://www.fondazionepopoli.org/?p=184" target="_blank">voltato decisamente pagina</a> nella sua vita professionale. L&#8217;ennesima <a href="http://www.fondazionepopoli.org/?p=56" target="_blank">rivoluzione</a>: docente nelle università <a href="http://www.romanoprodi.it/notizie/prodi-professore-alla-china-europe-international-business-school_1136.html" target="_blank">cinesi</a> e <a href="http://www.romanoprodi.it/comunicati/prodi-nominato-professor-at-large-alla-brown-university-usa_448.html" target="_blank">americane</a> e consulente dell&#8217;<a href="http://www.romanoprodi.it/notizie/il-segretario-generale-dellonu-nomina-romano-prodi-alla-guida-della-commissione-speciale-delle-nazioni-unite-per-lafrica_58.html" target="_blank">Onu per l&#8217;Africa</a>. Un continente per il quale ha coltivato una passione mai camaleontica e che ha attraversato tutta la sua stagione pubblica. È forse l&#8217;unico &#8220;politico&#8221; italiano davvero ascoltato da molti leader africani e che ha tuttora un ruolo internazionale legato all&#8217;Africa. Le Nazioni Unite lo hanno messo a capo di un gruppo di esperti chiamato a <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/romano-prodi-completa-la-sua-prestigiosa-esperienza-internazionale-alle-nazioni-unite_90.html" target="_blank">riformare le missioni di pace</a> nel continente. Lui, con la sua <a href="http://www.fondazionepopoli.org/" target="_blank">Fondazione per la Collaborazione tra i Popoli</a>, ha rilanciato, portando lo scorso maggio a Bologna capi di stato e di governo dei <a href="http://www.fondazionepopoli.org/?p=417" target="_blank">53 paesi dell&#8217;Unione africana</a>, esperti di istituti internazionali, come la Banca mondiale, e rappresentanti di Cina, Usa e Unione europea. L&#8217;obiettivo era ridare valore all&#8217;<a href="http://www.romanoprodi.it/comunicati/comunicato-finale-di-africa-53-countries-one-union-lavoreremo-su-pace-sviluppo-delle-infrastrutture-e-istruzione_1585.html" target="_blank">integrazione tra i paesi africani</a>. «Non solo da un punto di vista culturale. Ma politico», spiega Prodi, che bisserà l&#8217;appuntamento l&#8217;anno prossimo a Washington e nel 2012 ad Addis Abeba. «Non è mica una cosa bolognese».</p>
<p><em>Una premessa, presidente: in più di un&#8217;occasione lei ha sottolineato la scarsa riflessione in Italia su quanto è successo in questi decenni e sta accadendo oggi in Africa. Perché a lei, invece, appassionano così tanto, e da tanto tempo, le vicende africane?</em></p>
<p>È vero: in Italia non c&#8217;è sensibilità su questi temi. Siamo <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/litinerario-collettivo-che-il-paese-non-trova_1913.html" target="_blank">chiusi di fronte agli altri</a>. La chiusura è la logica conseguenza della paura, del non volere immedesimarsi nei cambiamenti del mondo. È cominciata una nuova era: siamo in presenza di stravolgimenti radicali. Noi italiani pensiamo di non subirli. Il risultato, invece, è che non solo li stiamo subendo, ma anche che non siamo attori attivi di questi cambiamenti. La mia passione per l&#8217;Africa risale a molti anni fa, soprattutto durante il periodo di presidenza della Commissione europea. L&#8217;occasione per approfondirne ulteriormente la conoscenza mi è stata offerta dalla proposta delle Nazioni Unite di presiedere un ristretto gruppo di analisti sul peacekeeping, il cui compito è avanzare alcune proposte sulla sua riforma. Perché, anche in questo caso, l&#8217;Africa è un continente dimenticato. Nessun paese vuole prendersi la responsabilità, né politica né militare, di lavorare in quel continente.</p>
<p><em>Il segretario generale Ban Ki-moon le ha forse chiesto d&#8217;indagare sui fallimenti delle iniziative di peacekeeping dell&#8217;Onu in Africa?</em></p>
<p>Ban Ki-moon e i funzionari del Palazzo di Vetro conoscono molto bene l&#8217;elenco delle critiche che vengono loro mosse e dei fallimenti delle missioni. In realtà, il segretario ci ha posto il problema di come può l&#8217;Africa aiutare sé stessa. <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/prodi-in-africa-per-lonu-presiedera-il-peacekeeping_40.html" target="_blank">Un compito immane</a>. Perché siamo di fronte a un continente molto diviso. Nessun paese, neppure l&#8217;Egitto o la Nigeria, ha la forza politica, l&#8217;economia di scala, la dimensione, la forza della voce per essere ascoltato da solo. È evidente che il compito politico più importante che abbiamo davanti è quello di aiutare l&#8217;unità africana. O meglio: bisogna favorire il coordinamento progressivo e il dialogo, che aiutino l&#8217;unità dei paesi africani. Altrimenti il continente continuerà a rimanere un soggetto passivo e solo terra di confronto delle grandi potenze.</p>
<p><em>Quale proposta, la più importante, è uscita dal vostro <a href="http://www.romanoprodi.it/notizie/onu-discute-rapporto-prodi-sugli-aiuti-al-peacekeeping-in-africa-proposto-un-fondo-fiduciario-volontario_631.html" target="_blank">rapporto</a>?</em></p>
<p>Nel giro di 10 anni si dovrebbero spostare competenze e mezzi dall&#8217;Onu all&#8217;Unione africana (Ua) e alle sue strutture regionali. Il tutto, in modo empirico, cominciando da quelle realtà che sono più pronte nell&#8217;organizzazione della pace e della lotta ai conflitti tra i diversi paesi. Spostare fondi significa trasferire risorse dalle Nazioni Unite all&#8217;Ua e anche creare un fondo volontario che i paesi più ricchi dovrebbero alimentare.</p>
<p><em>La proposta ha trovato consensi?</em></p>
<p>Direi di sì, da parte dei paesi africani, dell&#8217;America Latina, della Cina, anche dell&#8217;Italia. Francia e Inghilterra, invece, si sono dette contrarie. È ovvio: c&#8217;è un comprensibile peso storico che influisce sul loro atteggiamento. Che, sotto certi aspetti, anche se non giustificato, è tuttavia comprensibile. Le loro obiezioni sono molto semplici: «Perché volete proseguire con le inefficienze? Le missioni dell&#8217;Ua hanno gli stessi difetti di quelle dell&#8217;Onu. Ne sono una copia». La mia risposta è stata semplice: «Se i militari africani non hanno un minimo di struttura di addestramento e finanziaria, se non vengono pagati, se non hanno armi, aeroporti, trasporti, reti di telecomunicazione, che cosa volete che facciano? È come se noi legassimo le gambe a un atleta e poi lo accusassimo di perdere i cento metri».</p>
<p><em>Le posizioni di Francia e Inghilterra sono significative del fatto che ancora oggi si cerca di privilegiare il rapporto bilaterale con i paesi africani.</em></p>
<p>A me sta a cuore proprio la fine di un bilateralismo ineguale. È ormai giunto il momento di affiancare ad esso un più attivo multilateralismo. Bisogna trattare l&#8217;Africa come una <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/lafrica-ha-dignita-politica-il-mondo-la-riconosca_1027.html" target="_blank">realtà unitaria</a> anche nei rapporti internazionali.</p>
<p><em>Lei crede molto nel salto dall&#8217;Africa geografica all&#8217;Africa geopolitica. Ma in questi anni il continente ha fallito molte delle promesse annunciate in questo senso: i miraggi panafricani sono evaporati al calore dei conflitti. Da dove viene il suo ottimismo?</em></p>
<p>Dall&#8217;esperienza europea che, pur con tutti i suoi limiti e difetti, ha cambiato la faccia del continente. Non posso pensare che il processo africano sia più rapido di quello europeo. Sarà più lento. Ma l&#8217;idea è concreta. E partire dal peacekeeping, con i molti anni di tempo che il nostro gruppo aveva messo in conto. Questo sarebbe un obiettivo concreto e perseguibile in questo momento storico. E ancora più necessario a causa del disinteresse occidentale. I soldati europei non vanno in Africa a fare operazioni di pace, e nemmeno gli americani.</p>
<p><em>I francesi sì, però&#8230;</em></p>
<p>Solo nelle &#8220;loro&#8221; zone: in Costa d&#8217;Avorio, in Ciad, in Centrafrica. Prolungano un certo rapporto con le ex colonie. In certi casi può essere una politica utile, ma non vi è la coscienza di passare a una politica continentale. Non dico che i rapporti tradizionali vadano interrotti. Non sarebbe utile. Tuttavia, se il loro intervento non è inserito in un programma condiviso con l&#8217;Ua, non fa che perpetuare l&#8217;idea di un&#8217;Africa vista solo come terra di conquista. Invece, bisogna avere il coraggio d&#8217;introdurre, progressivamente, un nuovo schema politico che ponga l&#8217;Africa in una visione sempre più unitaria e che veda le cosiddette &#8220;grandi politiche&#8221; collaborare fra di loro nello sviluppo del continente. Si tratta di mescolare un po&#8217; di utopia con molto realismo. E si dovrebbe rafforzare progressivamente una politica europea che sostituisca la vecchia politica bilaterale.</p>
<p><em>Oppure potrebbero essere gli stessi presidenti dei paesi della Françafrique a obbligare la Francia a perdere quel suo ruolo. Nel loro incontro di giugno, a Nizza, sono stati <a href="http://it.euronews.net/2010/07/13/14-luglio-vive-la-francafrique/" target="_blank">chiari con Sarkozy</a>: non siamo più i tuoi schiavetti&#8230;</em></p>
<p>Ma il discorso non va impostato solo in questo modo. Si tratta di trasformare i punti di partenza e le logiche politiche. C&#8217;è un altro protagonista molto importante che non abbiamo ancora citato: gli Stati Uniti. Il presidente Obama ha fatto ragionamenti del tutto coerenti con quello che sto dicendo. Nel suo discorso al Cairo ha parlato dell&#8217;Africa come di una realtà unitaria. Inoltre, i suoi responsabili per la politica africana hanno comportamenti e mentalità del tutto nuovi. Tuttavia, non c&#8217;è ancora una decisione, una risposta ai molti interrogativi sul tavolo. Manca una spinta. Washington potrebbe essere di grande aiuto al lento passaggio dall&#8217;utopia al realismo. Perché questo è nella natura degli Stati Uniti di oggi. Che interesse ha la Casa Bianca a riassumere la sua politica africana nei rapporti con alcuni paesi petroliferi? Obama ha acceso speranze che non possono essere deluse. Ma siamo ancora in attesa di gesti che dimostrino che i suoi discorsi si trasformano in azioni.</p>
<p><em>Anche se, in verità, gli Usa si stanno muovendo in Africa: la presenza di Africom, la lotta al terrorismo nella zona sahelo-sahariana e del Corno, l&#8217;attenzione per i paesi del Golfo di Guinea per quanto riguarda le risorse energetiche&#8230;</em></p>
<p>Ma non fanno ancora una politica globale. Di investimento civile, strategico. Si capisce, certo, l&#8217;attenzione per i nuovi fenomeni del terrorismo nell&#8217;area subsahariana. Ma la politica statunitense non è tale da far muovere l&#8217;Africa in modo unitario e da portare simpatie a Washington nel lungo periodo. Se quella americana può essere considerata una politica necessaria, non è certo sufficiente. Guardate quello che <a href="http://www.romanoprodi.it/interventi/la-crisi-finanziaria-e-le-sue-conseguenze-politiche-globali-intervento-al-comitato-centrale-del-partito-comunista-cinese_472.html" target="_blank">sta facendo la Cina</a>. È l&#8217;unica che sta portando avanti una politica, di fatto continentale, in Africa: sono così estesi e ramificati i suoi rapporti bilaterali che, alla fine, si sono trasformati in una politica multilaterale.</p>
<p><em>Lei ha sempre schivato tutte le critiche sul rapporto malato tra Cina e Africa.</em></p>
<p>Ma quale è stato il nostro comportamento nel continente? Ma perché devo essere fariseo? Noi europei siamo forse andati là a benedire gli africani e a difendere i diritti umani? Analizziamo caso per caso. Cominciando dai Grandi Laghi, spostandoci a sinistra, a sud e a nord. Ne ho discusso anche con diversi leader africani. E mi dicono: «Ma che differenze ci sono? Certo, i cinesi non ci chiedono condivisioni nel campo dei diritti, ma non alimentano neppure i conflitti interni, come avete sempre fatto voi europei».</p>
<p><em>Tuttavia, la non ingerenza cinese nelle vicende interne dei paesi si rivela una sponda d&#8217;oro per quella classe dirigente africana che se ne fa un baffo delle regole democratiche e che si perpetua all&#8217;infinito.</em></p>
<p>Pechino è una sponda per tutti. Non solo per i dittatori. Però, alla fine, i cinesi consegnano le strade, gli ospedali, la tecnologia, anche strutture spettacolari come gli stadi. Un giorno parlai con Bouteflika, il presidente algerino. L&#8217;Algeria non è un paese particolarmente &#8220;cinesizzato&#8221;. Mi diceva che doveva fare delle case popolari per giovani privi di redditi elevati. Fatto il bando, i cinesi hanno presentato prezzi che erano la metà di quelli offerti dagli italiani, dai francesi e da altri concorrenti. Sono venuti in 19mila e hanno consegnato le case con la puntualità di un orologio svizzero. E ogni anno qualche migliaio di cinesi si stabilizza in Algeria, si sposa in Algeria e contribuisce a costruire una classe di piccoli operatori economici che è certamente utile al paese. Ecco come cambia il continente. Sarebbe molto interessante misurare quanto è stato importante, in questi anni di crisi, l&#8217;importazione di materie prime da parte della Cina. Essa ha evitato il tracollo economico di molti paesi. Inoltre, se si analizzano i flussi commerciali dall&#8217;Africa alla Cina e dall&#8217;Africa agli Usa, hanno le stesse caratteristiche. In entrambi i casi si tratta soprattutto di materie prime e prodotti energetici. La differenza sta forse nel fatto che la Cina, esportando molti prodotti industriali, rende più difficile il decollo africano. È per questo che mi appassiono all&#8217;idea che l&#8217;Africa costruisca mercati più vasti. Quando si hanno paesi piccoli come il Rwanda o la stessa Algeria, come si fa a creare un&#8217;industria nazionale efficiente? Senza trascurare un altro fatto.</p>
<p><em>Quale?</em></p>
<p>La Cina è l&#8217;unico paese al mondo che esporta tecnologia, uomini e capitali assieme. Non è mai successo prima. Certo, ci sono alcuni luoghi di lavoro gestiti dai cinesi, come le miniere, dove vigono condizioni di lavoro molto umilianti. Ditemi, però, la differenza con quello che accadeva nelle miniere d&#8217;oro del Transvaal o in Congo Belga.</p>
<p><em>Intravede uno sbocco alla politica di Pechino in Africa?</em></p>
<p>L&#8217;ho ribadito anche in alcuni convegni tenuti in Cina: è compito morale di Pechino, e credo anche suo interesse politico, cooperare con l&#8217;Europa e con gli Stati Uniti nella politica africana. La concorrenza tra grandi potenze nel continente non può che essere tragica per l&#8217;Africa. Ma qui deve intervenire l&#8217;Ua &#8211; se volete, con tutte le sue debolezze &#8211; per aiutare questo processo, affinché l&#8217;Africa sia vista come un unico continente.</p>
<p><em>A suo avviso, ci sono paesi africani sui quali fare maggiormente leva per innescare traiettorie di sviluppo?</em></p>
<p>Nell&#8217;Africa nera, come dimensione, ci potrebbe essere solo la Nigeria. Ma è un paese talmente diviso e attraversato da scontri interni che si esclude da solo. Ma non dobbiamo farci prendere dallo sconforto. Ci sono novità positive che arrivano dall&#8217;Africa: diminuiscono i conflitti, le vittime delle guerre sono meno di 20 anni fa. Non è una grande consolazione. Ma sono segnali da registrare. Di fronte a questo, tuttavia, ci sono statistiche che mi fanno rabbrividire: al primo vento di crisi, la prima voce a essere tagliata nei bilanci dei paesi occidentali è sempre l&#8217;aiuto all&#8217;estero. Quando c&#8217;è da trovare quattro soldi per l&#8217;emergenza, perché è successa una frana o c&#8217;è un&#8217;improvvisa necessità, li si ruba alla cooperazione. Fanno tutti così, salvo i paesi nordici e il Giappone.</p>
<p><em>L&#8217;Italia è il fanalino di coda in questa classifica.</em></p>
<p>Abbiamo raggiunto il livello dell&#8217;indicibile. Siamo ormai<a href="http://www.romanoprodi.it/notizie/litalia-e-quasi-assente-dai-processi-di-pace-nel-mondo_1181.html" target="_blank"> a indice zero</a>. In ogni paese del sud del mondo in cui vai c&#8217;è almeno una strada, una diga, una scuola che abbiamo promesso ma che non abbiamo poi mai realizzato. Sarebbe stato più dignitoso non promettere nulla.<br />
<em><br />
Al convegno di Bologna lei ha lanciato un &#8220;<a href="http://www.fondazionepopoli.org/?p=625" target="_blank">Piano Marshall per l&#8217;Africa</a>&#8220;. Ma se queste sono le premesse, non è tutto velleitario? Non sono state tutte vane anche le promesse del G8 e del G20?</em></p>
<p>Credo di averlo denunciato mille volte: ho partecipato a dieci G8 e non abbiamo mai mantenuto le promesse uscite da quegli incontri. Come Commissione europea, siamo stati certamente più seri. E, a onor del vero, devo anche ricordare che, come presidente del consiglio, sono stato l&#8217;unico ad aumentare le risorse per la cooperazione. Ma, in generale, non c&#8217;è sensibilità in materia. Parliamoci con molta franchezza: a questo punto vedo la concorrenza della Cina in Africa come un elemento molto utile. Anche solo per risvegliarci dal torpore.</p>
<p><em>C&#8217;è anche chi teorizza come giusta la fine degli aiuti all&#8217;Africa. L&#8217;economista Dambisa Moyo ci ha costruito un caso editoriale con il suo Dead Aid (in italiano, La carità che uccide, Rizzoli).</em></p>
<p>L&#8217;ho letto. L&#8217;autrice può aver ragione in molti esempi che propone. Ma provate voi a far progredire dei paesi quando manca l&#8217;accumulazione del capitale iniziale o quando mancano scuole, ospedali e altre strutture. Il libro mette in luce solo i difetti e le mancanze, come la diffusione della corruzione, che tutti conosciamo. Ma non riesce a cancellare la realtà: senza un aiuto economico iniziale dall&#8217;estero non vi è alcuna possibilità di sviluppo per i paesi più poveri.<br />
<em><br />
Il fatto che non si voglia più spendere per la cooperazione e che ci si disinteressi del lavoro delle ong in Africa o in altri paesi poveri, significa che siamo alla fine di un ciclo che esprimeva un certo approccio ai problemi del sud del mondo o è, più semplicemente, una mancanza di sensibilità?</em></p>
<p>Entriamo nel tragico rischio delle nostre democrazie: elezioni su elezioni. Si pensa al breve periodo. Devo vincere le elezioni domani, siano esse nazionali provinciali o comunali. Non c&#8217;è alcun respiro. Si è drasticamente accorciato il tempo della democrazia. Ricordo, a questo proposito, un viaggio nel Sudafrica dell&#8217;apartheid che feci quando ero presidente dell&#8217;Iri. Incontrai il primo ministro Pieter Willem Botha. Durante il colloquio, a un certo punto, mi bloccò e mi disse: «Sono belli i consigli che mi dai. Io li accetto tutti, tranne quelli che mi fanno perdere il ruolo di primo ministro». Ed è così anche da noi. Ma la politica non può essere fatta solo di legittima difesa di interessi locali e immediati. Sarebbe una politica egoistica e priva di prospettive. Eppure, poiché il &#8220;terzo mondo&#8221; non ha alcuna forza di rappresentanza politica, viene sempre sacrificato agli interessi più forti. Se vi è una necessità improvvisa o un evento imprevisto, si tolgono soldi alla cooperazione e nessuno si ribella. I movimenti cattolici, un tempo, erano attivi su questi temi. Oggi si sono affievoliti.</p>
<p><em>Una politica di corto respiro è anche quella sull&#8217;immigrazione. Che giudizio dà della &#8220;Bossi-Fini&#8221;?</em></p>
<p>Si è rivelata contraddittoria con sé stessa, visto che sono stati poi costretti a inventarsi un sacco di sanatorie per regolarizzare gli immigrati presenti sul territorio. È stato solo un gioco di propaganda, sbagliato. Quando si fa una legge che non tiene conto della realtà, oltre a essere ingiusta, è destino che non la si applichi, perché la realtà è più forte anche della &#8220;<a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/il-ghetto-che-litalia-non-si-puo-permettere_1214.html" target="_blank">Bossi-Fini</a>&#8220;. Ma perché è stata fatta? E perché è stato fatto il successivo decreto Maroni? Perché hanno fruttato molto dal punto di vista elettorale, dato il dominante sentimento anti-immigratorio presente nel nostro paese. A mio avviso, sono due le priorità dell&#8217;Italia in questo campo. La prima: gestire con una politica più attiva il lavoratore migrante che arriva da noi. Abbiamo solo un&#8217;immigrazione residua e non qualificata. La seconda: valorizzare le persone, una volta che queste sono arrivate. Dunque, è necessaria un&#8217;attività scolastica inclusiva. È nell&#8217;interesse del paese, visto che queste persone rimangono e i loro figli saranno nostri concittadini. Non farlo equivarrebbe a un suicidio.</p>
<p><em>In questi anni, nei quali si è occupato attivamente del continente, che idea si è fatto della classe dirigente africana? È davvero il punto debole dell&#8217;Africa?</em></p>
<p>È come un minestrone: c&#8217;è verdura di qualità e verdura di minore qualità. Guai a generalizzare! Ci sono leader che portano fatti nuovi e c&#8217;è un costume politico disastroso, con la trasformazione, spesso, di leader democratici in dittatori. Queste cose le vedo benissimo. Ma è proprio con un colloquio, con un&#8217;apertura, con un aiuto &#8211; anche condizionante &#8211; che si può migliorare la situazione. Però non bisogna, anche in questo caso, vedere solo il bicchiere mezzo vuoto. Ad esempio, il livello qualitativo dei commissari dell&#8217;Ua non è tanto più basso di quello dei loro colleghi dell&#8217;Ue. È spesso la struttura della società che rende difficile il loro agire. Ma non può essere l&#8217;Occidente a imporre la classe dirigente africana. Ciò che possiamo fare è incoraggiare la sua evoluzione: fare in modo che le elezioni siano le più trasparenti possibile, aiutare il ruolo della stampa e la crescita della società civile.<br />
<em><br />
Lei parla di non sbattere mai la porta in faccia a nessuno, di <a href="http://www.romanoprodi.it/interviste/lafrica-e-il-professore-prodi-racconta-la-sua-nuova-vita_1837.html" target="_blank">dialogare con tutti</a>. L&#8217;anno scorso si è recato a Khartoum per un colloquio con Omar El-Bashir. Qual è la sua opinione sul presidente sudanese e sul processo referendario in corso nel sud del paese per staccarsi dal nord?</em></p>
<p>Non sono favorevole alla frammentazione degli stati. Non è mai una soluzione. Ormai, però, il processo in Sudan è in corso. La speranza è che sia il più possibile un processo democratico, decente e tollerabile.</p>
<p><em>La Corte penale internazionale dell&#8217;Aia ha condannato due volte El-Bashir per la vicenda Darfur: una prima volta per crimini di guerra e contro l&#8217;umanità; una seconda per genocidio. È necessario trattare anche con soggetti così esposti di fronte alla giustizia internazionale?</em></p>
<p>Mi ha molto colpito come quasi tutti i paesi africani siano andati a difesa del presidente sudanese. Non saranno mica tutti sotto il suo controllo? La mia idea sulla giustizia internazionale è che deve essere esercitata sul passato, ma deve guardare anche al futuro. La giustizia non può basarsi solo su un&#8217;etica astratta, perché ci sono milioni di persone che potrebbero soffrire in base a quel giudizio. Non si può dettare una sentenza senza pensare alle sue conseguenze su tanta gente.</p>
<p><em>Ci deve sempre essere, quindi, una mediazione politica?</em></p>
<p>Certo. Perché in gioco c&#8217;è la vita degli uomini. Quella degli uomini vivi. Oltre che la giustizia per i morti. Bisogna contemperare entrambe le esigenze. I tribunali internazionali, poi, si dimenticano talvolta delle particolarità dell&#8217;Africa. Esistono mediazioni tradizionali che non possono essere viste solo come un fattore folcloristico, ma di rispetto di una cultura e di una storia.</p>
<p><em>La Commissione sudafricana per la riconciliazione e la verità ne è un esempio: saremmo ancora al primo grado di processo, se ci fossimo basati sui nostri criteri di giustizia.<br />
</em><br />
Appunto. Se il Sudafrica è salvo è perché c&#8217;è stata questa catarsi collettiva, questo grande salto in cui molti hanno chiuso gli occhi sulle proprie ferite per il bene complessivo.</p>
<p><em>E a chi critica la sua visione troppo economicistica, nella quale si trascura troppo l&#8217;elemento giustizia?</em></p>
<p>Scusatemi, ma non è l&#8217;economia uno dei più importanti componenti della giustizia? Come fa a esserci giustizia quando la mortalità infantile è quella che è? O quando il grado di scolarizzazione è zero? L&#8217;economia e lo sviluppo sono i pilastri della giustizia.</p>
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