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	<title>Romano Prodi &#187; Italia</title>
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	<description>Pagine del sito del prof. Romano Prodi</description>
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		<title>L&#8217;agenda del nuovo Ministro dello Sviluppo: Mercato e Stato, la sfida del rilancio si gioca in due</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Jul 2010 08:43:15 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Fiat e il nuovo sistema industriale
Mercato e Stato, la sfida del rilancio si gioca in due
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 29 Luglio 2010
Anche negli ultimi giorni si continua a dibattere se siamo davvero usciti dalla crisi. E questa discussione andrà avanti ancora per un bel pezzo, perché quel poco di ripresa che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/07/imagoeconomica161987940607201732_big.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1864" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/07/imagoeconomica161987940607201732_big.jpg" alt="" width="372" height="263" /></a>Fiat e il nuovo sistema industriale</strong></p>
<p><strong>Mercato e Stato, la sfida del rilancio si gioca in due</strong></p>
<p>Articolo di Romano Prodi su <strong><a href="http://carta.ilmessaggero.it/view.php?data=20100729&amp;ediz=20_CITTA&amp;npag=1&amp;file=PROD_32.xml&amp;type=STANDARD" target="_blank">Il Messaggero</a> </strong>del 29 Luglio 2010</p>
<p>Anche negli ultimi giorni si continua a dibattere se siamo <a href="http://www.university.it/ultimora/vedi_rubrica.php?NEWS=ADN20100720174933.xml" target="_blank">davvero usciti</a> dalla crisi. E questa discussione andrà avanti ancora per un bel pezzo, perché quel poco di ripresa che c’è è ancora incerto, varia da settore a settore e non offre alcun segno di venire incontro alla caduta dell’occupazione, che è la conseguenza più seria e permanente della crisi economica.</p>
<p>Per questo motivo vorrei sottrarmi al difficile ma affascinante esercizio di fare previsioni per il futuro e riflettere sulle cose certe, sugli inevitabili cambiamenti della nostra economia e sulle decisioni da prendere, sperando che <a href="http://www.repubblica.it/economia/2010/07/23/news/berlusconi_nuovo_ministro_la_prossima_settimana-5781108/?ref=HREC1-3" target="_blank">nelle prossime ore</a> si materializzi <a href="http://www.repubblica.it/economia/2010/07/23/news/napolitano_ventaglio-5770417/?ref=HREC1-3" target="_blank">finalmente</a> un ministro dello Sviluppo in grado, per capacità tecniche e per indipendenza di giudizio, di accompagnare e guidare la necessaria trasformazione delle nostre strutture produttive.</p>
<p>La conseguenza (questa davvero indubitabile) della crisi è infatti la necessità di una trasformazione completa del nostro sistema produttivo, trasformazione che non può essere compiuta solo dal mercato o solo dallo Stato. Come è stato autorevolmente affermato in un recente dibattito, la crisi sta mettendo ancora più in rilievo che l’essenza dello sviluppo economico è la trasformazione strutturale, l’ascesa cioè di nuove industrie e di nuovi modi di produrre rispetto a quelli tradizionali e che questo non è un processo facile e non è un processo automatico. Esso richiede la convergenza di forze di mercato e di un robusto supporto governativo. Se il governo è troppo oppressivo, esso stronca l’imprenditorialità privata. Se esso è troppo distaccato, i mercati continuano a fare ciò che essi sanno fare al meglio, confinando il Paese alla sua specializzazione in prodotti tradizionali e settori a bassa produttività.</p>
<p>Il <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/ministero-per-lo-sviluppo-economico-unamnesia-nel-paese-dei-ritardi_1855.html" target="_blank">nuovo ministro dello Sviluppo</a> ha sul suo tavolo proprio questo grande compito, di aiutare le trasformazioni strutturali del nostro Paese, mobilitando imprese e governo.<br />
Lo dovrà fare in fretta, sapendo che dobbiamo contare principalmente sull’industria non solo perché siamo ancora il quinto Paese del mondo per produzione industriale assoluta e il secondo del mondo (dopo la Germania) per produzione industriale pro-capite, ma anche perché la nostra presenza nel terziario è molto più debole ed esige trasformazioni ancora più difficili.</p>
<p>Il primo riferimento della politica industriale dovrà essere naturalmente il mondo delle <a href="http://www.denaro.it/VisArticolo.aspx?IdArt=604418" target="_blank">Piccole e Medie Imprese</a>, dominanti per importanza in Italia, sia all’interno che al di fuori dei distretti industriali. Le direzioni nelle quali agire e gettare ogni aiuto e ogni incentivo sono ormai molto chiare e cioè la <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/tornare-a-investire-subito-nelle-scienze-della-vita-nelle-nuove-energie-e-nella-protezione-ambientale_931.html" target="_blank">Ricerca</a> e lo <a href="http://www.romanoprodi.it/interviste/attenti-ai-medici-che-non-conoscono-lammalato-reagire-alla-crisi-con-innovazione-e-ricerca_1506.html" target="_blank">Sviluppo</a>, il trasferimento tecnologico, la presenza nei mercati esteri (soprattutto quelli nuovi) la crescita dimensionale e l’innalzamento della qualità del capitale umano. Le nostre imprese hanno infatti una percentuale di ricercatori e di laureati nettamente inferiore a quella dei Paesi direttamente a noi concorrenti e sono troppo piccole per innovare ed essere presenti nei mercati esteri.</p>
<p>Vorrei perciò che il primo colloquio del nuovo ministro fosse con il suo collega responsabile dell’Istruzione per capire e fare capire come la moltiplicazione della conoscenza tecnica a tutti i livelli sia il requisito primario del nostro futuro sviluppo. La scuola tecnica non può più essere considerata marginale o residuale come avviene oggi. Anche se è certo che noi viviamo e vivremo al livello della nostra competenza tecnica, non mi sembra che questa realtà sia oggi una priorità né nel mondo politico, né in quello imprenditoriale o sindacale.</p>
<p>Non mi sembra né giusto né utile che quando si parla di decisioni per il futuro delle nostre imprese il discorso si fermi sempre alle pur importantissime “condizioni di contesto”, come la Pubblica amministrazione, le infrastrutture e le banche. Una seria politica industriale deve lavorare non solo sul “contesto” ma sull’innalzamento delle risorse umane e del modo di operare delle imprese.</p>
<p>Nell’ufficio ancora deserto del ministro vi è tuttavia qualcosa che riguarda una grande impresa, cioè il dossier <a href="http://www.ilsussidiario.net/Dossier/FIAT/" target="_blank">Fiat</a>. Finora tale dossier è stato trattato solo nei suoi pur importantissimi aspetti sociali ma esso cade in pieno nel capitolo delle <a href="http://www.affaritaliani.it/economia/fiat_marchionne_sindacati_fiom_disdetta29072010.html" target="_blank">trasformazioni strutturali</a> come obiettivo essenziale della nostra economia. È, cioè, compito del governo (come lo hanno fatto negli Stati Uniti, in Francia e in Germania) mettere attorno allo stesso tavolo sindacati e imprese per raggiungere gli obiettivi di flessibilità e innovazione che sono oggi indispensabili per operare nel mercato automobilistico internazionale. Come hanno dimostrato le esperienze degli altri Paesi, questo è un compito estremamente difficile ma se, come è avvenuto fino ad ora, ci si sottrae ad esso, la partita è certamente perduta.</p>
<p>Mi auguro quindi che il nuovo ministro arrivi in fretta e si metta subito al lavoro. E, soprattutto, gli auguro buon lavoro.</p>
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		<title>Ministero per lo Sviluppo Economico, un&#8217;amnesia nel Paese dei ritardi</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Jul 2010 09:44:38 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il Ministero vuoto. Sviluppo, un&#8217;amnesia nel Paese dei ritardi
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 24 luglio 2010
Da mesi le voci che chiedono la nomina di un nuovo ministro per lo Sviluppo si susseguono invano e la poltrona di un dicastero così importante è rimasta desolantemente vuota fino a che un robusto richiamo del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/07/scajola-berlusconi.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1859" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/07/scajola-berlusconi.jpg" alt="" width="360" height="315" /></a>Il Ministero vuoto. Sviluppo, un&#8217;amnesia nel Paese dei ritardi</p>
<p>Articolo di Romano Prodi su <strong><a href="http://carta.ilmessaggero.it/view.php?data=20100724&amp;ediz=20_CITTA&amp;npag=1&amp;file=PRODI_41.xml&amp;type=STANDARD" target="_blank">Il Messaggero</a></strong> del 24 luglio 2010</p>
<p>Da mesi le voci che chiedono la nomina di un nuovo <a href="http://www.asca.it/news-GOVERNO__NUOVO_MINISTRO_SVILUPPO__GLI_SCENARI_POSSIBILI_%28IL_PUNTO%29-937709-ORA-.html" target="_blank">ministro per lo Sviluppo</a> si susseguono invano e la poltrona di un dicastero così importante è rimasta desolantemente vuota fino a che un <a href="http://it.reuters.com/article/topNews/idITMIE66M06520100723" target="_blank">robusto richiamo</a> del Presidente della Repubblica ha indotto il presidente del Consiglio a ripensarci.</p>
<p>Finalmente la prossima settimana dovremmo quindi avere <a href="http://www.ilgiornale.it/interni/il_ministro_sviluppo_lo_saprete_settimana/24-07-2010/articolo-id=462967-page=0-comments=1" target="_blank">qualcuno</a> incaricato di curarsi dell’economia reale e delle politiche da seguire per riparare almeno parzialmente i danni provocati dalla più grave crisi industriale degli ultimi decenni.</p>
<p>Questo vuoto di potere, forse dovuto soprattutto alla difficoltà di trovare un successore, è stato ripetutamente motivato da un avversione al concetto stesso di politica industriale, come se l’azione del governo fosse un elemento di freno e non di spinta per lo sviluppo economico. Tutto questo in un momento in cui, anche senza chiamarla per nome, la politica industriale costituisce il pezzo forte anche dei Paesi che più si fondano sull’economia di mercato.</p>
<p>Lo è in Germania dove accanto al ministero responsabile per la politica finanziaria vi è un’istituzione simmetrica che guida l’economia reale, lo è negli Stati Uniti, dove <a href="http://climateprogress.org/2010/07/04/obama-solar-pv-csp/" target="_blank">risorse impressionanti</a> sono indirizzate verso settori innovativi, a partire dalla ricerca e dalla produzione delle nuove fonti di energia. Non parliamo naturalmente della Francia dove gli interessi nazionali vengono difesi con strumenti che vanno forse anche al di là delle condivise regole europee.</p>
<p>In Italia si è lasciata per mesi e mesi la <a href="http://www.repubblica.it/rubriche/market-place/2010/06/07/news/la_sede_vacante-4639477/" target="_blank">poltrona vuota</a> mentre, ovviamente, gli altri ministri cercavano di spolpare i vari fondi e le varie competenze del ministero dello Sviluppo togliendogli non solo le risorse ma i poteri di coordinamento che erano stati alla base della sua nascita, anche se raramente tali poteri erano stati effettivamente esercitati.</p>
<p>Una volta posto termine a questo periodo di cannibalismo e ripristinata la propria autorità, il nuovo ministro avrà sul suo tavolo un’agenda con alcuni compiti precisi.</p>
<p>In primo luogo dovrà riprendere la promozione di un efficace funzionamento delle regole della concorrenza e del mercato, regole che non possono essere fatte rispettare separatamente dai diversi ministeri. Frammentando la politica della concorrenza, ogni ministro controllore finisce nelle mani dei propri controllati. I mercati hanno bisogno di ben altro.</p>
<p>In secondo luogo ci vuole qualcuno che coordini tutti gli strumenti necessari per l’ingresso nei settori innovativi, come le scienze della vita e le energie pulite, e che aiuti la riorganizzazione e la strategia globale dei nostri settori forti come il made in Italy e i beni strumentali. Bisogna inoltre che abbia la capacità di aiutare la produzione di nuove idee e di assicurare che le idee creative si trasferiscano rapidamente dalle università e dai centri di ricerca verso il mondo produttivo. E che le politiche fiscali e le politiche scolastiche tengano conto non solo dei propri sacri e inviolabili obiettivi ma anche delle future necessità del Paese.</p>
<p>Vi è un terzo compito che mi sembra particolarmente vitale per noi, cioè quello di coordinare tutti gli strumenti per fare in modo che gli investitori esteri ritornino a considerare l’Italia come un Paese attraente per i loro investimenti. Il progresso dell’industria, in un mercato aperto, non può fare a meno del contributo di innovazione portato dagli investimenti esteri, mentre anche le statistiche più recenti provano che i grandi investitori internazionali si tengono sempre più alla larga dal nostro Paese.</p>
<p>In un periodo di diffuse crisi aziendali come quello in cui viviamo non possiamo inoltre continuare a non avere un centro di riflessione e di organizzazione degli strumenti per fare fronte a queste crisi, lasciandone la responsabilità politica alle sole competenze del ministero del Lavoro, per sua natura deputato a trovare rimedi e non a ricercare soluzioni.</p>
<p>Come ulteriore osservazione vedo la necessità di riprendere i fili della politica territoriale, sia riguardo alla reinterpretazione del ruolo dei distretti industriali che al ripensamento della politica per il Mezzogiorno, oggi definitivamente abbandonata.</p>
<p>Mi auguro infine che su questi temi si apra finalmente un dibattito che coinvolga tutte le parti interessate, a cominciare da Confindustria, che ho visto più interessata a dettare le ricette macroeconomiche al governo che non ad approfondire analiticamente e concretamente i nuovi problemi e le nuove esigenze dell’industria, che è e dovrà rimanere un pilastro fondamentale ed insostituibile della nostra economia.</p>
<p>È quindi necessario rispondere subito all’invito del Presidente della Repubblica prima che il ministero dello Sviluppo venga completamente svuotato delle competenze e dei poteri necessari per una nuova politica industriale.</p>
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		<title>Incognite sulla ripresa. Germania non sarà la locomotiva che speravamo</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Jul 2010 11:09:44 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 11 luglio 2010
ROMA (11 luglio) &#8211; Se non è mai facile prevedere i modi e i tempi di uscita da una crisi, questo esercizio è ancora più difficile quando, contemporaneamente alla crisi economica, cambiano i rapporti di forza tra i protagonisti della vita politica. Mentre tutti infatti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/07/financial-crisis.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1833" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/07/financial-crisis.jpg" alt="" width="403" height="306" /></a>Articolo di Romano Prodi su <strong><a href="http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=110206&amp;sez=HOME_ECONOMIA" target="_blank">Il Messaggero</a></strong> del 11 luglio 2010</p>
<p>ROMA (11 luglio) &#8211; Se non è mai facile prevedere i modi e i tempi di uscita da una crisi, questo esercizio è ancora più difficile quando, contemporaneamente alla crisi economica, cambiano i rapporti di forza tra i protagonisti della vita politica. Mentre tutti infatti sono d’accordo che l’<a href="http://www.eastasiaforum.org/2010/01/24/chinas-response-to-the-global-financial-crisis/" target="_blank">Asia</a> (e in minor misura l’America Latina) non ha assolutamente subìto alcuna conseguenza dalla crisi e <a href="http://www.neurope.eu/articles/Business-in-China--the-road-to-recovery/101939.php" target="_blank">continua a crescere</a> con immutato ritmo di sviluppo, non vi è alcuna interpretazione condivisa riguardo al futuro degli altri protagonisti dell’economia mondiale.</p>
<p>Negli Stati Uniti si nota certamente uno sforzo per mettere in ordine lo squilibrato rapporto tra consumi e risparmi. Esso è accompagnato da segni di ripresa di alcuni settori (tra i quali primeggia l’automobile) ma l’andamento dell’<a href="http://worldnewsvine.com/2010/07/wall-street-prospering-while-millions-remain-jobless/" target="_blank">occupazione</a> non fa pensare all’inizio di un nuovo ciclo di sviluppo stabile e duraturo. Le <a href="http://www.wsws.org/articles/2010/jul2010/jobs-j03.shtml" target="_blank">preoccupazioni</a> riguardo a quanto può accadere dopo l’estate tendono a crescere: si parla sempre più dell’ipotesi di una nuova caduta dell’economia prima di iniziare una duratura ripresa futura. Inoltre su questa possibile ripresa, proprio per confermare quanto la politica incida sull’economia, incombe sempre l’<a href="http://www.neurope.eu/articles/Let-China-save-Europe/101948.php" target="_blank">incubo della Cina</a>. In conseguenza di questo incubo si pensa che l’economia americana dipenda più dalla rivalutazione dello yuan sul dollaro che non dalle misure prese dal governo per mettere in ordine i conti del settore pubblico, per porre in sicurezza i bilanci delle banche e per incentivare la ripresa dell’occupazione. Si ha l’impressione che la paura di vedere messo a dura prova il <a href="http://www.earthtimes.org/articles/news/332815,us-1st-half-gm.html" target="_blank">primato</a> degli Stati Uniti nel mondo prevalga rispetto alla fiducia sulla ripresa del Paese.</p>
<p>In Europa la situazione è ancora più complicata perché i segni di ripresa sono più <a href="http://www.finanzaonline.com/notizie/news.php?id=%257BAF56B4A6-77C1-4D51-B345-8917E0EE2F80%257D&amp;folsession=cc4b168a0903fdb703f1a2b584dbb717" target="_blank">deboli e contradditori</a> rispetto a quelli americani. Deboli perché in tutta l’area dell’euro si può parlare di una crescita intorno all’1% nel 2010 e poco superiore nel 2011. Di fronte alla caduta degli scorsi due anni non si può certo concludere che si tratta di dati confortanti. Essi inoltre divergono da settore a settore e da Paese a Paese. Vanno <a href="http://www.asca.it/news-AUTO__SISTINO_%28FIAT%29__MERCATO_ITALIANO_2010_A_1_9_MLN_DI_VEICOLI_%28-10_PERCENTO_%29-929042-ORA-.html" target="_blank">male le automobili</a>, ma vanno a gonfie vele i beni strumentali diretti verso l’Asia, va meglio la Germania ma hanno pesanti problemi la Spagna e la Grecia.</p>
<p>Inoltre, anche all’interno dell’Europa, la crisi mette in luce un grande cambiamento nei rapporti di potere tra le diverse nazioni. Semplificando l’analisi si può dire che è finito il lungo e difficile processo di riorganizzazione della Germania dopo l’unificazione. Questo Paese emerge sempre più forte rispetto agli altri grandi Paesi europei. Soprattutto l’equilibrio tra la Francia e la Germania (equilibrio che era stato a lungo almeno formalmente tenuto in vita) si è definitivamente spezzato.</p>
<p>La produzione industriale tedesca ha ormai distanziato senza confronti quella degli altri Paesi e le esportazioni tedesche, dopo aver invaso i mercati europei, conquistano crescenti quote in tutti i mercati mondiali, per cui oggi il tasso di disoccupazione germanico è ormai in linea con quello precedente la crisi.</p>
<p>Non possiamo parlare però di forte ripresa tedesca perché, a fianco del boom delle esportazioni, rimane una stagnante domanda interna da parte di consumatori timorosi riguardo al futuro e colpiti dalle decisioni restrittive del governo.</p>
<p>La Germania, cioè, esporta sempre di più ed è sempre più forte ma non sarà la locomotiva della ripresa europea che noi avevamo sperato. O meglio, la Germania è una locomotiva che per correre forte e sicura, ha deciso di <a href="http://www.telegraph.co.uk/finance/economics/7883349/Breaking-up-eurozone-would-benefit-economy-say-experts.html" target="_blank">staccare i vagoni</a> anche a costo di accrescere i sacrifici dei propri cittadini, salvo poi investire i surplus accumulati dalle proprie banche nei buoni del Tesoro della Grecia e constatare poi che questi vengono messi a rischio da una politica avventurosa.</p>
<p><a href="http://www.professionefinanza.com/Articoli/ViewArticolo.php?idArticolo=1806&amp;idcategoria=8" target="_blank">Di fronte</a> a questa Germania, la Francia non ha interesse a seguire la stessa politica e non ha la forza di costruirne una alternativa. Dato che tutti gli altri Paesi (a partire dall’Italia) stanno a guardare senza fare proposte o costruire alleanze, non ci dobbiamo stupire che la nostra ripresa sia lenta, difficile e incerta.</p>
<p>Essa non può infatti essere costruita su politiche nazionali divergenti che, proprio perché tali, non hanno la forza di cambiare l’andamento dell’intera economia europea.</p>
<p>Non credo che il problema sia di facile soluzione proprio perché non è mai facile prendere atto dei cambiamenti della storia. Non lo è per gli Stati Uniti nei confronti della Cina, non lo è per la Francia nei confronti della Germania. Quanto a quest’ultima essa non sembra voler prendere atto che, se non si tiene conto del contesto europeo in cui si opera, non si riesce nemmeno a portare il proprio Paese verso un cammino di stabile crescita. Non credo infatti che nemmeno i tedeschi siano felici di comprimere a lungo i propri consumi e il proprio tenore di vita. Anche se non sono esperto in materia, credo infatti che nessuno nasca masochista. Nemmeno i tedeschi.</p>
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		<title>L&#8217;emergenza alimentare tocca anche noi</title>
		<link>http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/lemergenza-alimentare-tocca-anche-noi_1757.html</link>
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		<pubDate>Sun, 04 Jul 2010 09:11:28 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 04 Luglio 2010
Qui a Pechino, in questi giorni, si è svolto un convegno internazionale sulla sicurezza alimentare in Cina e nel mondo. In un periodo in cui i prezzi agricoli sono ben lontani dalle punte raggiunte due anni fa e in cui sono soprattutto gli agricoltori a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/07/fame_nel_mondo.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1759" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/07/fame_nel_mondo.jpg" alt="" width="450" height="341" /></a>Articolo di Romano Prodi su <strong><a href="http://carta.ilmessaggero.it/view.php?data=20100704&amp;ediz=20_CITTA&amp;npag=1&amp;file=PROD_34.xml&amp;type=STANDARD" target="_blank">Il Messaggero</a></strong> del 04 Luglio 2010</p>
<p>Qui a <a href="http://paper.people.com.cn/rmrb/html/2010-07/02/nw.D110000renmrb_20100702_4-03.htm?div=-1" target="_blank">Pechino</a>, in questi giorni, si è svolto un <a href="http://english.peopledaily.com.cn/90001/90776/90882/7048810.html" target="_blank">convegno internazionale sulla sicurezza alimentare</a> in Cina e nel mondo. In un periodo in cui i prezzi agricoli sono ben lontani dalle punte raggiunte due anni fa e in cui sono soprattutto gli agricoltori a lamentarsi dei prezzi troppo bassi, il tema potrebbe apparire non particolarmente urgente. Soprattutto in un mondo in cui si è fatta l’abitudine al fatto che un miliardo di persone rischia quotidianamente la fame ed un altro miliardo vive al limite della sussistenza.</p>
<p>Eppure il tema viene proposto con la massima enfasi e con altrettanta urgenza non tanto da una sede accademica quanto dall’Istituto Internazionale di Studi Strategici, che ogni anno sceglie di dibattere il tema che più di ogni altro potrà condizionare gli equilibri politici e militari del nostro pianeta.</p>
<p>Il cibo torna ad essere il numero uno. Non solo perché ogni giorno la terra deve nutrire 220.000 persone in più, ma perché i cittadini del mondo tendono a migliorare sempre di più la loro dieta.</p>
<p>Nel prossimo e nel più lontano futuro avremo quindi bisogno di sempre più cibo. L’attuale organizzazione dell’agricoltura mondiale non è tuttavia in grado di venire incontro a questa sfida. Dopo la grande rivoluzione verde che, tra gli anni Sessanta agli anni Ottanta del secolo scorso, ha aumentato la produttività nell’agricoltura mondiale del 4% all’anno, siamo entrati un un periodo in cui essa progredisce a mala pena dell’1% all’anno.</p>
<p>Le cause di questo cambiamento sono molteplici e vanno da una generale diminuzione degli investimenti in ricerca e sviluppo in agricoltura al deterioramento delle qualità del terreno dovuto al disordinato sfruttamento. A questo si deve aggiungere l’urbanizzazione selvaggia di molti fra i terreni più fertili. E, ancora, bisogna tenere conto dell’inquinamento e dell’abbassamento delle falde acquifere. Quest’ultimo è addirittura un problema angosciante dato che, se ogni essere umano beve in media due litri di acqua al giorno, ne occorrono duemila per produrre il cibo che lo stesso individuo consuma quotidianamente (quasi un litro per ogni caloria). A rendere più probabile una futura scarsità di cibo contribuisce infine una sciagurata politica che tende ad incentivare oltre ogni misura l’uso del suolo agricolo non per produrre cibo ma energia. Se oggi vi è ancora nel mondo un certo equilibrio fra la domanda e l’offerta di cibo è solo perché vi è un miliardo di persone affamate e un altro miliardo sottonutrite.</p>
<div id="attachment_1764" class="wp-caption alignleft" style="width: 410px"><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/07/P201007011612551899015713.jpg"><img class="size-full wp-image-1764   " title="Romano Prodi all' International Symposium on Food Security symposium di Pechino" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/07/P201007011612551899015713.jpg" alt="Prodi all' International Symposium of Food Security symposium di Shangai" width="400" height="267" /></a><p class="wp-caption-text">Romano Prodi all&#39; International Symposium on Food Security symposium di Pechino</p></div>
<p>Tenendo conto di tutti questi fatti abbiamo di fronte a noi il tremendo compito di nutrire decentemente nove miliardi di persone, raddoppiando la produzione agricola da qui al 2050. È una sfida difficile da vincere ma con conseguenze drammatiche se essa viene perduta.Occorre quindi agire prontamente nell’elaborare una comune linea d’azione a <a href="http://www.ong.agimondo.it/notizie-in-tempo-reale/notizie/201006231715-cro-rt10322-fame_nel_mondo_onu_obiettivi_millennio_ancora_troppo_lontani" target="_blank">livello mondiale</a>, in primo luogo aumentando lo sforzo di ricerca e sviluppo in agricoltura, affiancando ad esso strutture capaci di diffondere le migliori tecnologie anche nelle aree più arretrate. In secondo luogo bisogna porre fine alla concorrenza fra energia e cibo ponendo limiti agli incentivi alle produzioni non agricole. In terzo luogo è necessario mettere un ordine alla progressiva espansione delle aree urbane ed infine vanno messi in atto enormi investimenti per adottare sistemi di irrigazione più efficienti specialmente intorno ai grandi fiumi (come il Nilo) che non sono più in grado di portare acqua a tutte le terre circostanti. E tanta altra acqua dolce dovrà essere ricavata utilizzando nuove forme di energia per desalinizzare l’acqua del mare. Se non metteremo in atto queste politiche con uno sforzo veramente globale noi assisteremo inevitabilmente in un breve periodo di tempo a un inaccettabile aumento dei prezzi agricoli, con altrettanto inaccettabili conseguenze di fame e violenza.</p>
<p>Non crediamo che questi problemi non ci riguardino in quanto, come europei, possiamo vivere tranquilli nella nostra sicurezza alimentare.</p>
<p>Per toglierci questa illusione la signora <a href="http://finance.dzwww.com/jiaodian/zxbb/201006/t20100612_5658945.html" target="_blank">Anthea Webb</a>, responsabile dell’ufficio di Pechino del programma alimentare delle <a href="http://it.wfp.org/" target="_blank">Nazioni Unite</a>, ci ha ricordato che in ogni Paese in cui scoppia una carestia vi sono solo tre alternative. O si accetta la morte o si emigra in massa o ci si ribella con la violenza. Credo che sia doveroso evitare ad ogni costo tutte e tre queste alternative.</p>
<p>PS. Abbiamo giustamente messo in rilievo quello che i governi e i responsabili politici debbono fare. Tuttavia qualcosa deve cambiare anche nel nostro comportamento quotidiano se in un Paese forzatamente parsimonioso come la Cina il 16% del cibo viene in diverse maniere sciupato e gettato e il 20% è utilizzato per fornire calorie in eccesso. Immaginiamo quale possa essere la situazione dei nostri Paesi!</p>
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		<title>Se ognuno dei cuochi bada alla sua pentola</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Jun 2010 08:54:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 27 Giugno 2010
La lenta agonia del G8 prosegue il suo corso, anche se nessuno è ancora in grado di verificarne la morte cerebrale. Perché la sua fine non facesse troppo rumore è stato per ora affiancato al G20, che progressivamente ne prenderà il posto senza pianti e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1750" class="wp-caption alignright" style="width: 410px"><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/06/g8_xin-400x300.jpg"><img class="size-full wp-image-1750 " title="I leaders del G20 ieri a Toronto " src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/06/g8_xin-400x300.jpg" alt="I leaders del G8 ieri a Toronto " width="400" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">I leaders del G20 ieri a Toronto</p></div>
<p>Articolo di Romano Prodi su <a href="http://carta.ilmessaggero.it/view.php?data=20100627&amp;ediz=20_CITTA&amp;npag=1&amp;file=PRODI_39.xml&amp;type=STANDARD" target="_blank"><strong>Il Messaggero</strong></a> del 27 Giugno 2010</p>
<p>La lenta <a href="http://www.asca.it/news-G8__BOZZA_CONCLUSIONI__RIPRESA_FRAGILE__A_RISCHIO_OBIETTIVI_SVILUPPO-926767-ECO-1.html" target="_blank">agonia del G8</a> prosegue il suo corso, anche se nessuno è ancora in grado di verificarne la morte cerebrale. Perché la sua fine non facesse troppo rumore è stato per ora <a href="http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=142392" target="_blank">affiancato al G20</a>, che progressivamente ne prenderà il posto senza pianti e senza rimpianti. Il G8 ormai da qualche tempo rappresentava una realtà mondiale sorpassata e la <a href="http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/associata/2010/06/27/visualizza_new.html_1846708627.html" target="_blank">riunione di ieri</a> lo ha semplicemente confermato. Sono stati passati in rassegna tutti i principali aspetti della politica internazionale (dall’Afghanistan, all’Iran, dal terrorismo internazionale al narcotraffico) senza tuttavia alcuna sostanziosa nuova deliberazione in materia.</p>
<p>L’unica cosa importante è l’impegno di mettere a disposizione la cospicua somma di <a href="http://www.adnkronos.com/IGN/News/Esteri/G20-73-miliardi-di-dollari-per-mamme-e-bimbi-Organizzazioni-umanitarie-pochi_598767153.html" target="_blank">7,3 miliardi</a> di dollari per la salute delle madri e dei bambini nei Paesi più poveri del pianeta, anche se debbo prendere questa bella decisione con un pizzico di prudenza perché non sarebbe la prima volta che i Paesi del G8 si impegnano ad assegnare ai Paesi più poveri risorse che non vengono poi versate ma restano solo una promessa. Non parliamo poi dell’efficacia concreta dei generici impegni per un approccio globale nella lotta contro la fame nel mondo. Quasi mai i fatti hanno avuto la stessa dimensione delle parole.</p>
<p>Ho partecipato a <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Romano_Prodi" target="_blank">troppi G8 nella mia vita</a> (cinque come presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana e cinque come presidente della Commissione Europea) per non essermi reso conto della caduta di rappresentatività dei G8 in un mondo che cambia e in cui i nuovi attori della politica e dell’economia mondiale, tenuti fuori da tale consesso, non possono essere più esclusi dalle grandi decisioni che riguardano il futuro del mondo.</p>
<p>Celebrata l’estrema unzione del G8 è <a href="http://www.asca.it/news-G8__OGGI_CHIUSURA_LAVORI__IL_TIMONE_PASSA_AL_G20-926692-ATT-.html" target="_blank">successivamente</a> iniziato il G20, nel cui campo giocano sostanzialmente tutti i protagonisti della politica mondiale che dovranno essere in futuro il punto di riferimento delle grandi decisioni planetarie, ma che oggi potranno concludere ben poco per la mancanza di accordo sul principale tema che è sul tavolo e cioè la strategia di uscita dalla crisi.</p>
<p>Il presidente americano <a href="http://notizie.virgilio.it/notizie/economia/2010/6_giugno/26/al_g20_obama_chiedera_riforme_e_stimoli_per_ripresa_globale,24945980.html" target="_blank">Obama</a> ha infatti, a questo proposito, chiesto ripetutamente ai due Paesi che sono fortemente in attivo nei saldi del commercio mondiale di riequilibrare la propria posizione, rendendo in tal modo più facile l’aggiustamento di coloro che, a partire dagli Stati Uniti, sono invece in cronico passivo. Alla Cina Obama ha chiesto la flessibilità del cambio dello yuan, mentre ha fatto pressione sulla Germania perché aiutasse la ripresa adottando una politica di minore austerità fiscale.</p>
<p>La risposta positiva <a href="http://www.libero-news.it/regioneespanso.jsp?id=442198" target="_blank">cinese</a> è stata già data in anticipo con la disponibilità verso una maggiore flessibilità della valuta nazionale.</p>
<p>È un impegno importante ma che lascia alla Cina un grande margine discrezionale sui tempi e sui modi di attuazione di un’eventuale rivalutazione.</p>
<p>La <a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/argomenti/numero/20100625/pagina/02/pezzo/281162/" target="_blank">Germania</a> ha invece risposto picche ed ha varato invece un piano di austerità, non certo utile per la ripresa europea (che poneva le proprie speranze sulla crescita della domanda interna tedesca) ma sicuramente popolare presso gli elettori tedeschi, convinti che la crisi debba in ogni caso essere combattuta con l’austerità, anche se le ricette per la guarigione non possono essere le stesse quando le malattie sono diverse.</p>
<p>Nessuna proposta comune, quindi, per accelerare la ripresa dell’economia, anche se non noi europei non possiamo muovere alcun rimprovero agli altri perché, nonostante il legame che ci unisce, non siamo stati in grado di disegnare un percorso comune di uscita dalla crisi. Non mi dolgo invece riguardo al mancato accordo su una tassa sulle banche. Capisco che essa sarebbe stata molto popolare, ma sarebbe anche stata quantomeno una ragione per rendere più caro il credito, scaricando sui clienti il peso della tassa stessa proprio in un momento in cui molte aziende sono affamate di credito semplicemente per sopravvivere.</p>
<p>Se non succedono miracoli sarà quindi un <a href="http://www.repubblica.it/economia/2010/06/25/news/arriva_il_g20_ma_un_dialogo_tra_sordi_torna_la_paura_della_bancarotta_greca-5140917/?ref=HREC1-7" target="_blank">G20 particolarmente magro</a> e magri saranno anche i prossimi, se non ci affrettiamo a dotarli di strutture forti e permanenti, in grado di elaborare le proposte con largo anticipo e di arrivare all’approvazione finale dopo discussioni approfondite ed esaurienti. Questi vertici, con protagonisti numerosi e con calendari serrati e predeterminati, possono arrivare ad importanti decisioni solo se il menu è quasi pronto prima dell’inizio della riunione. Mi sembra che, stavolta, il menu fosse scritto solo sulla carta e che in cucina non ci fosse nessuno chef in grado di coordinare il lavoro dei cuochi e che ognuno badasse solo alla sua pentola. Se il G8 sta passando a miglior vita per la insufficiente rappresentatività dei suoi protagonisti, non vorrei che il G20 entri in una crisi irreversibile perché gli attori non sono in grado di lavorare insieme.</p>
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		<title>Salari e moneta. Ci sono tante novità in Cina</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Jun 2010 07:39:28 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 21 Giugno 2010
Per molti anni ci siamo abituati a pensare che, data l’illimitata offerta di mano d’opera, i salari cinesi sarebbero per sempre rimasti bassissimi, praticamente al livello di sussistenza. In effetti da quando, oltre trent’anni fa, la Cina ha deciso di irrompere nell’economia moderna, le cose [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1714" class="wp-caption alignright" style="width: 430px"><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/06/StrikeFoshanFengfuHonda.jpg"><img class="size-full wp-image-1714 " title="I lavoratori della Foshan Fengfu (fornitore Honda) in sciopero" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/06/StrikeFoshanFengfuHonda.jpg" alt="I lavoratori della Foshan Fengfu (fornitore Honda) in sciopero" width="420" height="241" /></a><p class="wp-caption-text">I lavoratori della Foshan Fengfu (fornitore Honda) in sciopero</p></div>
<p>Articolo di Romano Prodi su <a href="http://carta.ilmessaggero.it/view.php?data=20100621&amp;ediz=20_CITTA&amp;npag=1&amp;file=PRODI_35.xml&amp;type=STANDARD" target="_blank">Il Messaggero</a> del 21 Giugno 2010</p>
<p>Per molti anni ci siamo abituati a pensare che, data l’illimitata offerta di mano d’opera, i <a href="http://www.worldsalaries.org/china.shtml" target="_blank">salari</a> cinesi sarebbero per sempre rimasti bassissimi, praticamente al livello di sussistenza. In effetti da quando, oltre trent’anni fa, la Cina ha deciso di irrompere nell’economia moderna, le cose sono andate in questo modo.</p>
<p>L’enorme flusso migratorio dalle campagne alle città e dalle regioni sottosviluppate a quelle più avanzate ha permesso uno sviluppo economico sostenuto e continuato senza sostanziosi aumenti salariali. Come peraltro quasi sempre avviene nella fase iniziale dello sviluppo, la quota dei salari rispetto al Prodotto nazionale lordo è andata diminuendo proprio perché non vi erano limiti all’offerta di nuovi lavoratori, soprattutto nelle classi di popolazione giovanile. La politica governativa è inoltre stata costantemente dedicata a favorire il contenimento del livello salariale, proprio perché la priorità assoluta era la costruzione di una base industriale e una capacità di conquista dei mercati esteri, in modo da procedere a tappe forzate nel processo di modernizzazione del paese.</p>
<p>In teoria le cose potrebbero continuare allo stesso modo in futuro, anche perché il 40% della popolazione cinese è ancora impiegata in <a href="http://www.nationmaster.com/country/ch-china/lab-labor" target="_blank">agricoltura</a>, mentre nei paesi a più elevato livello di <a href="http://www.nationmaster.com/graph/lab_agr_wor_mal-labor-agricultural-workers-male" target="_blank">sviluppo</a> questa cifra non supera il 3 o 4 per cento. Vi dovrebbero essere infatti ancora centinaia di milioni di contadini pronti ad emigrare verso aree e professioni dove il salario e la produttività sono quattro o cinque volte più elevati. In effetti le cose sono un poco più complicate perché, in conseguenza della politica del <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/One-child_policy" target="_blank">figlio unico</a>, inaugurata nel 1979, le classi di età più disposte ad emigrare sono fortemente diminuite di numero. Basta pensare che i <a href="http://geography.about.com/od/populationgeography/a/chinapopulation.htm" target="_blank">giovani</a> fra i 20 e 29 anni erano 233 milioni nel 1990 e sono oggi intorno ai 150 milioni, mentre gli addetti all’agricoltura nelle stesse classi d’età superano di poco il 20%. Per usare la vecchia terminologia marxista, vi è ancora un grande esercito di riserva, ma non più illimitato nella quantità e nel tempo.</p>
<p>Di questa nuova realtà hanno preso atto le autorità cinesi con atteggiamenti e provvedimenti che delineano interessanti cambiamenti. In primo luogo è stato aperto un dibattito sempre più ampio e partecipato sulle grandi disparità di reddito e sulle ingiustizie esistenti nel Paese, dibattito che fino a qualche anno fa era inesistente in quanto proibito. Si possono oggi leggere indagini demoscopiche dalle quali emerge che il 75% dei cinesi pensa che la distribuzione del reddito sia fortemente iniqua. Accanto a questo viene messo in discussione anche il sistema di registrazione, che è sempre stato uno strumento di severa regolamentazione nei trasferimenti dalle campagne alle città.</p>
<p>Si è poi proceduto ad un <a href="http://www.nytimes.com/2010/06/08/business/global/08wages.html" target="_blank">aumento</a> del salario minimo fino al 20% in tutte le province a maggiore concentrazione industriale. Si è inoltre attribuita grande pubblicità ad una serie di scioperi, illustrandone in modo specifico le motivazioni, attribuite non solo al livello salariale ma anche alle non tollerabili condizioni di lavoro. Nei casi più noti, cioè gli stabilimenti cinesi della <a href="http://www.asianews.it/news-en/Honda-gives-in-and-raises-wages-following-Foshan-strike-18565.html" target="_blank">Honda</a> e gli impianti della <a href="http://abcnews.go.com/Technology/Media/foxconn-china-assembly-workers-receive-pay-raise/story?id=10846341" target="_blank">Foxconn</a> (grande fornitrice della Apple e di altre imprese ad elevata tecnologia) questi <a href="http://www.nytimes.com/2010/06/09/business/global/09labor.html" target="_blank">scioperi</a> si sono <a href="http://www.reuters.com/article/idUSTPV00158820100528" target="_blank">conclusi</a> con forti aumenti salariali, debitamente propagandati in tutta la Cina. Così come è stato dato ampio spazio al fatto che alcune imprese localizzate nell’area di Shanghai abbiano trasferito parte delle loro produzioni elementari non nelle province cinesi con livelli salariali inferiori ma addirittura in Vietnam dove il lavoro costa un ulteriore 40% in meno.</p>
<p>Siamo quindi di fronte a una vera e propria nuova politica, che attribuisce all’aumento della domanda interna un ruolo sempre maggiore nella strategia di crescita del Paese rispetto ad un disegno quasi esclusivamente fondato sulle esportazioni. Non pensiamo ad un processo rapido ed improvviso, perché i salari del lavoro non qualificato sono ancora almeno dieci volte inferiori a quelli medi europei. Il processo di avvicinamento è tuttavia accelerato dal fatto che, limitatamente alle funzioni tecniche più specializzate, i costi fra Europa e Cina si sono fortemente avvicinati fino a diventare, in alcuni casi, assolutamente paragonabili. Sembra quindi che il cambiamento di direzione sia ormai ben delineato.</p>
<p>A questo si aggiunge l’improvviso (ma non inatteso) annuncio del ritorno al <a href="http://www.bangkokpost.com/news/world/181839/china-central-bank-to-promote-currency-reform" target="_blank">cambio flessibile</a> dello yuan nei confronti del dollaro. Di questa decisione alcuni osservatori hanno sottolineato la tempestività politica alla vigilia del G20, altri hanno preconizzato una rivoluzione rispetto al passato. Nulla di tutto questo. I cambiamenti nelle regole del lavoro, gli aumenti salariali e la nuova flessibilità monetaria sono semplicemente il segnale che la Cina si considera definitivamente fuori dalla crisi economica e vuole suonare con tutti gli strumenti a disposizione per continuare la crescita, diminuire le enormi disparità interne e riassicurare il resto del mondo sul suo interesse ad essere un elemento non di turbamento ma di equilibrio dell’economia mondiale. Vedremo se tutti questi obiettivi verranno raggiunti, ma è certo che la Cina si muove in fretta ed è sempre di più protagonista della politica e dell’economia mondiale.</p>
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		<title>Lasciate in pace la Costituzione, sfidate le corporazioni</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Jun 2010 09:28:04 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Lasciate in pace la Costituzione, sfidate le corporazioni.
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 13 Giugno 2010
Non posso nascondere di essermi sorpreso quando qualche giorno fa ho letto che, per dare un contributo alla liberalizzazione della nostra economia, bisognava assolutamente modificare l’articolo 41 della nostra Costituzione. Anche se già lo conoscevo, mi sono tuttavia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/06/intestazione_3.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1709" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/06/intestazione_3.jpg" alt="" width="400" height="280" /></a>Lasciate in pace la Costituzione, sfidate le corporazioni.</p>
<p>Articolo di Romano Prodi su <strong><a href="http://carta.ilmessaggero.it/view.php?data=20100613&amp;ediz=20_CITTA&amp;npag=1&amp;file=PRODI_40.xml&amp;type=STANDARD" target="_blank">Il Messaggero</a> </strong>del 13 Giugno 2010</p>
<p>Non posso nascondere di essermi sorpreso quando qualche giorno fa ho letto che, per dare un contributo alla liberalizzazione della nostra economia, <a href="http://it.reuters.com/article/itEuroRpt/idITLDE6581EL20100609" target="_blank">bisognava</a> assolutamente <a href="http://www.leragioni.it/2010/06/14/tremonti-alla-cisl-cambiare-gli-art-41-e-118-cost/" target="_blank">modificare</a> l’articolo <a href="http://www.quirinale.it/qrnw/statico/costituzione/costituzione.htm" target="_blank">41</a> della nostra Costituzione. Anche se già lo conoscevo, mi sono tuttavia preso cura di rileggere il suddetto articolo che, come tutti gli articoli della prima parte della nostra Carta fondamentale, brilla per semplicità e chiarezza. Esso scrive che “l’iniziativa privata è libera”. E aggiunge semplicemente che “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale e in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà (opportuna questa insistenza sulla libertà) e alla dignità umana”. Come ovvio completamento, l’articolo aggiunge che “La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.</p>
<p>Terminata questa lettura mi sono messo il cuore in pace, nella sicurezza che né la lettera né lo spirito di quest’articolo mai avrebbero messo in rischio o semplicemente resa più difficile la libertà di intrapresa in quanto in qualsiasi sistema, anche nel più liberista, la legge ha il compito di dettare le norme di comportamento perché l’esercizio dell’attività economica non rechi danno all’esercizio dei diritti dei cittadini, sia che essi si organizzino in forma individuale che associata.</p>
<p>Tutti noi abbiamo infatti il diritto di essere tutelati dalla legge riguardo ai requisiti igienici o sanitari di un prodotto o della pericolosità di un giocattolo, così come in ogni parte del mondo i lavoratori e gli imprenditori trovano nella legge (italiana o europea) i diritti e gli obblighi che derivano dall’esercizio della propria attività. È peraltro evidente che, se esistono regolamentazioni eccessive, queste possono e debbono essere eliminate dall’attività legislativa, affidata all’iniziativa del Governo e del Parlamento.</p>
<p>Assolta la Costituzione da qualsiasi colpa in materia, mi è sorto il sospetto che potesse essere stata la Corte Costituzionale, attraverso le sue interpretazioni, ad impedire una maggiore liberalizzazione della nostra economia. Ho letto tuttavia a questo proposito un <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-06-08/meno-lacci-centra-carta-080400.shtml?uuid=AYAV7qwB" target="_blank">esauriente articolo</a> dell’ex presidente della corte Valerio Onida che dimostra che mai la corte in tutta la sua storia ha dichiarato l’illegittimità di una legge liberalizzatrice e che, al contrario, esistono numerose decisioni che hanno rimosso limiti ingiustificati alla libertà di iniziativa contenuti nelle leggi nazionali o in quelle regionali.</p>
<p>Tranquillizzato su tutti i fronti, ho quindi ritenuto la proposta come un semplice errore o come un ormai rituale messaggio di avversione allo spirito (visto che non è possibile farlo alla lettera) della nostra Costituzione.</p>
<p>L’ipotesi dell’inconsapevole errore è stata poi esclusa dal fatto che il presidente del Consiglio è <a href="http://it.notizie.yahoo.com/4/20100609/tts-oittp-berlusconi-imprese-costituzion-ca02f96.html" target="_blank">ritornato</a> ripetutamente sull’argomento ribadendo la necessità di una riforma dello stesso articolo 41, alla quale proposta, per abbondanza, il ministro dell’Economia, <a href="http://www.adnkronos.com/IGN/News/Economia/Imprese-Tremonti-modificare-articoli-41-e-118-della-Costituzione_535847493.html" target="_blank">ha aggiungo</a> ieri l’altrettanto inutile proposta di abolire l’altrettanto innocuo articolo <a href="http://www.quirinale.it/qrnw/statico/costituzione/costituzione.htm" target="_blank">118</a> della Costituzione.</p>
<p>Non riuscendo a raggiungere altre spiegazioni razionali per simili comportamenti, sono ricorso alla mia esperienza passata quando, insieme con l’allora ministro Bersani, ci accingemmo a fare un <a href="http://www.sviluppoeconomico.gov.it/pdf_upload/documenti/phpvUTxo4.pdf" target="_blank">programma sistematico e generalizzato di liberalizzazioni</a> e mi è facilmente saltato alla memoria il <a href="http://www.denaro.it/VisArticolo.aspx?IdArt=482648&amp;KeyW=" target="_blank">panorama</a> di <a href="http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2006/07_Luglio/18/farmacia.shtml" target="_blank">impressionanti</a> <a href="http://www.rainews24.rai.it/it//news_print.php?newsid=62713" target="_blank">proteste</a> che ci veniva dalla piazza. E ricordo benissimo che nessuno agitava il libretto della Costituzione ma cartelli minacciosi nei confronti del Governo come risposta corale e violenta alla presunta violazione delle prerogative, dei diritti e dei privilegi delle categorie interessate. Ed allora mi sorge il sospetto che l’accusa rivolta alla Costituzione e l’inutile scelta di un <a href="http://it.notizie.yahoo.com/19/20100610/tbs-cdm-lunga-discussione-su-modifiche-a-7e999a9.html" target="_blank">cammino tortuoso</a> per procedere alla semplice riduzione di lacci e laccioli sia il comprensibile desiderio di evitare le rumorose manifestazioni e le <a href="http://www.asca.it/news-CRISI__MARCEGAGLIA__BENE_TREMONTI_SU_MODIFICA_ART_41_COSTITUZIONE-921720-ora-.html" target="_blank">reazioni</a>, anche spesso incontrollate, delle <a href="http://www.adnkronos.com/IGN/News/Economia/Imprese-Confartigianato-condividiamo-modifica-art41-Costituzione_514890078.html" target="_blank">infinite categorie</a> e <a href="http://www.libero-news.it/news/431126/Imprese__Guidi__modifica_art_____Costituzione_puo__avere_effetti_molto_positivi.html" target="_blank">corporazioni</a> che su questi lacci prosperano non da decenni ma da secoli.</p>
<p>E vorrei anche aggiungere che, sempre secondo la mia esperienza, lo scontento e le pressioni non prendono solo la via dell’opposizione, ma anche le insidiose strade degli alleati di governo. In poche parole, a fare sul serio queste riforme, si perdono consensi e voti. Posso in coscienza dire che le abbiamo ugualmente portate avanti, pur con la piena consapevolezza delle possibili conseguenze negative, anche se non arrivo al punto di affermare che il mio Governo sia caduto esclusivamente per questo motivo.</p>
<p>Auguro quindi buon lavoro al ministro Tremonti. Sulle conseguenze sul Governo veda lui.</p>
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		<title>Un accordo forte fra tutti i Paesi europei per uscire dalla crisi</title>
		<link>http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/quel-vuoto-politico-che-nutre-la-crisi_1672.html</link>
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		<pubDate>Sat, 05 Jun 2010 07:21:42 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Quel vuoto politico che nutre la crisi
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 05 Giugno 2010
Come non ho mai creduto nella catastrofe, così non ho mai creduto che l’uscita dalla crisi fosse rapida e indolore. Stiamo ancora camminando nel fondo del catino. Essendo sul fondo non penso peggioreremo la nostra situazione, ma avremo da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/06/crisi-mondo.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1674" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/06/crisi-mondo.jpg" alt="" width="369" height="325" /></a>Quel vuoto politico che nutre la crisi</p>
<p>Articolo di Romano Prodi su <a href="http://carta.ilmessaggero.it/view.php?data=20100605&amp;ediz=20_CITTA&amp;npag=1&amp;file=PRODI_40.xml&amp;type=STANDARD" target="_blank"><strong>Il Messaggero</strong></a> del 05 Giugno 2010</p>
<p>Come <a href="http://www.romanoprodi.it/interviste/prodi-ora-basta-con-la-follia-ma-l%E2%80%99europa-non-e-al-collasso_1471.html" target="_blank">non ho mai creduto</a> nella catastrofe, così <a href="http://www.romanoprodi.it/interviste/la-speculazione-e-forte-quando-la-politica-e-debole_1648.html" target="_blank">non ho mai creduto</a> che l’uscita dalla crisi fosse rapida e indolore. Stiamo ancora camminando nel fondo del catino. Essendo sul fondo non penso peggioreremo la nostra situazione, ma avremo da camminare ancora molto prima di uscire dall’acqua.<br />
Questo non per una fatale necessità ma perché la mancanza di accordo tra le politiche dei vari Paesi europei ha reso la ripresa più difficile e lontana.</p>
<p>Fino allo scoppio della <a href="http://www.romanoprodi.it/interviste/la-grecia-e-lue-il-commento-di-romano-prodi_1462.html" target="_blank">crisi finanziaria greca</a> lo scenario era quello di una lentissima crescita (appunto il fondo del catino), ma senza l’adozione di politiche di bilancio eccessivamente restrittive. Arrivata la crisi finanziaria greca, grave per le colpe che l’hanno causata ma modesta per dimensione e quindi facilmente risolvibile, è mancato un rapido accordo sulle decisioni da prendere. Soprattutto è mancato il coordinamento della politica fiscale fra i diversi Paesi europei.</p>
<p>Ognuno si è presentato diviso e la speculazione ha cominciato a infilare ad una ad una le nazioni più deboli, con la vecchia strategia degli Orazi e Curiazi a noi ben nota fin dalla scuola elementare. Come sempre succede quando ognuno pensa solo per se stesso si è assistito a veri e propri scontri verbali fra i politici dei diversi Paesi, creando in tutti i media mondiali che l’Europa fosse fatalmente divisa fra Sud e Nord, fra Paesi virtuosi e Paesi viziosi, fra cicale e formiche, con quale messaggio di solidarietà ognuno può facilmente immaginare.</p>
<p>A questo punto, dovendosi difendere da soli, tutti hanno dovuto adottare misure finanziarie severe e politiche di bilancio più restrittive, mentre diveniva chiaro che la politica monetaria avrebbe dovuto mantenere a lungo bassi tassi di interesse.</p>
<p>Le restrizioni di bilancio sono state dappertutto più rapide e severe del previsto, dato che nessuno poteva permettersi di essere il più debole di fronte agli attacchi della speculazione. Con le sue necessarie frenate ogni Paese ha finito col danneggiare la ripresa degli altri. Per spiegarlo in parole più semplici, il settore pubblico ha trasformato la necessità di aggiustamento del proprio bilancio in un minore potere d’acquisto dei suoi cittadini. I quali, costretti a diminuire il proprio potere d’acquisto, hanno reso la crisi ancora più grave. In questo stato di incertezza la speculazione impazza, come è accaduto nei mercati borsistici della settimana che è terminata ieri e che ha visto <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2010-06-04/piazza-affari-lieve-rialzo-091200.shtml?uuid=AYFBRnvB" target="_blank">colpire azioni e obbligazioni</a> con una forza raramente vista in passato, in un susseguirsi senza fine di incontrollate voci e indiscrezioni, ma senza che alcun elemento concretamente verificabile rendesse giustificabile questo panico.</p>
<p>L’unico aspetto positivo di questo stato confusionale è che, nella previsione di un prolungamento della crisi e nell’ipotesi del mantenimento per il prevedibile futuro di bassi tassi di interesse, l’<a href="http://www.milanofinanza.it/news/dettaglio_news.asp?id=201006041410045243&amp;chkAgenzie=TMFI&amp;sez=news&amp;testo=&amp;titolo=Euro/dollaro%20sui%20minimi%20a%20un%20passo%20da%201,20" target="_blank">Euro ha perso</a> sempre più valore fino ad arrivare ieri intorno a 1,20 rispetto al dollaro, cedendo in poche settimane oltre il 15% nei confronti della moneta americana.</p>
<p>Un ritorno dell’Euro verso livelli di cambio meno sfavorevoli aiuterà certamente le nostre esportazioni nei confronti del resto del mondo ma questo vantaggio si trasferisce all’economia solo lentamente, mentre la politica di restrizione fiscale agisce in tempi rapidissimi, anche in conseguenza dell’incertezza che rende tutti più esitanti e paurosi riguardo ad ogni decisione di acquisto o di investimento.</p>
<p>Eppure, anche in questi concitati momenti, è apparso chiaramente che l’esistenza dell’Euro <a href="http://www.manageronline.it/articoli/vedi/2419/fmi-litalia-cresce-poco-ma-e-virtuosa-sui-conti/" target="_blank">giova a tutti</a>, a cominciare dalla Germania che, solo negli ultimi dodici mesi, ha visto un attivo della propria bilancia commerciale di 207 miliardi, di cui oltre la metà nei confronti degli altri Paesi dell’Euro. Ed i governanti tedeschi sanno benissimo che, in mancanza della moneta comune, le svalutazioni competitive, oltre che portare un definitivo caos nella vita economica di tutti i Paesi europei, farebbero sparire in un attimo il surplus tedesco. Ed i banchieri francesi e tedeschi sanno altrettanto bene quale sarebbe la fine delle obbligazioni greche o di altri Paesi attaccati dalla speculazione che essi posseggono copiosamente nei loro portafogli.</p>
<p>Ed infine è ben noto a tutti che, se vi fosse una forte volontà di cooperazione, i fondi mobilitati dai sedici Paesi dell’Euro per una politica di reciproco soccorso sono più che sufficienti per bloccare ogni speculazione, come sono stati sufficienti negli Stati Uniti di fronte a squilibri finanziari ben più preoccupanti.</p>
<p>Quello di cui abbiamo bisogno è solo un accordo forte e senza riserve fra i Paesi europei, un accordo che deve essere guidato e condotto in porto dalla Germania e dalla Francia.</p>
<p>Ci attendiamo quindi che i governanti dei maggiori Paesi europei si assumano la responsabilità di prendere immediatamente le decisioni che possono mettere fine alla speculazione e all’incertezza dei mercati. Il vuoto della politica sta pericolosamente allungando la crisi economica: è tempo che questo vuoto venga colmato.</p>
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		<title>La dignità dell&#8217;Africa, i doveri del Mondo</title>
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		<pubDate>Sun, 30 May 2010 07:13:36 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[cooperazione]]></category>
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		<description><![CDATA[La dignità dell&#8217;Africa, i doveri del Mondo
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 30 Maggio 2010
Nel 1960, ventitré Paesi africani raggiunsero la propria indipendenza. A cinquant’anni di distanza le celebrazioni di quegli avvenimenti costituiscono non solo un’occasione di festa, ma anche un momento di riflessione sui risultati positivi e sulle mancanze storiche di questo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/05/elefante_sud_africa.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1658" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/05/elefante_sud_africa.jpg" alt="" width="432" height="298" /></a>La dignità dell&#8217;Africa, i doveri del Mondo</p>
<p>Articolo di Romano Prodi su <a href="http://carta.ilmessaggero.it/view.php?data=20100530&amp;ediz=20_CITTA&amp;npag=1&amp;file=PRODI_41.xml&amp;type=STANDARD" target="_blank"><strong>Il Messaggero</strong></a> del 30 Maggio 2010</p>
<p>Nel 1960, ventitré Paesi africani raggiunsero la propria <a href="http://www.silab.it/storia/?pageurl=51-l-indipendenza-dell-africa" target="_blank">indipendenza</a>. A cinquant’anni di distanza le celebrazioni di quegli avvenimenti costituiscono non solo un’occasione di festa, ma anche un momento di riflessione sui risultati positivi e sulle mancanze storiche di questo grande evento. Debbo tuttavia constatare che, nonostante i forti legami e le tante espressioni retoriche, l’Italia è quasi assente da questa riflessione collettiva, mentre assai forte è l’attenzione dei governi e dei media degli altri Paesi europei. Eppure nessuno può esimersi dal riflettere sulle ragioni del mancato sviluppo politico, economico ed umano dell’Africa.</p>
<p>Queste responsabilità sono da suddividere in modo equo tra le leadership locali e quelle dei Paesi industrializzati, che troppo spesso hanno agito seguendo interessi egoistici e di breve periodo. Anche se è giusto ricordare che, nell’ultimo decennio, sono stati creati meccanismi di <a href="http://unipd-centrodirittiumani.it/it/news/Nazioni-Unite-e-Unione-Africana-rafforzata-la-cooperazione-per-i-diritti-umani-in-Africa/1534" target="_blank">collaborazione</a> fra Nazioni Unite e <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Unione_Africana" target="_blank">Unione Africana</a> che hanno portato a risultati di notevole importanza, contribuendo alla <a href="http://www.un.org/en/peacekeeping/missions/unamid/" target="_blank">diminuzione</a> dei conflitti armati e perfino ad una sostenuta crescita economica in alcune aree (anche se ancora molto poche) della realtà africana, è tuttavia ormai chiaro che solo superando la presente frammentazione politica ed economica, si potrà ottenere maggiore pace, sviluppo e prosperità.</p>
<p>La frammentazione del continente in oltre cinquanta Paesi non permette infatti alcuna prospettiva di sviluppo economico e di solidità politica. Da soli questi Paesi non hanno né la forza né le dimensioni per modernizzare l’agricoltura, per fare crescere l’industria perché troppo piccoli per costruire un mercato interno. Le loro debolezze e la loro frammentazione rende inoltre impossibile una moderna organizzazione statuale e un’effettiva democrazia. Il grande contributo che possiamo dare all’Africa è perciò quello di aiutare la sua integrazione politica ed economica.</p>
<p>Questo significa rovesciare la tradizione europea, che ha sempre preferito il rapporto diretto e bilaterale con i singoli Paesi, con una specie di continuità con i vecchi costumi di tipo coloniale. Un’operazione ancora più necessaria di fronte alla <a href="http://www.eurobull.it/La-politica-estera-della-Cina-in-Africa-e-nel-resto-del-mondo" target="_blank">politica cinese</a> in Africa, l’unica politica che, sgombra di retaggi storici, si realizza con una strategia a livello veramente continentale e con una dimensione fino ad ora ignota. È infatti la prima volta nella storia dell’umanità che un Paese esporta contemporaneamente capitali, uomini e tecnologie.</p>
<p>Di fronte a questa nuova realtà sarebbe disastroso continuare il vecchio gioco di dividere fra di loro i Paesi africani e trasferire in essi i propri conflitti e le proprie aree di influenza come avveniva tra Paesi europei al tempo del colonialismo e tra Unione Sovietica e Stati Uniti al tempo della guerra fredda. L’Africa ha bisogno della cooperazione di tutti e di unità al suo interno. Qualche sostanzioso progresso è stato ottenuto con la già citata collaborazione fra Unione Africana e Nazioni Unite che, pur tra mille limiti e difficoltà, ha contribuito alla stabilizzazione di diverse regioni africane.</p>
<p>Questo però non basta. Che non basti emerge dall’analisi dei conflitti tuttora in corso ed è emerso ancora più chiaramente ed in modo unanime nel recente convegno tenuto a Bologna con il titolo “<a href="http://www.fondazionepopoli.org/?p=417" target="_blank">Africa: 53 Paesi, un Solo Continente</a>.” In esso si è fatta strada la proposta che l’Unione Africana, l’Unione Europea, insieme agli Stati Uniti e alla Cina, si diano appuntamento per studiare le prospettive di un autentico orientamento comune nei confronti dell’Africa, superando gli approcci bilaterali che ne hanno così negativamente influenzato lo sviluppo. Questa è una condizione necessaria ma non certo sufficiente perché l’Africa inizi il proprio cammino verso la modernità. A tale azione si deve ovviamente affiancare il rinnovamento interno dei governi e dei sistemi politici dei diversi Paesi africani, troppe volte paralizzati da nepotismo, corruzione e abusi.</p>
<p>Questo è tuttavia davvero un altro capitolo. Da parte nostra dobbiamo lavorare per costruire un nuovo processo di cooperazione tra i grandi protagonisti dell’economia e della politica mondiale nei confronti dell’Africa. Un lavoro difficile ma non impossibile perché è nell’interesse di tutti.</p>
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		<title>Manovra: il coraggio di essere impopolari</title>
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		<pubDate>Sun, 23 May 2010 07:24:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Manovra: il coraggio di essere impopolari
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 23 Maggio 2010
Una manovra correttiva è sempre un esercizio difficile. Lo è ancora di più quando si è incessantemente ripetuto che non vi è niente da correggere. Comunque, visto che le correzioni sono necessarie, è bene farle in fretta, in modo da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/05/Tremonti1.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1599" src="http://www.romanoprodi.it/wp-content/uploads/2010/05/Tremonti1.jpg" alt="" width="273" height="300" /></a>Manovra: il coraggio di essere impopolari</p>
<p>Articolo di Romano Prodi su <strong><a href="http://carta.ilmessaggero.it/view.php?data=20100523&amp;ediz=20_CITTA&amp;npag=1&amp;file=PRODII_41.xml&amp;type=STANDARD" target="_blank">Il Messaggero</a></strong> del 23 Maggio 2010</p>
<p>Una manovra correttiva è sempre un esercizio difficile. Lo è ancora di più quando si è <a href="http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/economia/2010/04/08/visualizza_new.html_1760693607.html" target="_blank">incessantemente ripetuto</a> che non vi è niente da correggere. Comunque, visto che le <a href="http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=29407&amp;sez=HOME_ECONOMIA&amp;npl=&amp;desc_sez=" target="_blank">correzioni sono necessarie</a>, è bene farle in fretta, in modo da renderci più tranquillamente a riparo dalle tempeste che in questi giorni impazzano in Europa.</p>
<p>La fretta non può tuttavia esimerci dal tenere conto di alcuni principi fondamentali che riguardano le conseguenze della manovra stessa sulle condizioni di vita degli italiani, anche perché si parla di <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Editrice/IlSole24Ore/2010/05/21/Economia%20e%20Lavoro/1_E.shtml?uuid=15bd846a-649e-11df-87da-3032239fa3f5&amp;DocRulesView=Libero" target="_blank">almeno 27 miliardi di euro</a>, una somma cospicua, riguardo alla quale non è certo indifferente vedere dove questi soldi vengono presi.<br />
Partiamo dalla constatazione che in quasi tutti i paesi sviluppati il lavoro ha perso progressivamente terreno nella distribuzione del reddito ma che in Italia questa perdita è stata superiore a quella degli altri. Negli ultimi quindici anni la quota di <a href="http://www.istat.it/fmi/ITALY-NSDP.html" target="_blank">Pil</a> che va a remunerare il fattore lavoro ( pensioni comprese) è calata di otto punti percentuali. Essa è passata dal 77 al 69% : un calo enorme che, in cifra assoluta,si colloca intorno ai 130 miliardi di euro.</p>
<p>Questo calo ci ha portato in linea con gli altri Paesi avanzati ma con una grande differenza di fondo. La differenza sta nel fatto che, di fronte a una quota di <a href="http://www.istat.it/salastampa/comunicati/in_calendario/contitri/20100310_00/testointegrale20100310.pdf" target="_blank">Pil</a> del 69%, il lavoro contribuisce all’insieme dell’entrate tributarie per oltre l’80%. Possiamo perciò ragionevolmente stimare che in Italia il lavoro paghi quasi 50 miliardi di tasse in più rispetto alla quota di reddito percepita. Si tratta di una redistribuzione rovesciata rispetto a paesi come la Francia e la Germania che, attraverso lo strumento fiscale, trasferiscono risorse nette al lavoro. Il tutto, naturalmente, senza tenere conto dell’evasione che, in via prudenziale, è stimata intorno ai 100 miliardi e che è generata dal lavoro per una quota nettamente inferiore al 69%. Anche in conseguenza dell’evasione la quota del lavoro si vede perciò sottrarre ulteriori margini di reddito.</p>
<p>È chiaro che non è compito della così detta manovra aggiuntiva sanare questi squilibri, che sono anche la conseguenza della globalizzazione e di nuovi rapporti di forza nell’ambito internazionale. Penso tuttavia che il ministro dell’Economia, invece di rincorrere disperatamente tanti diversi addendi per arrivare all’agognata somma di 27 miliardi, farebbe bene a meditare su queste peculiarità e, sensatamente, a considerare l’opportunità di utilizzare questa contingenza per iniziare a restringere una divaricazione ormai insostenibile. Capisco che questo non è un obiettivo facile, soprattutto in un momento storico in cui il lavoro dipendente, pubblico o privato che sia, viene considerato come qualcosa di incidentale, da cui la storia si sta allontanando.</p>
<p>Dobbiamo inoltre convenire che molte regole del lavoro debbono essere cambiate in modo da rendere i lavoratori stessi più responsabili e più produttivi, ma questo non può avvenire attraverso un processo di marginalizzazione anche economica del lavoro stesso. E dobbiamo pure convenire che i lavoratori privilegiati e protetti debbono dare un doveroso contributo per farci uscire dalle difficoltà in cui siamo, ma non possiamo illuderci che il necessario sacrificio di ventimila pubblici dipendenti possa essere decisivo per il risanamento delle finanze pubbliche. L’esempio è importante in una società democratica ed è quindi giusto che anche la classe politica dia il suo contributo, come in analoghe circostanze avevo deciso diminuendo, rapidamente ed in silenzio, le remunerazioni dei ministri di ben il 30%. Questi passi nobili e necessari hanno effetti quantitativi assai scarsi di fronte ai grandi mutamenti a cui stiamo assistendo e di fronte alle necessità del Paese.</p>
<p>Non avendo oggi alcuna possibilità di sapere come questi 27 miliardi saranno raccolti ed avendo ragionati dubbi che la quasi totalità di essi possa venire da generici risparmi della spesa, mi sembra opportuno che il ministro dell’Economia si ponga almeno l’obiettivo di non squilibrare ulteriormente la distribuzione del reddito. Non è certo un compito facile soprattutto quando si è <a href="http://www.tgcom.mediaset.it/politica/articoli/articolo303760.shtml" target="_blank">abolita l’Ici</a> anche per le categorie di reddito più elevate e quando ogni suggerimento di usare le imposte a scopo almeno parzialmente redistributivo viene ritenuto un modo illegittimo di mettere le mani in tasca agli italiani. D’altra parte il mestiere del ministro dell’Economia non è mai stato un mestiere popolare. Tuttavia i peggiori ministri sono sempre stati quelli che hanno cercato la popolarità ad ogni costo.</p>
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